A Leonardo
Alzare le ginocchia. Elevarsi da terra.
Saltare in cielo. Sembra di volare. Ma alla fine è solo un fottuto
equivoco. Il povero Carlo Pedersoli in arte Bud Spencer disse che “lo
sport può darti alla testa, ti credi un Dio, e invece sei solo un
poveraccio che non stare al mondo”. Lo sport in fin dei conti è
solo un palliativo, ma talvolta ne abbiamo bisogno come del pane. Per
stare al mondo. Per combattere il mondo.
Se anche solo lo 0,001% del messaggio
che contiene la storia di Leonardo Cenci venisse assimilato dal sottoscritto e da tutto il popolo della corsa, allora
sì, questo lurido palliativo a qualcosa potrebbe anche servire.
Ronda Ghibellina Trail
Ronda Ghibellina
45km; 2.500d+; 5h16'32”
KM 0
Mi presento in griglia e guardo a terra
le mie Hoka Torrent, che il mio ex-allievo ed ex-tifoso Refo ha
ribattezzato gentilmente “portaerei”, arrivate solo venerdì
pomeriggio per corriere. È un grosso rischio – affrontare il mio
primo ultratrail con scarpe che ho provato solo due mesi fa per una
corsetta blanda - ma non ci penso. Ha dell'incredibile, ho atteso
questo momento per quattro anni e ora che sono qui non penso a niente.
Sembro un robot. Non apro bocca, non sorrido, non saluto nessuno. Non
sono teso, sono concentrato.
KM 0,5
Alla Consolazione supero il Raspa,
anche lui una corda di violino, e cerco di applicare la prima regola
della Ronda: sulla salita verso il Comune NON correre. Eseguo alla
lettera, 20 metri di corsa e 20 metri di camminata. A casa tutto
bene.
KM 9
Arrivo a Partini in 65 minuti, la
tabella di marcia ne prevedeva 70. Sto da Dio. Massimiliano Menci,
che di Ronde na ha corse un bel po' e sempre con risultati egregi, mi
esalta con un tifo da stadio (“guarda come sei fresco!”) ma il
mio software interno è ancora solido e non si fa condizionare.
KM 12
Seconda regola della Ronda: sul 50,
dalla Foce a San Martino, vai a mezzo gas. La regola più semplice
dell'universo è anche la più difficile da applicare. È qui però
che mi vengono in soccorso coloro che saranno eletti come i miei
Compagni di Viaggio, due avventurieri eroici con autentico spirito
ghibellino: il giovane Giacomo, pantaloncini da basket e k-way che
penzola fuori dallo zaino, e il più veterano Antonio, con
calzamaglia, bastoncini da trekking e una giacca semi-termica premio
finisher di qualche gara del nord (con questa maglia Antonio mi aveva
sverniciato al Mugello, ad aprile). I miei Compagni, i cui nomi sono fittizi, mi aiutano in un ritmo perfetto.
KM 19
Usciti dal 50, dopo Alteto e in
direzione Largnano, troviamo la neve e il terreno mi scivola sotto i
piedi. Senza spingere più di tanto, Giacomo e Antonio restano
dietro. Attraversiamo un bosco fiabesco o fantasy, dove in una
leggera nebbiolina si muovono figure vaporose e silenziose,
riconoscibili solo dal crepitare della neve sotto le scarpe, mentre
dagli alberi cade una pioggia in slow-motion, bianca e ovattata, di detriti nevosi.
Sarebbe il momento perfetto per una storia Instagram ma la gamba è
talmente buona che ne voglio approfittare. Il Ranchetto è un borgo
di ghiaccio. Un signore al ristoro battezza il mio futuro “all'arrivo
ci puoi andare con una gamba sola”. Mai profezia fu più funesta e
veritiera al tempo stesso: alle Strosce sono già fermo per i primi
crampi.
KM 29
All'Eremo di San Lorenzo realizzo che
se voglio arrivare al traguardo dovrò gestire crampi
su svariati
muscoli della coscia per altri 16 chilometri. Calma e sangue freddo.
Incredibile, il software interno accetta la sfida. Mentalizzare un
obiettivo, allenarsi per Natale, Santo Stefano, il 31 dicembre alle 7 di mattina con -2 gradi e
anche il primo gennaio, evitare alcolici per un mese, dire addio
all'aperitivo con il Moscow Mule e spendere soldi dall'osteopata
serve anche (e soprattutto) a questo: che quando sei lì in gara
l'anticamera del tuo cervello non conosce concetto di “ostacolo”.
Diamo vita con Giacomo a un gustoso tira e molla (io corro più forte
di lui, lo stacco, ogni 2 km mi fermo a fare stretching, mi recupera
e io riparto, e via discorrendo). Antonio, invece, dopo averlo visto
conquistare la Rocca Montanina con la signorilità e il carisma che
si compete a un combattente veterano, quasi fosse il viandante del
quadro di Friedrich, è sparito all'orizzonte.
KM 33
A Petreto, “ristoro famiglia
Frontini”, bevo un bicchierone di sali (probabilmente troppo
concentrato, prima e forse unica grande cazzata di giornata. Ho
rischiato di pagarla a caro prezzo). Ma, in ogni caso, i buoi sono
già scappati...
KM 39
Arrivo al capanno dei cacciatori di
Ristonchia schiaffeggiato dal vento gelido che tira dalla conca sotto
Sant'Egidio. Mi si ghiaccia il sudore addosso e tiro per l'ultima
volta le gambe. Non avevo mai avuto la fortuna di provare il
leggendario tratto Petreto-Ristonchia, con il burrone di Fonte Vinaglia che intercala due salite spezzagambe, il tratto in cui secondo i più
grandi esperti della montagna castiglionese schiantano tutti gli
sprovveduti runner che non avevano seguito la regola numero 2. Resta
il rammarico di averlo percorso in condizioni pietose, senza sapere
se avrei potuto fare le buche per terra o se invece, grazie ai
crampi, ho evitato di restarci secco del tutto.
Però intanto al capanno Giacomo
scappa via, “ti riprendo” gli prometto io, stavolta però senza crederci più di
tanto.
KM 42
La discesa verso Santa Lucia è
tragicomica: perdo 5-6 posizioni, ho un crampo anche al mento, oh vai
ora sono "scionco" dal capo ai piedi. Mi supera anche la prima donna e poi un
loquace Macchi, il vincitore della Plus. “Mamma mia, son' tutto
brasato!” mi fa, e lì per lì mi chiedo per quale motivo abbia
tanta voglia di interloquire, poi mi rispondo: sono 7 ore che corre
da solo in testa, io sono il primo essere umano che incontra per la
strada.
A Santa Lucia mando un messaggio alla
Martina.
Fra 10 minuti arrivo.
Fra 10 minuti arrivo. Neanche fossi
andato in guerra.
KM 45
Non nascondo che durante le quattro
volte che ho sognato la gara, quasi sempre arrivavo sofferente, mezzo
morto, con le lacrime di gioia e dolore agli occhi.
La realtà si
rivela molto meno drammatica. La mia Ronda, condivisa con Giacomo e
Antonio, la Martina che mi viene incontro all'arrivo, e poi Marco,
Vittorio, Tommaso, Stefano - la mia Ronda è finita sul velluto. In
pantofole, sul velluto, corricchiando a malapena per incapacità meccanica e non per assenza di energie. Forse non il miglior finale possibile per un
viaggio atteso da quattro anni, ma, fidatevi, il boccale di birra della Ronda è il più buondo del mondo e questo lurido
palliativo funziona alla grande.
Fai sport responsabilmente. E corri forte, sempre, come faceva Leo.



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