lunedì 7 ottobre 2013

Dal box dell'Eritrea

Ho seguito il Mondiale Juniores di ciclismo. Per uno strano gioco di coincidenze e conoscenze l'ho seguito direttamente dal box dell'Eritrea - anche il mondo del ciclismo si è globalizzato e ora i neri, oltre che correr più forte delle gazzelle sulle zampe, menano anche sui pedali. 

I ragazzi eritrei, tutti 17enni o appena appena maggiorenni, hanno abitato per due mesi esatti in Italia, sulla collina di San Baronto, per preparare la corsa del Mondiale. Lontano da casa, lontano da tutto. Allenamenti, gare, fatiche, dolori, solitudini. In un mondo nuovo, inesplorato, talmente sconosciuto che per allenarsi spesso facevano la stessa strada avanti e indietro per ore e ore. Paura di perdersi, sapete com'è.

Insomma si arriva al giorno del Mondiale. Pronti via, va via una fuga di 15 corridori. Dentro nessun eritreo. Nei box intanto si preparano i rifornimenti e il direttore sportivo - un signore di colore sulla quarantina che parla l'inglese con un accento perfetto - scrive freneticamente i bigliettini con i consigli tattici da passare ai suoi ragazzi. Ma i chilometri passano, il vantaggio della fuga aumenta, diventa abissale, incolmabile, e gli occhi del direttore sportivo si incupiscono. In quegli occhi si leggono i mesi e mesi di lavoro a 5mila chilometri di casa per inseguire un sogno che ora viene infranto da un banale maledetto errore tattico. Chi ha fatto il ciclista e poi il ds, in casi come questi prova godimento o rabbia, a seconda dei casi: ci godi se è il tuo avversario a esser rimasto dietro, ti incazzi se invece indietro sono rimasti i tuoi. Per la prima volta non ho provato niente di tutto ciò. Ho solo desiderato intensamente che la fuga venisse ripresa.

La fuga, santiddio, viene ripresa.
Il direttore sportivo torna a caricarsi, corre qua e là con le borracce e i pizzini, dispensa consigli, balletta per l'ansia. Torna a sperare.


Poi alla fine i ragazzi eritrei si sono comunque ritirati tutti tranne uno. Ma erano comunque sereni. Il sogno non l'avevano raggiunto, no, assolutamente quello no, ma la cosa importante era che si fossero arenati da soli, che non avessero da prendersela con il Fato, il destino o con Allah, che non li avesse fermati un banale errore tattico. Che non li avesse fermati una coperta che si incendia in un barcone.

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