venerdì 27 dicembre 2013

Gli artisti di strada lo sanno

Passeggiando per Barcellona, l'ultimo giorno di una vacanza tremenda. Il corpo si muove con l'istinto nell'atmosfera blu della città, trascinandosi dietro i piedi e attendendo l'ora di tornare in albergo. E' il primo pomeriggio dell'anno del Signore 2010. Su una strada parallela alle Rambla ci imbattiamo in un mercatino delle pulci. Compro una locandina originale (o perlomeno a me l'hanno venduta come originale) dei moti rivoluzionari contro il regime di Franco. Nell'immagine un contadino con un forcone in spalla, che tutt'oggi sorride fiero di sé sopra la testata del mio letto.

Poi continuiamo il nostro moto perpetuo, prendendo la direzione opposta al mare e attirati dalla voce nera che proviene da una piazza vicina. E' Plaza Sant Jaume, piena all'inverosimile di gente, e appena arrivati non ci mettiamo molto a capire il perché. All'interno di un grosso semicerchio umano c'è questo tipo di colore, sulla quarantina, pantaloni e cappello verde militare, giubbetto di pelle nero. Accompagnato dalla sua chitarra canta le canzoni di Bob Marley.


Si fa presto a passare dalla curiosità al coinvolgimento. E' un meccanismo inconscio, un meccanismo che va oltre la ragione e le facoltà terrene dell'uomo. Rapiti. Imbabolati. Siamo storditi, quando l'artista di strada arriva al climax di Three little birds

Don't worry about a thing
- I won't worry!

Poi si sale e il tempo si ferma.

Cause every little thing
gonna be all right!

Quel gonna be all right! esplode dalla bocca del cantante, colpisce sul volto e sul cuore gli astanti, e poi vira in alto sui muri dei palazzi, li percorre tutti verso il cielo come un rapace Uomo Ragno e va a toccare il Blu Infinito.
Nessuno conosce quale sia il senso della vita, ma gli artisti di strada qualcosa ci han capito. Il mezzo più intuitivo per elevare lo spirito - l'arte - espresso nei modi più elementari (più umani) e messo a disposizione della collettività. Si accarezza il sublime e lo si condivide. Coppiette che sorridono, adulti che fischiettano, donne che muovono appena le labbra per unirsi al canto - così sommessamente che sembra che pregano. Bambini che muovono le gambine come marionette, altri bambini in spalla ai babbi che battono le mani.


Uno a uno, praticamente tutti quanti gli astanti "rompono" il cerchio per mettere uno spicciolo dentro la custodia della chitarra. 

Poi un lungo, infinito, applauso.
E mentre il cantante travasa tutti gli spiccioli dalla custodia su di un sacco nero (facendo un rapido calcolo, almeno 2-300 euro), arrivano due agenti della Polizia locale. Gli sequestrano la chitarra e il sacco. Poi lo salgono nella pattuglia e se ne vanno a sirene spiegate. Fischi e urla di disapprovazione da parte del pubblico. Cinque minuti dopo la piazza è semideserta ed è nuovamente pronta per accogliere altri spettacoli.
Il sublime non dura più di un attimo.


Titoli di coda: indagando in Rete tre anni dopo l'episodio, ho scoperto che quel cantante si chiama Clarence Milton Bekker (aka Cb Milton), è olandese, ha 45 anni e in patria è un cantautore affermato con all'attivo otto album. Negli anni 2000 ha deciso di trasferirsi a Barcellona per fare l'artista di strada quasi a tempo pieno. Non ho mai capito invece perché la sua esibizione dava fastidio alla Polizia.
O forse sì.

[Ogni volta è la stessa storia, mi viene da piangere,
ho un nodo alla gola e faccio di tutto per controllarmi,
ma quando è troppo è troppo: a stento riesco
a trattenermi dal singhiozzare.
E quando c’è un canone, guardo per terra
perché l’emozione è troppa tutta in una volta:
è troppo bello, solidale, troppo meravigliosamente condiviso.
Io non sono più me stessa, sono parte
di un tutto sublime al quale appartengo anche gli altri,
e in quei momenti mi chiedo sempre perché questa
non possa essere la regola quotidiana,
invece di un momento eccezionale del coro.
Quando il coro s’interrompe tutti quanti,
con i volti illuminati,
applaudono i coristi raggianti.
È così bello.
In fondo, mi chiedo se il vero movimento del mondo
non sia proprio il canto
.]

lunedì 16 dicembre 2013

Una (normale) domenica di dicembre. Al centro commerciale

A 25 anni suonati, causa un lavoro normale con orari normali, mi son ritrovato a trascorrere domeniche pomeriggio normali. E quindi anche le normali domeniche pomeriggio di dicembre.

Al centro commerciale.

Ci incamminiamo poco dopo le 15, orario un pelo anticipato rispetto al normale, ma solo perché la meta era a oltre un'ora di macchina. Cielo sereno, temperatura primaverile. All'arrivo, il centro commerciale è comunque pieno. Che è una cosa normale, non eccezionale, perché tutti i negozianti di questo mondo aspettano dicembre per ripianare le scarsità dei restanti 11 mesi.



Il primo bersaglio è H&M. Quando litigate con la fidanzata non regalele una rosa, né un completino intimo, tantomeno un anello. Portatatela direttamente da H&M. Massimo risultato col minimo sforzo (economico). Mentre lei gira come un'ossessa fra le corsie, tu - agorafobico e per giunta miope - inizi ad avere giramenti di testa e il desiderio ardente di un secchio d'acqua addosso non ti fa elaborare la domanda del secolo. Ma perché nei settori di abbigliamento femminile i capi non sono ordinati per categorie? Perché le gonne si trovano vicino ai cappotti, e le sciarpe inframezzate ai perizomi? In ogni caso, davanti ai camerini ci si ferma. Gente ferma in attesa. La fila per provarsi i jeans come alle poste. Alle casse, poi, c'è tutto il tempo per una briscola. Ma la coda per le casse ce la siamo risparmiata: non abbiamo comprato niente, e poi non avevo portato le carte.

Secondo bersaglio: Mediaworld. E qui c'è da segnalare un epico scontro con una vecchietta in cerca di custodie per il suo smartefon. Scontro normale di sguardi, sia mai. Anche se in certe situazioni non si guarda in faccia  a nessuno. Normale lotta per la sopravvivenza, diceva Darwin. E mentre ti chiedi chi è possa comprare una tv che costa 7.200 euro, ti rimetti in fila per due normali cartucce della stampante.

Terzo bersaglio, la normalissima Coop. Il pezzo meglio per chi va nei centri commerciali in cerca di divertimento. Un po' come quando a Gta hai libertà di investire le persone, solo che qui usi il carrello.

Veloce passaggio in galleria, fra normali concorsi canori per bambini e tombole per niente normali.

Non ci fermiamo da Limoni, lì no. Odio le profumerie perché non hanno i prezzi esposti.

Sguardo all'orologio. Le tre file hanno rallentato la tabella di marcia, e imbranati dai sacchetti della spesa e dalla cornice di vetro 50x70 che stoicamente porto sottobraccio puntandola contro tutti i passanti negli ingorghi, decidiamo di uscire nel mondo reale. Anche se, forse, non normale.

Con un gridolino di soddisfazione: abbiamo evitato Berska. Bersciaka. Berscia. O come diavolo se scrive.




[Da Wikipedia
Nonluogo: Spazio in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o come porta di accesso a un cambiamento (reale o simbolico)]




domenica 24 novembre 2013

Mister! Mister! Matteo non respira!


Dall'Amiata narrano che "era troppo contento per aver fatto gol, ha fatto un'esultanza che... boh, non saprei nemmeno io come definirla". Poi giù, a terra. Sull'erba. Esanime. Un grido di gioia infinita stroncato dall'Infinito.

Dietro c'è tutto. La passione, il gioco, lo sport, lo sport che a quell'età lo fai quasi per inerzia, o perché ti ci spediscono i genitori o perché lì sono i tuoi amici, c'è la sveglia presto la domenica mattina, le speranze, le docce insieme, le piccole malizie, le piccole gioie. I sorrisi e le delusioni. I genitori in tribuna che berciano e quelli a casa perché devono seguire le gesta di un altro figlio. Arbitri cornuti e allenatori frustrati. L'importanza del defibrillatore e la sua inutilità in casi come questi.  Dietro c'è il viaggio disperato da Foiano ad Abbadia San Salvatore, un'ora di macchina o forse più con la morte nel cuore.

Quello che c'è dietro lo puoi solo immaginare. 
E se sei un giornalista lo devi fare, con un grande e doloroso sforzo. L'ho saputo presto, così en passant, nel giro consueto delle telefonate della domenica, l'ho saputo molto prima del lancio de La Nazione. Poi ci ho lavorato sopra, trascorrendo una soleggiata domenica pomeriggio di inizio inverno al buio dello studio. Fra ansie e scoraggiamenti. Fra sincera tristezza e un briciolo di "ma chi me lo fa fare". Chiamo un dirigente del Foiano quando è già buio, è in macchina, con lui ci sono i genitori e l'allenatore. Dio lo benedica, è lui stesso - il dirigente - a richiamarmi un'ora più tardi. Il mister si fa passare il telefono e rievoca quei 5 minuti di tragedia. Mister! Mister! Matteo non respira! Sembra voglia sfogarsi, o semplicemente è molto gentile.

Riattacco, non prima di avergli detto: "Un forte abbraccio a tutto lo staff e ai ragazzi del Foiano".
Silenzio, sospensione. Un sospiro.
Io, al suo posto, non so neanche se avrei risposto.
Invece lui si lascia andare a un estremo moto di educazione, come se il lutto rendesse tutti più fratelli, come se il lutto impedisse di mandare a cagare un rompicoglioni che disturba il dolore.
"Ok. Grazie. A risentirci".

Quello che c'è dietro lo puoi solo immaginare.


domenica 17 novembre 2013

L'ultima ruota del carro



L'ultima ruota del carro
Di Giovanni Veronesi; con Elio Germano, Ricky Memphis, Alessandra Mastonardi, Sergio Rubini, Alessandro Haber.
Voto MyMovies: 3 stelle e 1/2
Voto Cavalli Selvaggi: 6 e 1/2 




Presupposto: la commedia all'italiana è un genere nobile. Pensare che sia un genere facile (da fare e da guardare) non solo è sbagliato, ma è anche deleterio perché si arriva al punto in cui secondo l'opinione comune basta un'ambientazione nella vita normale e una famiglia normale per fare una normale commedia italiana. Con L'ultima ruota del carro, Giovanni Veronesi riesce - o di riffa o di raffa - a fare una vera commedia all'italiana.

La spinta propulsiva del film è la vita reale di tale Ernesto Fioretti, che oggi 17 novembre 2013 vive a Roma e fa l'autista di Veronesi e altri registi. La trama non è "ispirata liberamente a", la trama è - almeno stando a quanto detto da Fioretti stesso - ancorata alla sua vita per filo e per segno, da bambino a nonno. E' lui l'ultima ruota del carro, persona normalissima con un'esistenza normalissima dalla cui prospettiva "bassa" ci apprestiamo ad osservare i piccoli grandi eventi storici degli ultimi 40 anni, dall'omicidio Moro alla caduta di Berlusconi. 

C'è un po' di tutto a dire il vero, Paolo Villaggio e i Mondiali 82, la Roma di Batistuta e Gianni Agnelli, un'accozzaglia di cui non sempre se ne capisce il significato, il tutto mescolato alla condotta quotidiana di Ernesto che prima si sposa e ripudia il padre per un lavoro fisso, poi ripudia anche il lavoro fisso e si mette in proprio come autotrasportatore, poi entra nel mondo fascinoso e pomposo della politica, e infine torna a fare l'autotrasportatore. Qui invece un senso sembra esserci: spesso nei film gli ultimi sono dei poveretti sfigati che alla fine o si riscattano o finiscono in vera disgrazia, a seconda dei casi; qui gli ultimi invece sono ultimi dall'inizio alla fine, sono persone neutrali (quasi dei non-personaggi), sì consapevoli della loro amena vita ma non troppo intelligenti per esserne felici. Ma se ad interpretare dei non-personaggi arrivano Sergio Rubini, Alessandro Haber e Elio Germano (magistrale la sequenza di lui al volante che imita Berlusconi), allora si capisce bene che il film si fa piacere per la recitazione corale di tutti che sfiora quasi l'eccellenza.

Studiata bene anche la fotografia, più che discreta la regia. Pecca semmai un po' la sceneggiatura, banalotta e dal respiro affannoso (soprattutto nella prima parte dove scappa anche qualche sbadiglio), ma ovviamente questo è il limite più evidente in una commedia che dichiaratamente è ancorata a un'esistenza vera. E, del resto, personalmente apprezzo Veronesi più come regista che non come sceneggiatore. Nel finale ci si abbandona - forse giustamente - a sprazzi di pura retorica italiota, e la scena conclusiva non ha nulla a che vedere con il celeberrimo e celebrato Verdone in Manuale d'amore 2 (nonostante la piacevole presenza di Elisa). Ma tutto sommato la storia prende. Prende sul serio.

Metti che stasera io muoio

Facciamo un giochino. Metti che stasera io muoio.

Innanzitutto questo sarebbe l'ultimo post di Cavalli selvaggi e, visto l'argomento, avrei grosse chances di finire dritto dritto a Studio Aperto. Farebbero vedere nel servizio lo screen di questa pagina, e Salvo Sottile con il sopracciglio incazzato ci vedrebbe dietro qualcosa di losco.
Il link del post, del resto, sarebbe anche l'ultima cosa da me pubblicata in vita su Facebook, e anche qui la tragica coincidenza solleverebbe lo spirito melanconico dei romanticoni da social (spero pochi nei miei confronti), la razza di utenti che deve trovare ogni giorno una vittima da piangere per poi scordarsene immediatamente il giorno dopo.

Passiamo alle cose un pelo più serie. Tutti i miei incartamenti conservati gelosamente nello studio verrebbero bruciati (magari non subito, magari fra qualche anno) dai miei genitori. Quaderni, appunti scolastici, ricordi d'infanzia. Letterine d'amore. La speranza, perlomeno, è che non perdano tempo a leggerli. I libri no, quelli forse verrebbero perdonati della grave colpa di occupare spazio inutilmente. Ma nessuno sa che in mezzo a essi c'è un romanzo di Stefano Benni autografato, un cimelio che forse fra 50 anni - quando Benni sarà considerato il più grande scrittore italiano del post-moderno - varrà qualcosina in più del valore di copertina. E menomale che almeno adesso non ho in casa biglietti di concerti (nel 2012 tenni per sei mesi quelli per i Coldplay, l'inverno scorso quelli per Jovanotti, tutti rigorosamente nascosti...).

Lato informatico, e qui la situazione diventa ancor più seria. Premesso che in estate ho perso tutto il contenuto del mio hard disk (la frittata è già fatta, ahinoi), resta il problema degli account e delle varie info trasmesse via etere. Nessuno infatti conosce le password, che comunque conservo in un angolo nascosto della casa. L'account Gmail verrebbe chiuso automaticamente solo fra 2 o 3 anni, ingolfato da comunicati stampa, pubblicità di alberghi, newsletter di partiti politici, agenzie di lavoro, Groupon. Per fortuna l'account Virgilio è già vicino al collasso, quello Yahoo è morto da quel dì. Probabilmente perderei anche le due lire che tengo all'Unicredit e alle Poste italiane: i miei genitori, ammesso e non concesso che se ne ricorderanno, dovrebbero recuperare i vari pin (impresa impossibile: non li so nemmen'io, la mia mano destra li digita automaticamente per inerzia), e in seconda istanza recarsi agli uffici di competenza con in mano certificato di morte ed espletare tutte gli adempimenti noiosi del caso. Credo che sarebbe più conveniente rinunciarvi.
Che dire dell'account Facebook: il giorno che farò il testamento, scriverò sottolineato in rosso shoking che per prima cosa voglio che venga eliminato il mio profilo. Ma entro stasera non penso di scriverlo, quindi nessuno sa di questo desiderio, e la mia pagina continuerebbe a vivere pubblicando video fake e mettendo mi piace fasulli. Purtroppo, testamento o non, non potrò evitare che qualcuno venga a curiosare nella cronologia messaggi. Twitter, invece, faccia quello che vuole. 



Ma, prima ancora di sbrigare tutte le pratiche, i miei familiari si affannerebbero per farmi il funerale cattolico che io non voglio. Più volte ho espresso questa mia volontà, ma ho il fondato timore che mia mamma avesse sempre pensato che io scherzassi. 

C'è poco da ridere, se nemmeno tua madre sa cosa vuoi fare dopo la morte.

sabato 9 novembre 2013

Alle 4 for de Porta

Un tempo giocavamo a Snake sui nostri 3310, vestivamo le felpe della Lonsdale, e la domenica pomeriggio ci radunavamo tutti alle 4 "for de Porta".

"Vieni in pae?Se sì,fammi1sqillo".
 
Il rito irrinunciabile delle domeniche pomeriggio in paese, ogni santa domenica da ottobre a maggio, dalle 4 alle 7. Un rito che conteneva altri riti: la merenda dal Porcini, le chiacchiere al Cassero, le imboscate (nel senso di "andarsi a imboscare", non nel senso che arrivavano i carabinieri) nei vicoli. Gli intrallazzi al buio dei Pini. I pettegolezzi, le fughe, le storie di paese. Era una stupenda caccia al tesoro continua. E il Regirò, udite udite, apriva anche di pomeriggio!
Un tempo, ora non più.
Castiglion Fiorentino, Corso Italia, 3 novembre 2013, ore 16:58
Questa foto è stata scattata dall'amico Marco Di Dato (che ringrazio per averla concessa) alle 5 del pomeriggio di una delle prime domeniche propriamente invernali.
Il cuore pulsante di Castiglioni non batte più. Morto.
Guardate quest'immagine per 20 secondi: angoscia, desolazione, desertificazione.
Personalmente anche un brivido di orrifica preveggenza, visto che all'indomani del dissesto mi spinsi con noncuranza a descrivere uno scenario apocalittico molto simile. Ma, in fin dei conti, io volevo solo esorcizzare il timore che accadesse. E invece, eccoci qua.

Potremmo star qui a discutere sul dissesto, sui progetti di valorizzazione sociale e culturale, sul turismo; potremmo urlare che Castiglioni è piena di vitalità, che le iniziative non mancano (ed è vero), che l'associazionismo qui è un vanto; potremmo riempirci la bocca di tante belle parole assolutamente vacue.
Ma io mi chiedevo altre cose: se le iniziative sono tante, allora perché fuggiamo via? Perché pretendiamo che altri vengano, se poi noi per primi non viviamo la città? Cosa vogliamo in più di quello che una città di 15mila abitanti riesce ad offrire? Aveva forse ragione Ligabue con la storiella di Eddy Merckx?

venerdì 1 novembre 2013

Le Iene dal sangue dolce

Con il suo stile e il suo linguaggio ha fatto la storia della tv anni 00, e considero Davide Parenti semplicemente un genio. Le Iene sono state l'eccezione che conferma la regola, la dimostrazione che può esistere una controcultura dei mass-media. Un metodo rivoluzionario di fare televisione: il cinismo spietato dei servizi d'inchiesta mixato al sarcasmo di certe rubriche mai banali.

Qualcosa, però, si è incrinato nelle ultime due stagioni.
La luce abbagliante della retorica mediatica ha accecato Ilary Blasi e co.
Il primo sintomo: i pipponi qualunquisti di Brignano. Il secondo sintomo: il tam-tam fin troppo stuccoso sul famigerato metodo di cura Stamina. Il terzo: le immagini di agnelli con due teste fatte vedere di sfuggita nell'ambito di un servizio sull'inquinamento dei rifiuti tossici nella campagne di Napoli.

Tre indizi fanno una prova, e la prova del 9 è stata la puntata di martedì scorso. Nell'ordine: una marchetta a Checco Zalone (peraltro protagonista di una performance abulica); un servizio di Giulio Golia sulla carne di delfino servita nei ristoranti; l'ennesima crociata di Nadia Toffa contro i pedofili; uno scoop servito sul piatto da un giornalista che evidentemente ha voluto farsi un po' di promozione; ancora uno stancante excursus su Stamina; il finto-sordo che rappresenta un'altra delle millemila truffe ai danni dell'Inail e che si trova in qualsiasi report di televisioni locali.
Nel finale si salva l'eroico Enrico Lucci, forse l'unico esempio rimasto di Vera Iena.

Non ne conosciamo i motivi (c'entra qualcosa l'auditel?), ma certo Le Iene hanno perso il cinismo, l'irriverenza, la crudezza. Divergendo addirittura verso una "tv di militanza", dove i messaggi e le buone novelle si susseguono. Insomma, Le Iene si sono addolcite.

Forse agli spettatori piace così.
Ma voi ve lo immaginate Tim Roth che nel mezzo del film si alza in piedi e dice "andiamo ad uccidere quel ristoratore che serve carne di delfino!"?

martedì 29 ottobre 2013

Buongiorno Italia, buongiorno Mary

Il nuovo singolo di Robbie Williams, Go gentle, ha un intro che si può tranquillamente e serenamente sovrapporre alla celeberrima L'italiano di Toto Cotugno.

Provare per credere: qui Robbie, qui Toto.

E' chiaro che non si tratta di plagio, perlomeno non abbiamo motivo di pensarlo. E questa curiosità è passata un po' stranamente sotto silenzio: se cercate "robbie williams toto cotugno" su Google non ci sono risultati in merito (incredibile a dirsi), e della cosa ne ho sentito parlare solo di sfuggita una mattina in radio. Colmeremo noi questa lacuna. Dicendo che, ammesso che non si tratti di plagio, anche solo pensare per un nanosecondo che Robbie Williams, lui, la grande popstar britannica, emblema mondiale e storico di una generazione musicale, abbia riproposto il motivetto banalotto e molto orecchiabile di Buongiorno Italia, buongiorno Maria, ecco, all'idea di Robbie che segua con 30 anni esatti di ritardo una canzone nazionalpopolare italiana, un primo sorriso ci scappa. Perché Cotugno è sempre stato uno di noi, il simbolo dell'Italia per bene e quindi sempre perdente (quante volte è arrivato secondo a Sanremo nemmeno lui lo sa), che in quella canzone esaltava i difetti di un popolo. E nonostante questo (oppure: proprio per questo), il popolo ha sempre amato quella canzone, elevandola a simbolo di un'intera epoca. 

Fatte le dovute premesse, e nell'ipotesi di poter tuffarsi senza ritegno in un inutile e lezioso confronto socio-storico-culturale fra Italia e Gran Bretagna, il secondo sorriso ci scappa a leggere il testo di Go gentle, dove a un certo punto ti imbatti in qualcosa del tipo

Non perdere tempo con gli idioti che pensano di essere eroi
loro ti tradiranno
stai vicina a noi tipi strani.


Peraltro questo non è il primo caso: la più bella canzone degli anni 00, Viva la vida dei Coldplay, ha un ritornello identico al ritornello de Il gatto e la volpe di Bennato.

sabato 19 ottobre 2013

La Fratticciola e la nobile arte pop

Ph Andrea Migliorati

Alla Mostra del carro agricolo della Fratticciola c'ero stato da bambino, o forse no, chissà. Da bambini le fiere son tutte uguali. Poi ci sono tornato quest'anno. Nel mezzo l'edizione 2012, edizione passata alla storia per una sterile e quanto rocambolesca polemica sui parcheggi, con qualcuno che si era spinto a scrivere una lettera alle testate locali per lamentarsi del “fango”. Avete capito, sì, il contesto? Come se un turista alle cascate delle Marmore si lamentasse dell'acqua che lo bagna.

Non sapevo se ridere o piangere. Nel dubbio decisi che l'anno dopo ci sarei tornato.

E questo fazzoletto di terra, una terrazza rustica e privilegiata su Cortona, neanche un chilometro quadrato di case e di campi, ti spiazza. È come andare all'Italia in Miniatura, o come trovarsi dentro un set di un film western (cioè, io non ci son mai stato, ma provo ad immaginarmelo). Ma qui non è business, non è show. Qui è vita, natura, storia. Qui si respira l'entusiasmo, la passione, l'orgoglio atavico di una piccolissima comunità. Qui si sospende il tempo e il mondo esterno, e tutto diventa un teatro a cielo aperto dove si vive il rito autentico della storia che fu. O della storia che sarà. Nelle donne che indefessamente arestano le castagne, nei ragazzini vestiti a tema (dove l'avete lasciato l'iPhone?), nei residenti che aprono il loro cortile agli ingenui forestieri. Nel teatro di piazza del sabato sera. Si respira ovunque l'arte pop nella sua concezione più nobile del termine - le polemiche “pop” sui parcheggi, per inciso, ne erano la concezione più grezza, ma questa è la democrazia: prendere o lasciare. 

Non ci son corse di animali, non ci son Giostre, non ci son cavalli (da corsa). Si esorcizza il Mondo e la Morte che arriva (l'inverno, nelle culture contadine, è la Morte) con un semplice pagliaio dato alle fiamme.

Il fuoco notturno: la potenza sfolgorante della vita che si dissolve nel buio cosmico.

Ph Andrea Migliorati








Non servono i soldi, servono le idee e la passione. Così, semplicemente.



Ringrazio l'amico Andrea Migliorati per aver gentilmente concesso i due scatti. Per vedere il servizio completo:  http://andreamigliorati.zenfolio.com/p902958832/h2AF599D1#h2d85012d

sabato 12 ottobre 2013

[OFF TOPIC] Svolta nel Palio, Porta Fiorentina ha un cavallo di contrada

Articolo tratto da Valdichianaoggi.it

Nel pieno dell'inverno paliesco il terziere di Porta Fiorentina ha sorpreso tutti con l'annuncio di una novità assoluta che ha un qualcosa di rivoluzionario. Melissa Bella, la splendida protagonista della doppietta 2011-2012, è il primo esempio di cavallo di contrada del Palio di Castiglion Fiorentino. Da oggi Melissa Bella è a tutti gli effetti di proprietà del rione arancioverde che la accudirà nei locali della tenuta Paglicci Reattelli di via Madonna del Rivaio, locali che ormai tradizionalmente ospitano le stalle dei cavalli anche in tempo di Palio e che si affacciano di fronte alla chiesa della Madonna delle Grazie del Rivaio (in cui onore si corre appunto la terza domenica di giugno di ogni anno).
Melissa Bella, benedizione cavalli e fantini Palio 2012
La nuova battezzata arancioverde, bellissimo esemplare di femmina baia di 8 anni, verrà presentata con una simpatica cerimonia domani pomeriggio (domenica) dalle ore 17 presso la stalla che da ora in poi sarà quindi anche la sua nuova casa. Abituati fin troppo alle formule dell'ingaggio e dell'estrazione, il "cavallo di contrada" è un'idea sicuramente positiva che irrompe brutalmente nei meccanismi tradizionali di un Palio e vien da chiedersi perché nessuno non ci aveva pensato prima. La risposta sembrerebbe semplice: perché implica un investimento economico e soprattutto un enorme disp iego di energie. "L'investimento è stato fatto per dare un segnale di novità al Palio" commenta un entusiasta Andrea Nicoletti, il priore del terziere arancioverde che poi tiene a ringraziare la proprietà dell'immobile per aver concesso questi spazi.
Melissa Bella sarà seguita giorno e notte dallo staff tecnico del Palio coordinato dal capitano Loris Fanelli, uno che ha inseguito intensamente l'obiettivo, e sarà allenata da Alessandro Nucci. Ovviamente la cavalla, compatibilmente con il suo stato di forma e di salute, prenderà parte ad altri palii nel corso dell'anno: è certa la sua presenza a Bientina a luglio, mentre dovrebbe come tutti gli anni essere protagonista anche al Palio di Bomarzo. Lo staff medico di Porta Fiorentina penserà in ogni caso a preservare Melissa Bella in previsione della terza domenica di giugno, e questo è un altro effetto benefico e positivo dell'avere un cavallo di contrada. Melissa Bella ha corso gli ultimi quattro Palii di Castiglioni per Porta Fiorentina, vincendo nel 2011 con Gianluca Mureddu e nel 2012 con Silvano Mulas, ed è sicuramente uno dei barberi che hanno fatto la storia recente al Parterre.

lunedì 7 ottobre 2013

Dal box dell'Eritrea

Ho seguito il Mondiale Juniores di ciclismo. Per uno strano gioco di coincidenze e conoscenze l'ho seguito direttamente dal box dell'Eritrea - anche il mondo del ciclismo si è globalizzato e ora i neri, oltre che correr più forte delle gazzelle sulle zampe, menano anche sui pedali. 

I ragazzi eritrei, tutti 17enni o appena appena maggiorenni, hanno abitato per due mesi esatti in Italia, sulla collina di San Baronto, per preparare la corsa del Mondiale. Lontano da casa, lontano da tutto. Allenamenti, gare, fatiche, dolori, solitudini. In un mondo nuovo, inesplorato, talmente sconosciuto che per allenarsi spesso facevano la stessa strada avanti e indietro per ore e ore. Paura di perdersi, sapete com'è.

Insomma si arriva al giorno del Mondiale. Pronti via, va via una fuga di 15 corridori. Dentro nessun eritreo. Nei box intanto si preparano i rifornimenti e il direttore sportivo - un signore di colore sulla quarantina che parla l'inglese con un accento perfetto - scrive freneticamente i bigliettini con i consigli tattici da passare ai suoi ragazzi. Ma i chilometri passano, il vantaggio della fuga aumenta, diventa abissale, incolmabile, e gli occhi del direttore sportivo si incupiscono. In quegli occhi si leggono i mesi e mesi di lavoro a 5mila chilometri di casa per inseguire un sogno che ora viene infranto da un banale maledetto errore tattico. Chi ha fatto il ciclista e poi il ds, in casi come questi prova godimento o rabbia, a seconda dei casi: ci godi se è il tuo avversario a esser rimasto dietro, ti incazzi se invece indietro sono rimasti i tuoi. Per la prima volta non ho provato niente di tutto ciò. Ho solo desiderato intensamente che la fuga venisse ripresa.

La fuga, santiddio, viene ripresa.
Il direttore sportivo torna a caricarsi, corre qua e là con le borracce e i pizzini, dispensa consigli, balletta per l'ansia. Torna a sperare.


Poi alla fine i ragazzi eritrei si sono comunque ritirati tutti tranne uno. Ma erano comunque sereni. Il sogno non l'avevano raggiunto, no, assolutamente quello no, ma la cosa importante era che si fossero arenati da soli, che non avessero da prendersela con il Fato, il destino o con Allah, che non li avesse fermati un banale errore tattico. Che non li avesse fermati una coperta che si incendia in un barcone.

sabato 5 ottobre 2013

Un tempo avevo un blog

Non chiedetemi perché apro un blog. Non lo so neanch'io. So che un tempo ce l'avevo. Lo creai nel novembre del 2005 e lo abbandonai più o meno quattro anni dopo. Ebbi anche il mio pizzico di notorietà, una citazione dall'altare della chiesa del mio paese. Storia lunga, meglio non pensarci. Ci tenevo, io, al mio blog. Così tanto che quando si sparse la leggenda secondo la quale Splinder avrebbe chiuso a breve, e soprattutto quando si scoprì che la voce aveva un fondamento, iniziai a salvare su word i miei migliori post. Li stampai anche, non si sa mai. Come foto profilo avevo uno scatto che il fotografo del Mirage mi fece a Capodanno 2007, io in camicia a righe blu e nere e cravatta d'oro e uno starlight in bocca. Volevo metterla come foto di questo post inaugurante ma tempo fa tutto il mio archivio digitale si è volatizzato. Addio foto, addio blog cartaceo. Ah no, quello l'avevo stampato.

In ogni caso, qualsiasi interpretazione è libera. 

Si comincia con uno spazio bianco

(Si comincia con uno spazio bianco. Non dev’essere necessariamente carta o tela, ma secondo me dev’essere bianco. Noi diciamo bianco perché abbiamo bisogno di una parola, ma la definizione giusta è “niente”. Il nero è l’assenza della luce, ma il bianco è l’assenza della memoria, il colore del non ricordo.
Certe volte nelle ore piccole penso all’orizzonte. Bisogna stabilire l’orizzonte. Bisogna segnare il bianco. Un atto abbastanza semplice, direte, ma ogni atto che rifà il mondo è eroico.)