giovedì 1 agosto 2019

Avere 31 anni e l'estate


Mi mancano i gavettoni. I palloncini pieni d’acqua, mattinate intere per riempirli, tre minuti per scoppiarli tutti. Le sistole e le secchiate, molto più efficaci.

Mi manca il gelato del Frasca, al Bottegone. E quel mercoledì di inizio luglio, nel 2006, in cui ne mangiai tre.
Mi mancano le palle matte dell’Amico in più, al Vallone, le sere dopo le domeniche al lago. Quando al lago facevamo il bagno, e ne eravamo discretamente estasiati.

Mi manca il quintiglio, in via dell’Ulivo. O le bocce dal Gorelli. Mi manca aspettare fuori in giardino, di notte fino a tardi, le gambe distese e le mani incrociate dietro la testa a guardare la luna. Le timide cicale. Qualche motorino in lontananza. Mi manca aspettare, in quei momenti, che mia mamma tornasse dal lavoro. Che ci crediate o no, riconoscevo il rumore della Escort bianca già al semaforo della chiesa di Manciano. Il desiderio è la Red Bull delle nostre capacità sensoriali, più o meno come il gin tonic o la cocaina.

Mi mancano i lunedì mattina. Il giro di defaticamento dopo la corsa della domenica (sempre quello: Camucia - Fratta - Capannacce) con sosta all’edicola per comprare i quotidiani (i quotidiani, a 14 anni). Mi manca la ciaccia del paneo, 50 centesimi se non ricordo male e un lago di olio, una specialità gastronomica che stordiva tutti i sensori gustativi tanto era la sua potenza. E la pizza? La pizza la prendeva mia nonna, tutti i martedì, giovedì e sabato.

Mi mancano i ferragosti quando erano Ferragosti. La sublimazione della giovinezza, la glorificazione della pubertà, il Santo Patrono dei non-patentati: ecco cos’era il Ferragosto. Me li ricordo tutti, ci puoi contare. La perfetta simbiosi fra l’Estate dell’uomo e l’Estate del calendario. I colori erano più accesi quel giorno, come se un dio benevolo avesse swippato la saturazione del mondo da 0 a 100 in tre secondi, ci puoi contare anche su questo.

Mi manca il granturco e il Bacardi. Il winner taco. Mi manca il beach volley sul prato che forse, a ripensarci adesso, avremmo dovuto chiamare green volley. Mi mancano il “monumento” e la “statua”.  La frittura della rosticceria di Marina di Grosseto, in quell’unica e gloriosa giornata di mare che ci era concessa. Mi manca l’11 agosto 1999, che gli astronomi associano a una delle eclissi solari più violente del secolo, e mi manca Max Pezzali, che quella eclisse la mise nel videoclip di Grazie mille. In certi ambiti a Max Pezzali non gli insegna niente nessuno. 
E mi manca Estate di Jovanotti, a cui viene sempre preferita quella merdata de L’estate addosso, ma va bene così, almeno resta solo mia. Mia, e di quelle 37.536 persone che erano con me dentro lo stadio Franchi. L’eternità è un battito di ciglia.

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