Con il suo stile e il suo linguaggio ha fatto la storia della tv anni 00, e considero Davide Parenti semplicemente un genio. Le Iene sono state l'eccezione che conferma la regola, la dimostrazione che può esistere una controcultura dei mass-media. Un metodo rivoluzionario di fare televisione: il cinismo spietato dei servizi d'inchiesta mixato al sarcasmo di certe rubriche mai banali.
Qualcosa, però, si è incrinato nelle ultime due stagioni.
La luce abbagliante della retorica mediatica ha accecato Ilary Blasi e co.
Il primo sintomo: i pipponi qualunquisti di Brignano. Il secondo sintomo: il tam-tam fin troppo stuccoso sul famigerato metodo di cura Stamina. Il terzo: le immagini di agnelli con due teste fatte vedere di sfuggita nell'ambito di un servizio sull'inquinamento dei rifiuti tossici nella campagne di Napoli.
Tre indizi fanno una prova, e la prova del 9 è stata la puntata di martedì scorso. Nell'ordine: una marchetta a Checco Zalone (peraltro protagonista di una performance abulica); un servizio di Giulio Golia sulla carne di delfino servita nei ristoranti; l'ennesima crociata di Nadia Toffa contro i pedofili; uno scoop servito sul piatto da un giornalista che evidentemente ha voluto farsi un po' di promozione; ancora uno stancante excursus su Stamina; il finto-sordo che rappresenta un'altra delle millemila truffe ai danni dell'Inail e che si trova in qualsiasi report di televisioni locali.
Nel finale si salva l'eroico Enrico Lucci, forse l'unico esempio rimasto di Vera Iena.
Non ne conosciamo i motivi (c'entra qualcosa l'auditel?), ma certo Le Iene hanno perso il cinismo, l'irriverenza, la crudezza. Divergendo addirittura verso una "tv di militanza", dove i messaggi e le buone novelle si susseguono. Insomma, Le Iene si sono addolcite.
Forse agli spettatori piace così.
Ma voi ve lo immaginate Tim Roth che nel mezzo del film si alza in piedi e dice "andiamo ad uccidere quel ristoratore che serve carne di delfino!"?

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