Mi mancano i gavettoni. I palloncini pieni d’acqua, mattinate
intere per riempirli, tre minuti per scoppiarli tutti. Le sistole e le
secchiate, molto più efficaci.
Mi manca il gelato del Frasca, al Bottegone. E quel
mercoledì di inizio luglio, nel 2006, in cui ne mangiai tre.
Mi mancano le palle matte dell’Amico in più, al Vallone, le
sere dopo le domeniche al lago. Quando al lago facevamo il bagno, e ne eravamo
discretamente estasiati.
Mi manca il quintiglio, in via dell’Ulivo. O le bocce dal
Gorelli. Mi manca aspettare fuori in giardino, di notte fino a tardi, le gambe
distese e le mani incrociate dietro la testa a guardare la luna. Le timide
cicale. Qualche motorino in lontananza. Mi manca aspettare, in quei momenti,
che mia mamma tornasse dal lavoro. Che ci crediate o no, riconoscevo il rumore
della Escort bianca già al semaforo della chiesa di Manciano. Il desiderio è la
Red Bull delle nostre capacità sensoriali, più o meno come il gin tonic o la
cocaina.
Mi mancano i lunedì mattina. Il giro di defaticamento dopo
la corsa della domenica (sempre quello: Camucia - Fratta - Capannacce) con
sosta all’edicola per comprare i quotidiani (i quotidiani, a 14 anni). Mi manca
la ciaccia del paneo, 50 centesimi se non ricordo male e un lago di olio, una
specialità gastronomica che stordiva tutti i sensori gustativi tanto era la sua
potenza. E la pizza? La pizza la prendeva mia nonna, tutti i martedì, giovedì e
sabato.
Mi mancano i ferragosti quando erano Ferragosti. La
sublimazione della giovinezza, la glorificazione della pubertà, il Santo Patrono
dei non-patentati: ecco cos’era il Ferragosto. Me li ricordo tutti, ci puoi
contare. La perfetta simbiosi fra l’Estate dell’uomo e l’Estate del calendario.
I colori erano più accesi quel giorno, come se un dio benevolo avesse swippato
la saturazione del mondo da 0 a 100 in tre secondi, ci puoi contare anche su
questo.
Mi manca il granturco e il Bacardi. Il winner taco. Mi manca
il beach volley sul prato che forse, a ripensarci adesso, avremmo dovuto chiamare
green volley. Mi mancano il “monumento” e la “statua”. La frittura della rosticceria di Marina di
Grosseto, in quell’unica e gloriosa giornata di mare che ci era concessa. Mi
manca l’11 agosto 1999, che gli astronomi associano a una delle eclissi solari
più violente del secolo, e mi manca Max Pezzali, che quella eclisse la mise nel
videoclip di Grazie mille. In certi ambiti a Max Pezzali non gli insegna niente
nessuno.
E mi manca Estate di Jovanotti, a cui viene sempre preferita quella
merdata de L’estate addosso, ma va bene così, almeno resta solo mia. Mia, e di quelle
37.536 persone che erano con me dentro lo stadio Franchi. L’eternità è un
battito di ciglia.

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