“Nonna, vado allo zuccherificio” e
via di corsa sulla mini-bmx blu con la sella gialla, lungo i 750
metri che separavano il “villaggio Trippi” dallo stabilimento
della Sadam. Una scena che si ripeteva quasi quotidianamente, da dopo
Ferragosto fino all'inizio della scuola, alle quattro e mezzo del
pomeriggio, dopo la merenda e dopo le anonime e ripetitive corse in
bicicletta attorno alla casa.
Il grande piazzale dello Zuccherificio,
l'immenso parcheggio adibito all'attesa dei tir prima dello scarico,
rappresentava l'attrazione estiva di fine millennio. In ammirazione
delle lunghe file di camion, fra polvere, sabbia, asfalto sgretolato e pezzi ammaccati
di radici, e più aumentavano i mezzi e più aumentava lo stupore,
come fosse una sorta di competizione, un campionato mondiale di
barbabietole da zucchero in cui l'incremento esponenziale della
produzione dell'azienda diventava – forse inconsciamente, forse per
semplice proprietà transitiva - una “bella cosa” per tutti,
sotto quella luce calda, gialla e afosa di fine estate.
Lo Zuccherificio ha segnato la storia
di molte famiglie castiglionesi. Compresa la mia nel bene e nel male
(per fortuna “non troppo” nel male). Dalla sua creazione alla sua
distruzione. Ci ha segnato più di quanto ne siamo consapevoli,
probabilmente: per convenienza psicologica, Zio Sadam è diventato
ormai un oggetto anonimo a cui non si fa più caso nello scorrere
delle nostre insulse vite, come lo scaffale della farina al supermercato o
come i titoli di coda del telegiornale. Eppure i suoi resti sono
ancora visibili, in tutta la loro angoscia, il loro degrado, il loro
senso di morte e sconfitta. La sconfitta di un Uomo che è venuto, ha
trasformato e poi se n'è andato. Senza preoccuparsi di rimettere a
posto i cocci.
Il ritrovo serale di Manciano City,
ovvero di coloro che risiedevano e comandavano in via dell'Ulivo, era
al monumento di Benigni. Sfrecciavano i tir fino a notte fonda, in un
fragore di ferro e sospensioni arruginite, e noi salutavamo quasi
tutti gli autisti. Talvolta rispondevano col clacson, talvolta no. E
allora partiva l'amichevole e innocua sassaiola.
A 15 anni dalla morte di Zio Sadam, lo
Zuccherificio non fa più notizia e, paradossalmente, è proprio
questa la notizia: in un territorio, comunale e provinciale, che da
alcuni anni ha improvvisamente fatto all-in sulla valorizzazione del
paesaggio e delle eccellenze in chiave turistica, uno switch
culturale neanche lontanamente ipotizzabile in quel giorno a metà
anni 00 in cui la celebre torre centrale fu fatta demolire, abbiamo
uno scempio ambientale che si estende su diversi ettari ad appena
2,8 chilometri dalle prime case del centro storico (la corsa insegna
a prendere dimestichezza viscerale con le distanze, già). Eppure,
sembra che Zio Sadam sia diventato invisibile. Su Il Corriere
d'Arezzo, Luca Serafini scrisse in autunno un pezzo bellissimo e
significativo: nella sua apparente banalità e brevità, fu
“illuminante” accorgersi – non senza un pizzico di stupore –
quanto di banale ci fosse ben poco in un ecomostro di queste
dimensioni.
Una volta, una volta sola però, sono
anche andato a pescare ai laghetti. Ero con mio babbo ed Emanuele, e
forse è stata l'unica occasione in assoluto in cui ho tenuto la
canna per più di mezz'ora. Era una domenica mattina di inizio estate
e il ricordo più bello della giornata fu il panino al prosciutto per
colazione. Era pieno di pescatori, all'epoca, e gli argini erano
ricoperti di una terra biancastra e gessosa, sedimenti presenti
ancora oggi, dal ponte sul Renello de La Nave (ponticello che ancora
conserva il fascio littorio) fino ai terreni del Giuncheto.
C'è stato un periodo in cui però lo Zio Sadam ha fatto notizia, eccome. Una battaglia durata alcuni anni
a cavallo del 2010, urlata e molto vigorosa, contro lo spauracchio di
una possibile alternativa allo Zuccherificio. Convegni, comitati e tante giornalate utili per le varie campagne elettorali di
quel particolare periodo storico. A quanto pare la battaglia è stata
vinta, evviva!
Ma il cadavere di Zio Sadam è sempre qui, insieme a
noi, puzza di stantìo ed è abitato da istrici, lupi e cinghiali.
Inerme. Sfigurato dal tempo, deturpato dalla vetegazione selvaggia.
Location di gare clandestine e incontri segreti. Cimitero di rifiuti e inerti. Deposito transennato di cassonetti,
che sostano silenziosi in fila indiana sotto la pioggia e sotto il
sole come tanti soldatini seguendo le poco nobili orme dei loro predecessori con le ruote, un
contrappasso beffardo per chi lottava per l'ambiente e oggi si
ritrova una discarica al posto dello zuccherificio.
Lo Zio Sadam ha ormai rinunciato ad avere un futuro roseo.
E, del resto, come dargli torto.
Ti vorrei augurare di tornar a miglior vita, un campo da golf o una pista da go-kart sai che figata, caro Zio Sadam, ma per il momento mi accontenterei di non vedere più il tuo cadavere.


Nessun commento:
Posta un commento