martedì 31 dicembre 2019

Dall'Osteria del Sole all'Asmana, due storie di (stra)ordinaria antropologia

Partiamo dalle fredde statistiche di Google e Tripadvisor, che non potremmo mai equiparare a un giudizio oggettivo, freddo e sereno, ma di cui dobbiamo tenerne conto, nel bene e nel male.

L'Osteria del Sole (1465-oggi), vicolo Ranocchi 1, Bologna: Google 4,6Tripadvisor 4,5

Asmana (2015-oggi), via Salvador Allende 10, Campi Bisenzio: Google 4,7Tripadvisor 4,5



Come siamo arrivati in 550 anni dall'Osteria del Sole all'Asmana, dallo Zenit al Nadir o viceversa, cosa sia successo nel frattempo, cosa abbiamo mangiato, bevuto, fumato, pensato, creduto, amato ed odiato, bé, questo solo gli antropologi ve lo potranno dire.

Noi poveri impiegati, idraulici e agenti di commercio possiamo solo fotografare le due storie di (stra)ordinaria antropologia e riportarle a casa. Magari un giorno ci torneranno utili.



OSTERIA DEL SOLE

All'ora dell'aperitivo del sabato a cavallo fra Natale e Capodanno, nonostante l'aria gelida arrivata nelle ultime ore, Bologna è più viva che mai. Via D'Azeglio è un gioiello, con le sue luminarie instagrammabili dedicate a Cremonini (potrebbero essere oggetto di un'altra storia, più o meno simile a quella di Castiglione del Lago, dove per motivi squisitamente e dichiaratamente turistici si è creato ex novo un Albero di Natale sull'acqua, e tanti cari saluti alle radici di un simbolo culturale o religioso che sia: Gubbio noi non ti dimenticheremo). 

Attraversiamo Piazza Maggiore verso via Pescherie Vecchie, piena zeppa di locali in fotocopia che propongono in vetrina forme di Parmigiano e mortadelle enormi, e nel menù taglieri, tigelle, prosecchi, lambruschi e pop corn. In una traversa, al numero 1 di vicolo Ranocchi, la storica Osteria del Sole. Storica nel senso di storica: è stata aperta nel 1465. Da fuori, qualche foglio A4 scritto col pennarello e neanche l'ombra di un'insegna, sembra più un circolo Arci di qualche paesino delle Marche, di quelli dove ti servono l'amaro nel bicchiere sbeccolato. Dentro, la sensazione si rinforza piacevolmente alla vista del lavello di acciaio come quello della cucina di mia nonna e dei tavoli di legno scuro e di formica. All'Osteria del Sole si beve e basta. O meglio, si beve, si parla, si scherza e si vive. Chi vuol mangiare è liberissimo di portarsi tutto l'occorrente da casa o dal negozio accanto, ed ecco che si dispiegano sulle tavolate grandi carte di mortadella, prosciutto, taralli e focacce varie. Così coraggiosa ed autentica nel conservare intatto nei secoli un rito popolare, che si è tramandato nelle generazioni senza dare mai l'impressione di piegarsi alle leggi del tempo, l'osteria sprigiona in appena 15 minuti di visita un “senso del luogo” devastante. Come essere in chiesa o al museo. Certo è che l'arte e il sacro hanno altre forme, ma anche qui si è fatta la storia dell'uomo.



ASMANA


Può un centro benessere o una spa, dategli il nome che vi pare, assumere le forme dell'intrattenimento e del “turismo” di massa? No, non può. Semplicemente non può, è una contraddizione in termini. Sarebbe come aprire un ristorante per vegani stilando un menù con piatti di carne e pesce. Eppure all'Asmana la formula funziona, quindi tanto di cappello al Signor Asmana che ne ha avuto l'idea imprenditoriale. Perspicace e lungimirante.

Il punto però è proprio questo: funziona sì, ma... da quale punto di vista?

Dal punto di vista dei visitatori dentro l'Hammam, nudi accalcati e stipati contro le pareti umidicce, in fila per uno scrub al pan di zenzero, che poi non so perché lo chiamano così visto che c'è tutto meno che il pane e lo zenzero? Oppure di quelli seduti nelle “tribune” della sauna più grande dove uno spettacolo Tribal con musiche afro, luci psichedeliche e le acrobazie del Maestro di cerimonia, un ragazzo in bermuda (simpatico e anche bravo, niente da dire) che sventola l'asciugamano alla stessa maniera in cui i pizzaioli napoletani fanno volare la pizza, ricevendo non uno ma ben due applausi (gli applausi! In sauna!). 
L'Asmana funziona per coloro che schiamazzano dentro la grotta, ridendo sguaiatamente e più forte del frastuono della cascata per le divertentissime (?) sensazioni provocate dal caldo/freddo? E per coloro che tentano di rilassarsi nelle zone relax, che sono tante perché probabilmente avanzavano degli spazi e gli architetti non sapevano cosa infilarci, ma sono tutte uguali, senza un'anima? In un via-vai strascicato di infradito, non ci è concesso neanche un pizzico di musica “meditativa”, di attenuazione luminosa o di una tisana. Il letto di casa mia è più riposante, perlomeno gli unici rumori molesti che sento sono il canto degli uccelli o il miagolio dei gatti affamati. Certo è che i Gigli e l'Ikea hanno altri contenuti, ma anche qui... va bé, lasciamo perdere.

lunedì 19 agosto 2019

Lo spada è sul fuoco, sarà pronto in due minuti. Si goda la festa [Salento 2.0]


Nel mio breve curriculum da turista non era ancora successo che fosse presente un doppione. Al Salento il merito della prima volta. Prima volta in masseria, scelta fortemente voluta e accuratamente cercata, perché credevo – o perlomeno speravo – che potesse rappresentare uno strumento efficace per poter sentire sulla pelle l'anima di questo popolo, la sua storia, la sua vita vera. Questo non è il diario di viaggio di una vacanza, perché significherebbe appunto fare un doppione e il Trippi è come Paganini, odia ripetersi. Più che altro perché è maledettamente inutile. Questo è il diario dell'Autenticità che ho visto negli occhi della gente.

Torre dell'Orso: Le commesse del Market Bar California
Meta inedita. Breve insenatura sabbiosa, famosa nei trend-topic per le Due Sorelle e per i Caraibi del Salento (che in realtà è semplicemente il nome di uno stabilimento), che combatte sul fronte mare l'erosione delle onde e sul fronte terra l'erosione antropica che ha inspiegabilmente preso di mira questa marina di Melendugno, decine di villaggi accalcati su una spiaggia che misura appena 7/800 metri. Sono curioso e terrorizzato all'idea di sapere cosa ne sarà di questi lidi fra 30-40 anni mentre attendo il panino al banco gastronomia del primo alimentari che troviamo sul lungomare, il California. Le commesse dietro il vetro, due donne che alzano l'età media degli occupati nel mondo del turismo salentino, appaiono molto stanche e accaldate, ci servono senza abbozzare il minimo sorriso contando i minuti alla fine del turno. Mi chiedo da quanto tempo lavorino qui, che cosa facessero prima che Torre dell'Orso venisse sommersa di gente, case e macchine. Scelgo un panino già pronto, confidando di alleviare almeno un po' le loro pene.

San Foca: I ragazzi dell'Enoteca Re di Vino
Beccata per caso sulla via principale di San Foca, una sera in cui il programma prevedeva
la Sagra del Pesce (annullata per non meglio precisati motivi...), e preferita ai locali concorrenti sulla scorta di una veloce analisi delle recensioni (che risulteranno essere in gran parte false: è curioso questo fatto delle recensioni fittizie che “sporcano” la reputazione di alcune città sì e altre no, come fosse una malattia che colpisce a macchia di leopardo). L'enoteca – gestita da 2-3 ragazzi giovani, brillanti e spigliati - ci ha accolto con un entusiasmo che ci ha quasi disorientato. Al momento dell'ordinazione, il cameriere va contro i propri interessi avvisandoci che abbiamo scelto troppi piatti, non ce la faremmo a mangiare tutto, dice lui. Aveva ragione.

Santa Maria di Leuca: Marco, lo skipper
Scopre che io non faccio il bagno e in tre secondi ha già preso la maschera e si è tuffato nella Grotta del Soffio, “tanto ci sei te a dargli un'occhiata” riferendosi al barchino noleggiato per un'escursione completa e approfondita alle grotte sul Canale di Otranto. Forse perché siamo brave persone, o forse perché è bravo lui a fare la guida (benché a un primo sguardo non ne abbia le caratteristiche: poche parole in dialetto stretto, qualche sguardo qua e là, pochi convenevoli e tante sigarette), ci porta a una grotta sommersa nei pressi del Ciolo che non compare nei radar delle guide turistiche. Gliene siamo grati. Felice più di noi, si tuffa un'altra volta, “sono anni che non torno lì dentro” e giù nell'acqua blu.

Lecce: La signora del Mezzo Quinto
Cibo di strada in pieno centro storico a Lecce, localino gestito da una signora che è l'anima del posto: simpatica a tratti istrionica, veloce nel servire polpette e parmigiane e nel fare i conti un po' a mente e un po' a penna. Spadella qua e là, servendo decine di clienti nel giro di qualche minuto, regalando sempre delle parole di cortesia a tutti. Ho sempre ammirato gli addetti al pubblico che lavorano con questa rapidità, mi fermo quasi incantato ad osservarne le gesta, e ci ripenso anche il giorno dopo al Balnearea di Alimini (il bagno probabilmente più rinomato della spiaggia di Otranto), preso d'assalto a Ferragosto a suon di Mojito e Corona - ma chi è che ancora beve la Corona nel 2019?! - ecco insomma mentre sono lì in fila con lo scontrino da 20€ per due cocktail osservando il barista che si “incolla” gli scontrini alla fronte sudata o apre le bottiglie con la montatura degli occhiali da vista a titolo di “show”, penso che è stranamente piacevole questo particolare e inaspettato savoir faire salentino.

San Donato di Lecce: La volontaria del Fish & Gin
Il Fish & Gin è balzato al primo posto della classifica assoluta delle mie sagre preferite.
Un'organizzazione impeccabile, che qui da queste parti è comunque la prassi, accoglie il pubblico in un parco (composto da giardini non proprio vivaci, ma sai com'è, su questo dobbiamo far buon viso a cattivo gioco, sarebbe come pretendere il ghiaccio nel deserto) dove si degusta il gin accompagnandolo a cibo di strada variante pesce. Una chicca. Al banco “pesce alla brace” una volontaria della festa, una bella donna sorridente e giustamente agghindata da cameriera, sta parlando con una cliente (che, per assurdo, non pare una turista). “Tutto a posto?” chiede la cameriera, “no, sto attendendo lo spada...” risponde lei decisa. “Ma io le chiedevo se era tutto a posto così per fare due chiacchiere – ride la cameriera -, si rilassi signora, lo spada è sul fuoco, sarà pronto in due minuti. Si goda la festa”.

Masseria Bosco Mazza: Giuseppe
Chiudo con la magia della masseria. Soggiornando in una masseria speravo di percepire lo spirito salentino, impresa nella quale non ero riuscito un granché nel 2016. Non so se ci sono riuscito, ma la storia di Giuseppe, a Bosco Mazza ereditando il terreno da quattro generazioni, host ammirabile, agronomo direttamente coinvolto nella gestione, che senza tanti fronzoli e senza mai forzare un carattere riservato per “dovere di accoglienza”, ci ha aperto le porte di questo piccolo mondo a due passi dal caos di Torre dell'Orso ma incredibilmente pacifico, immerso dentro una distesa di alberi, con file interminabili di ulivi e frutteti “in sperimentazione” - è la storia emblematica di cosa significhi per il turismo ma forse un po' per tutta l'antropologia dei popoli italiani, orgogliosamente italiani direi, riscoprire l'autenticità dei luoghi storici agricoli dopo averli riadattati a strutture ricettive. Sono le storie vere, come quella di Giuseppe, che salveranno la genuinità del viaggio e il piacere della scoperta.

giovedì 1 agosto 2019

Avere 31 anni e l'estate


Mi mancano i gavettoni. I palloncini pieni d’acqua, mattinate intere per riempirli, tre minuti per scoppiarli tutti. Le sistole e le secchiate, molto più efficaci.

Mi manca il gelato del Frasca, al Bottegone. E quel mercoledì di inizio luglio, nel 2006, in cui ne mangiai tre.
Mi mancano le palle matte dell’Amico in più, al Vallone, le sere dopo le domeniche al lago. Quando al lago facevamo il bagno, e ne eravamo discretamente estasiati.

Mi manca il quintiglio, in via dell’Ulivo. O le bocce dal Gorelli. Mi manca aspettare fuori in giardino, di notte fino a tardi, le gambe distese e le mani incrociate dietro la testa a guardare la luna. Le timide cicale. Qualche motorino in lontananza. Mi manca aspettare, in quei momenti, che mia mamma tornasse dal lavoro. Che ci crediate o no, riconoscevo il rumore della Escort bianca già al semaforo della chiesa di Manciano. Il desiderio è la Red Bull delle nostre capacità sensoriali, più o meno come il gin tonic o la cocaina.

Mi mancano i lunedì mattina. Il giro di defaticamento dopo la corsa della domenica (sempre quello: Camucia - Fratta - Capannacce) con sosta all’edicola per comprare i quotidiani (i quotidiani, a 14 anni). Mi manca la ciaccia del paneo, 50 centesimi se non ricordo male e un lago di olio, una specialità gastronomica che stordiva tutti i sensori gustativi tanto era la sua potenza. E la pizza? La pizza la prendeva mia nonna, tutti i martedì, giovedì e sabato.

Mi mancano i ferragosti quando erano Ferragosti. La sublimazione della giovinezza, la glorificazione della pubertà, il Santo Patrono dei non-patentati: ecco cos’era il Ferragosto. Me li ricordo tutti, ci puoi contare. La perfetta simbiosi fra l’Estate dell’uomo e l’Estate del calendario. I colori erano più accesi quel giorno, come se un dio benevolo avesse swippato la saturazione del mondo da 0 a 100 in tre secondi, ci puoi contare anche su questo.

Mi manca il granturco e il Bacardi. Il winner taco. Mi manca il beach volley sul prato che forse, a ripensarci adesso, avremmo dovuto chiamare green volley. Mi mancano il “monumento” e la “statua”.  La frittura della rosticceria di Marina di Grosseto, in quell’unica e gloriosa giornata di mare che ci era concessa. Mi manca l’11 agosto 1999, che gli astronomi associano a una delle eclissi solari più violente del secolo, e mi manca Max Pezzali, che quella eclisse la mise nel videoclip di Grazie mille. In certi ambiti a Max Pezzali non gli insegna niente nessuno. 
E mi manca Estate di Jovanotti, a cui viene sempre preferita quella merdata de L’estate addosso, ma va bene così, almeno resta solo mia. Mia, e di quelle 37.536 persone che erano con me dentro lo stadio Franchi. L’eternità è un battito di ciglia.

sabato 20 aprile 2019

C'era una volta lo Zio Sadam

“Nonna, vado allo zuccherificio” e via di corsa sulla mini-bmx blu con la sella gialla, lungo i 750 metri che separavano il “villaggio Trippi” dallo stabilimento della Sadam. Una scena che si ripeteva quasi quotidianamente, da dopo Ferragosto fino all'inizio della scuola, alle quattro e mezzo del pomeriggio, dopo la merenda e dopo le anonime e ripetitive corse in bicicletta attorno alla casa.

Il grande piazzale dello Zuccherificio, l'immenso parcheggio adibito all'attesa dei tir prima dello scarico, rappresentava l'attrazione estiva di fine millennio. In ammirazione delle lunghe file di camion, fra polvere, sabbia, asfalto sgretolato e pezzi ammaccati di radici, e più aumentavano i mezzi e più aumentava lo stupore, come fosse una sorta di competizione, un campionato mondiale di barbabietole da zucchero in cui l'incremento esponenziale della produzione dell'azienda diventava – forse inconsciamente, forse per semplice proprietà transitiva - una “bella cosa” per tutti, sotto quella luce calda, gialla e afosa di fine estate.

Lo Zuccherificio ha segnato la storia di molte famiglie castiglionesi. Compresa la mia nel bene e nel male (per fortuna “non troppo” nel male). Dalla sua creazione alla sua distruzione. Ci ha segnato più di quanto ne siamo consapevoli, probabilmente: per convenienza psicologica, Zio Sadam è diventato ormai un oggetto anonimo a cui non si fa più caso nello scorrere delle nostre insulse vite, come lo scaffale della farina al supermercato o come i titoli di coda del telegiornale. Eppure i suoi resti sono ancora visibili, in tutta la loro angoscia, il loro degrado, il loro senso di morte e sconfitta. La sconfitta di un Uomo che è venuto, ha trasformato e poi se n'è andato. Senza preoccuparsi di rimettere a posto i cocci.

Il ritrovo serale di Manciano City, ovvero di coloro che risiedevano e comandavano in via dell'Ulivo, era al monumento di Benigni. Sfrecciavano i tir fino a notte fonda, in un fragore di ferro e sospensioni arruginite, e noi salutavamo quasi tutti gli autisti. Talvolta rispondevano col clacson, talvolta no. E allora partiva l'amichevole e innocua sassaiola.

A 15 anni dalla morte di Zio Sadam, lo Zuccherificio non fa più notizia e, paradossalmente, è proprio questa la notizia: in un territorio, comunale e provinciale, che da alcuni anni ha improvvisamente fatto all-in sulla valorizzazione del paesaggio e delle eccellenze in chiave turistica, uno switch culturale neanche lontanamente ipotizzabile in quel giorno a metà anni 00 in cui la celebre torre centrale fu fatta demolire, abbiamo uno scempio ambientale che si estende su diversi ettari ad appena 2,8 chilometri dalle prime case del centro storico (la corsa insegna a prendere dimestichezza viscerale con le distanze, già). Eppure, sembra che Zio Sadam sia diventato invisibile. Su Il Corriere d'Arezzo, Luca Serafini scrisse in autunno un pezzo bellissimo e significativo: nella sua apparente banalità e brevità, fu “illuminante” accorgersi – non senza un pizzico di stupore – quanto di banale ci fosse ben poco in un ecomostro di queste dimensioni.

Una volta, una volta sola però, sono anche andato a pescare ai laghetti. Ero con mio babbo ed Emanuele, e forse è stata l'unica occasione in assoluto in cui ho tenuto la canna per più di mezz'ora. Era una domenica mattina di inizio estate e il ricordo più bello della giornata fu il panino al prosciutto per colazione. Era pieno di pescatori, all'epoca, e gli argini erano ricoperti di una terra biancastra e gessosa, sedimenti presenti ancora oggi, dal ponte sul Renello de La Nave (ponticello che ancora conserva il fascio littorio) fino ai terreni del Giuncheto.

C'è stato un periodo in cui però lo Zio Sadam ha fatto notizia, eccome. Una battaglia durata alcuni anni a cavallo del 2010, urlata e molto vigorosa, contro lo spauracchio di una possibile alternativa allo Zuccherificio. Convegni, comitati e tante giornalate utili per le varie campagne elettorali di quel particolare periodo storico. A quanto pare la battaglia è stata vinta, evviva!  

Ma il cadavere di Zio Sadam è sempre qui, insieme a noi, puzza di stantìo ed è abitato da istrici, lupi e cinghiali. Inerme. Sfigurato dal tempo, deturpato dalla vetegazione selvaggia. Location di gare clandestine e incontri segreti. Cimitero di rifiuti e inerti. Deposito transennato di cassonetti, che sostano silenziosi in fila indiana sotto la pioggia e sotto il sole come tanti soldatini seguendo le poco nobili orme dei loro predecessori con le ruote, un contrappasso beffardo per chi lottava per l'ambiente e oggi si ritrova una discarica al posto dello zuccherificio
Lo Zio Sadam ha ormai rinunciato ad avere un futuro roseo.
E, del resto, come dargli torto.
Ti vorrei augurare di tornar a miglior vita, un campo da golf o una pista da go-kart sai che figata, caro Zio Sadam, ma per il momento mi accontenterei di non vedere più il tuo cadavere.

venerdì 5 aprile 2019

Distillato per estirpare la tristezza apparentemente incurabile

Carica di significati, talvolta solo apparentemente evocati, talvolta addirittura subliminali, e pervasa da atmosfere e pennellate volutamente (forse un po' troppo?) epiche, Peaky Blinders ha tutti gli ingredienti per diventare la serie tv più memorabile di quest'epoca e, soprattutto, per acquisire lo status di “cult”. La fottuta banda guidata da Thomas Shelby, leader familiare di una sorta di fratelli Karamazov ambientati nell'Inghilterra industriale del primo dopoguerra, lo meriterebbe.
Vediamo perché, se ci riesco.

1)Thomas Shelby. Complesso e spigoloso, dilaniato da disturbi post-traumatici originati dall'esperienza al fronte, magistralmente messo in scena da Cillian Murphy, e “ambiguo” fin dalla sua fisionomia: troppo giovane e troppo smilzo per il peso specifico del personaggio che rappresenta. La curiosa contraddizione non influisce sulla credibilità della sua storia, anzi ne accentua lo spessore. Non è un caso che solo nel momento più basso della vicenda familiare [ATTENZIONE SPOILER], ovvero il funerale di John alla quarta stagione, Thomas riveli l'origine di tutto con un breve discorso catartico. A noi viene quasi automatico perdonarlo o comunque giustificarlo, ancor prima che lo facciano i suoi parenti.

2)La colonna sonora. Meravigliosa la sigla, geniali i brani nei vari intermezzi. Spesso stranianti e apparentemente “incoerenti” con le immagini.

3)"Distillato per estirpare la tristezza apparentemente incurabile”. La camera si sofferma a lungo sull'etichetta delle bottiglie di gin prodotto dagli Shelby. Triste è Thomas, condannato alla tristezza quasi per volere divino (esser sopravvissuto alla guerra, vedi punto 1); triste è Alfie Solomons che pur essendo un personaggio edulcolorato e a tratti goliardico finisce quasi per commuovere quando si trova nella condizione di dover tradire “l'amico” Tommy.

4)Come già visto con Tommy, la caratterizzazione dei personaggi è quasi sempre studiata al dettaglio per allontanarsi non tanto dallo stereotipo (Luca Changretta è molto più simile a Johnny Stecchino di quanto non lo sia Benigni stesso nel film!), quanto dai cliché tipici del genere. A-Arthur, il fratello più grande, non è il capofamiglia; B-John, che ha le caratteristiche per essere il ribelle del gruppo, in realtà è molto ligio alla causa; C-Zia Polly si presenta come donna saggia ma finisce per cadere in squallide tentazioni; D-Ada, la sorellina più giovane, viziata e disobbediente, che col tempo acquisisce carisma e maturità senza però perdere i suoi valori originari; E-Grace, esempio classico di spia bella e dannata, non dà mai l'impressione di credere più di tanto in quello che sta facendo (il suo doppio gioco poco credibile è una delle note dolenti della costruzione scenica, insieme all'evoluzione forzata di Michael che si trova nel giro di qualche mese da giocare con le bambole in campagna a dirigere la contabilità di un'azienda multinazionale).

5)I dialoghi memorabili. Alcuni hanno criticato l'ostentata drammaticità degli stessi, una ricerca spinta dell'epica – la si ritrova in modo evidente anche nelle reiterate e simpatiche scene di “marcia di gruppo” in slow motion – che alla lunga risulterebbe eccessiva. Per me, invece, tutto ciò è ben equilibrato dai frequenti e chirurgici momenti dissacranti, fra cui appunto molti dialoghi, che spezzano l'aurea “drammatica” come un coltello nel burro.

6)La regia. Di altissimo livello considerando che stiamo parlando di una serie.

mercoledì 3 aprile 2019

Sono i segni del Luogo, che restano sulla pelle

Non solo i segni del Tempo, anche i segni del Luogo restano netti, profondi, incisivi, nella pelle degli uomini. Al pari delle rughe, della desaturazione del colore degli occhi e dei capelli, delle dita scheletriche, sono anch'essi segni riconoscibili, autentici, nitidi. Forse fanno meno notizia, ma ci sono. Sono i resti e le scorie del confronto eterno, talvolta pacifico ma molto più spesso violento, fra l'Uomo e la Natura in cui vive.
Fra i segni del Luogo che più misteriosi e forse significativi ci sono quelli lasciati dalle isole di piccola e media dimensione.

Piazza Milano, centro storico dell'isola vulcanica di Capraia, circa 19 chilometri quadrati e 400 residenti dichiarati in mezzo al Mar Tirreno, a poche miglia dalla Corsica ma di bandiera italiana. Sono le 3 del pomeriggio di una domenica di fine marzo. Una vigilessa presidia l'incrocio dalle 7 di questa mattina, i raggi del sole primaverile scaldano e quasi accecano. Silenzio, regna il silenzio tipico ma sempre sorprendente di un posto a zero impatto acustico, benché oggi il silenzio non sia “assordante” come lo era ieri. Dal porto, l'eco nitido dell'incoraggiamento dello speaker agli atleti. Dai sentieri rocciosi dell'entroterra wild (privo di qualsivoglia insediamento umano) il rumore terroso ma pesante, complici la stanchezza e la discesa, di altri atleti in arrivo. Calpestano le lastre di pietra della piazza e seppur stacchino appena i piedi da terra, capiscono che manca poco al traguardo e il loro sguardo diventa leggero come le ali di un airone.

“E' in servizio oggi l'autobus?”
“Sì” risponde sorridendo la vigilessa, che poi rivolge lo sguardo al polso sinistro “ma riprende alle 16,30”.
Attenderemo allora un passaggio. Non abbiamo fretta.
Non c'è fretta perché non esiste il concetto stesso, di fretta.
Sei circondato dal mare, dalle onde, dal loro moto perpetuo, dallo scorrere delle stagioni che qui scandiscono radicalmente le nostre vite e le nostre abitudini. Se vuoi andare al centro commerciale, un qualsiasi fottutissimo centro commerciale, devi fare almeno 2 ore di traghetto. Non puoi avere fretta, qui.

Sorrido al pensiero, alcuni minuti più tardi, quando al tavolo esterno dell'unico barrettino aperto del centro storico mi sorseggio un gin tonic a riguardo del quale il barista mi aveva chiesto, in modo insistente, la scelta del gin. 
Sorrido perché avevo vissuti episodi analoghi in Spagna, dove la “gin experience” è un rito di riflessione, di degustazione, di socializzazione. 
Sorrido perché, effettivamente, qui nell'isola molte cose sono riflettute, non solo il gin. Sorrido perché questa mattina, nelle prime ore di una luce limpida e pulita, anche la “trail experience” è stata riflettuta, una corsa solitaria e con la sola compagnia della mia lunga ombra che non ho quasi mai visto, concentrato sul mio corpo e sui movimenti di esso per "lottare" contro le difficoltà del percorso, single track dei sentieri Cai che conducono nella punta meridionale dell'isola, con alcuni passaggi esposti dove gli echi degli uccelli o di qualche ungulato impaurito lambivano e si rispecchiavano sulle rocce con tonalità così intense e nette da far venire i brividi alla schiena
Sono i segni del Luogo, che restano sulla pelle.

sabato 2 febbraio 2019

Finalmente lo so, il boccale di birra della Ronda è il più buono del mondo

A Leonardo
Alzare le ginocchia. Elevarsi da terra. Saltare in cielo. Sembra di volare. Ma alla fine è solo un fottuto equivoco. Il povero Carlo Pedersoli in arte Bud Spencer disse che “lo sport può darti alla testa, ti credi un Dio, e invece sei solo un poveraccio che non stare al mondo”. Lo sport in fin dei conti è solo un palliativo, ma talvolta ne abbiamo bisogno come del pane. Per stare al mondo. Per combattere il mondo.
Se anche solo lo 0,001% del messaggio che contiene la storia di Leonardo Cenci venisse assimilato dal sottoscritto e da tutto il popolo della corsa, allora sì, questo lurido palliativo a qualcosa potrebbe anche servire.

Ronda Ghibellina Trail
Ronda Ghibellina
45km; 2.500d+; 5h16'32”

KM 0
Mi presento in griglia e guardo a terra le mie Hoka Torrent, che il mio ex-allievo ed ex-tifoso Refo ha ribattezzato gentilmente “portaerei”, arrivate solo venerdì pomeriggio per corriere. È un grosso rischio – affrontare il mio primo ultratrail con scarpe che ho provato solo due mesi fa per una corsetta blanda - ma non ci penso. Ha dell'incredibile, ho atteso questo momento per quattro anni e ora che sono qui non penso a niente. Sembro un robot. Non apro bocca, non sorrido, non saluto nessuno. Non sono teso, sono concentrato.

KM 0,5
Alla Consolazione supero il Raspa, anche lui una corda di violino, e cerco di applicare la prima regola della Ronda: sulla salita verso il Comune NON correre. Eseguo alla lettera, 20 metri di corsa e 20 metri di camminata. A casa tutto bene.


KM 9
Arrivo a Partini in 65 minuti, la tabella di marcia ne prevedeva 70. Sto da Dio. Massimiliano Menci, che di Ronde na ha corse un bel po' e sempre con risultati egregi, mi esalta con un tifo da stadio (“guarda come sei fresco!”) ma il mio software interno è ancora solido e non si fa condizionare.

KM 12
Seconda regola della Ronda: sul 50, dalla Foce a San Martino, vai a mezzo gas. La regola più semplice dell'universo è anche la più difficile da applicare. È qui però che mi vengono in soccorso coloro che saranno eletti come i miei Compagni di Viaggio, due avventurieri eroici con autentico spirito ghibellino: il giovane Giacomo, pantaloncini da basket e k-way che penzola fuori dallo zaino, e il più veterano Antonio, con calzamaglia, bastoncini da trekking e una giacca semi-termica premio finisher di qualche gara del nord (con questa maglia Antonio mi aveva sverniciato al Mugello, ad aprile). I miei Compagni, i cui nomi sono fittizi, mi aiutano in un ritmo perfetto.

KM 19
Usciti dal 50, dopo Alteto e in direzione Largnano, troviamo la neve e il terreno mi scivola sotto i piedi. Senza spingere più di tanto, Giacomo e Antonio restano dietro. Attraversiamo un bosco fiabesco o fantasy, dove in una leggera nebbiolina si muovono figure vaporose e silenziose, riconoscibili solo dal crepitare della neve sotto le scarpe, mentre dagli alberi cade una pioggia in slow-motion, bianca e ovattata, di detriti nevosi. Sarebbe il momento perfetto per una storia Instagram ma la gamba è talmente buona che ne voglio approfittare. Il Ranchetto è un borgo di ghiaccio. Un signore al ristoro battezza il mio futuro “all'arrivo ci puoi andare con una gamba sola”. Mai profezia fu più funesta e veritiera al tempo stesso: alle Strosce sono già fermo per i primi crampi.

KM 29
All'Eremo di San Lorenzo realizzo che se voglio arrivare al traguardo dovrò gestire crampi
su svariati muscoli della coscia per altri 16 chilometri. Calma e sangue freddo. Incredibile, il software interno accetta la sfida. Mentalizzare un obiettivo, allenarsi per Natale, Santo Stefano, il 31 dicembre alle 7 di mattina con -2 gradi e anche il primo gennaio, evitare alcolici per un mese, dire addio all'aperitivo con il Moscow Mule e spendere soldi dall'osteopata serve anche (e soprattutto) a questo: che quando sei lì in gara l'anticamera del tuo cervello non conosce concetto di “ostacolo”.
Diamo vita con Giacomo a un gustoso tira e molla (io corro più forte di lui, lo stacco, ogni 2 km mi fermo a fare stretching, mi recupera e io riparto, e via discorrendo). Antonio, invece, dopo averlo visto conquistare la Rocca Montanina con la signorilità e il carisma che si compete a un combattente veterano, quasi fosse il viandante del quadro di Friedrich, è sparito all'orizzonte.

KM 33
A Petreto, “ristoro famiglia Frontini”, bevo un bicchierone di sali (probabilmente troppo concentrato, prima e forse unica grande cazzata di giornata. Ho rischiato di pagarla a caro prezzo). Ma, in ogni caso, i buoi sono già scappati...

KM 39
Arrivo al capanno dei cacciatori di Ristonchia schiaffeggiato dal vento gelido che tira dalla conca sotto Sant'Egidio. Mi si ghiaccia il sudore addosso e tiro per l'ultima volta le gambe. Non avevo mai avuto la fortuna di provare il leggendario tratto Petreto-Ristonchia, con il burrone di Fonte Vinaglia che intercala due salite spezzagambe, il tratto in cui secondo i più grandi esperti della montagna castiglionese schiantano tutti gli sprovveduti runner che non avevano seguito la regola numero 2. Resta il rammarico di averlo percorso in condizioni pietose, senza sapere se avrei potuto fare le buche per terra o se invece, grazie ai crampi, ho evitato di restarci secco del tutto. 
Però intanto al capanno Giacomo scappa via, “ti riprendo” gli prometto io, stavolta però senza crederci più di tanto.

KM 42
La discesa verso Santa Lucia è tragicomica: perdo 5-6 posizioni, ho un crampo anche al mento, oh vai ora sono "scionco" dal capo ai piedi. Mi supera anche la prima donna e poi un loquace Macchi, il vincitore della Plus. “Mamma mia, son' tutto brasato!” mi fa, e lì per lì mi chiedo per quale motivo abbia tanta voglia di interloquire, poi mi rispondo: sono 7 ore che corre da solo in testa, io sono il primo essere umano che incontra per la strada.
A Santa Lucia mando un messaggio alla Martina.
Fra 10 minuti arrivo.
Fra 10 minuti arrivo. Neanche fossi andato in guerra.

KM 45
Non nascondo che durante le quattro volte che ho sognato la gara, quasi sempre arrivavo sofferente, mezzo morto, con le lacrime di gioia e dolore agli occhi. 
La realtà si rivela molto meno drammatica. La mia Ronda, condivisa con Giacomo e Antonio, la Martina che mi viene incontro all'arrivo, e poi Marco, Vittorio, Tommaso, Stefano - la mia Ronda è finita sul velluto. In pantofole, sul velluto, corricchiando a malapena per incapacità meccanica e non per assenza di energie. Forse non il miglior finale possibile per un viaggio atteso da quattro anni, ma, fidatevi, il boccale di birra della Ronda è il più buondo del mondo e questo lurido palliativo funziona alla grande.

Fai sport responsabilmente. E corri forte, sempre, come faceva Leo.