giovedì 29 dicembre 2016

Venezia è un cavallo a dondolo

...un cavallo a dondolo di legno, non solo e non tanto per il movimento perpetuo e oscillante delle sue viscere, ma perché il cavallo a dondolo di legno è l'archetipo del giocattolo antiquato, prestigioso e anche di valore se vogliamo: un oggetto d'antiquariato a tratti struggente per il carico di storia e sentimenti che porta in groppa; a tratti ridicolo per le limitate funzionalità del suo ruolo.

Venezia è un giocattolo d'antiquariato.

Incantevole, irrealistica, ovattata di giorno: quando ammiri la disarmante e molto faticata disinvoltura con la quale gli operai e i lavoratori di tutti i giorni affrontano le difficoltà logistiche; quando San Marco riflette in tutta la sua maestosità la luce bianca del sole accecando il povero giudizio di noi terreni; quando la leggera foschia (almeno per quanto riguarda il mio soggiorno: grazie al cielo mai troppa per definirsi nebbia!) “dilata” i lineamenti del mare e delle isolette della laguna, del cimitero e dello skyline vagamente orientaleggiante della Serenissima, trasformando la gita a Murano e Burano in un deja-vu di qualche film catastrofico di fastascienza, di quelli dove il mondo è sommerso dalle acque, oppure molto più semplicemente della veduta della Colmate di Brolio.

Misteriosa, cupa, a tratti inquietante di notte: quando le gondole nere vengono avviluppate dal canale nero e viscido come il petrolio; quando i tuoi passi risuonano chiari e distinti – senza altri rumori inquinanti, come naturalmente quello delle automobili – sugli alti muri dei palazzi, dentro vicoli stretti e piazze vuote, lì dove il pozzo centrale funziona da meridiana morta, segnando tutta la notte l'ora di un fioco lampione che non si muove, troppo angosciante per finire nelle recensioni popolari di Venezia; quando il silenzio e il buio, un buio mi vien da dire total body, mettono in luce l'anima impaurita di una città che custodisce gelosamente il suo territorio, come un uomo col suo cavallo a dondolo di quando era bambino, solo che qui – la differenza sostanziale – è che non si tratta di giocare. Ma di vivere.




Al pari di Firenze e Roma, Venezia è stuprata dalla deriva turistica e scopro l'acqua calda (salmastra, in questo caso). Ma Firenze e Roma – più Firenze che Roma - hanno fisiologicamente l'aggancio concreto con la vita di tutti i giorni, anche il turista più sbadato si accorge che esiste una Firenze fatta di fiorentini, attorno a lui. A Venezia invece si entra in un altro mondo: le strade fatte di H2O; i vaporetti confrontati sempre ai bus; i tavoloni disseminati qua e là che diresti “guarda, c'è stato un mercatino!” invece sono passerelle per l'acqua alta; la toponomastica da Monopoli; il folklore dei gondolieri.

Non ci si rende conto mai, perlomeno non sembrano farlo i turisti giapponesi, che qui dentro il giocattolino qualcuno ci vive anche tutta la vita.

sabato 5 novembre 2016

In guerra per amore

IN GUERRA PER AMORE


Un film di Pierfrancesco Diliberto. Con Pif, Miriam Leone, Andrea Di Stefano, Sergio Vespertino, Maurizio Bologna
Voto MyMovies: 3 stelle
Voto Cavalli Selvaggi: 6 e mezzo

Pif ha talento. E lo riconosci subito, il talento. Con quella sua espressione caratteristica, indistinguibile, da finto ingenuo, da fine osservatore e umile pensatore, una sorta di Forrest Gump italiano (il paragone però è forzatissimo, utile solo per i titoli di giornali, benché lui stesso ami giocare con il ruolo). Pif ha portato, prima in tv e poi al cinema, stili nuovi e prospettive inedite. Fargli i complimenti, e soprattutto incoraggiarlo, è doveroso.

Ecco, In guerra per amore è un film che contiene tutto Pif, e contiene tutti i tratti della sua originale visione delle cose (artistiche). In guerra per amore però ha fondamenta fragili e si regge su una sceneggiatura stiracchiata, troppi salti e troppe forzature, quella cosa chiamata intreccio che non esiste nei documentari a lui tanto cari, nelle commedie è probabilmente la cosa più importante di tutte. Se ne potrebbe fare anche a meno, intendi bene!, ma in sottotraccia tutto poi deve tornare al suo posto, non puoi permetterti il rischio di lasciare lo spettatore nella poltrona da solo con i suoi dubbi.

Dall'espediente surreale quanto ridicolo usato per giustificare l'arruolamento (un emigrato che lavora da tot anni in America e che parla discretamente l'inglese, non ha ancora imparato a pronunciare water?); agli asini che non solo volano, ma volano sfondando i muri: alcuni passaggi più che comici o grotteschi sono del tutto fuori luogo. I due sciagurati, lo zoppo e il cieco, moderne rivisitazioni del gatto e della volpe, che accompagnano il “Pinocchio” Arturo Giammarresi nelle sue peripezie sono la dimostrazione che volendo si può fare del grottesco senza uscire dal seminato, ma rimangono due meravigliosi pesci fuor d'acqua.

Ecco, praticamente ho stroncato Pif, ma in realtà – al di là della storia che non regge – spunti positivi non mancano. La regia: brillante e delicata, veloce e intelligente. La scenografia e i costumi: tutto curato nei minimi dettagli. La fotografia: spaziale! Di giorno senti l'aridità e respiri la polvere; di notte non è mai veramente notte, ma è un giorno filtrato di un blu grigiastro, che rende un'atmosfera spettrale ma commuovente. Il tutto corre a buon ritmo verso il finale moralizzatore, comunque perdonabile, ma sempre con quella fastidiosa sensazione che la montagna abbia partorito un topolino zoppo. E cieco.

Da segnalare infine la gag del selfie ante-litteram, che potrebbe essere interpretata come una sorta di auto-recensione (inconsapevole?). La gag è una trovata banale quanto straordinariamente geniale, e lo spettatore è caldamente invitato a notare che tutti i personaggi non capiscano cosa ci sia di bello in un autoscatto. Forse allora anche Pif è così avanti, almeno 60 anni, che adesso ancora nessuno lo può capire?

domenica 23 ottobre 2016

Piuma

PIUMA

Un film di Roan Johnson; con Luigi Fedele, Blu Yoshimi, Sergio Pierattini, Michela Cescon.
Voto MyMovies: 3 stelle
Voto Cavalli Selvaggi: 7 e mezzo

La leggenda vuole che Piuma sia stato inserito nel programma di Venezia, seppur fuori concorso, per evitare la seconda figuraccia dopo il caso 2015 con l'esclusione di Jeeg Robot. Un'altra leggenda vuole che a Venezia Piuma sia stato accolto molto male, e c'era da immaginarselo. Anzi, forse forse non doveva neanche essere proposto.
Piuma non è un film da concorso, molto probabilmente non sarà neanche un film che verrà ricordato a lungo, eppure riesce con questa sua patina intangibile, sfuggente, a metà fra tragicomico e grottesco, fra la farsa e la commedia dell'arte, a dare alcuni spunti di riflessione. E una recensione la merita.

Il tema non il più originale del mondo (una maternità precoce e come affrontarla); la sceneggiatura fa aggrottare la fronte più volte – forse più di quanto lo faccia nel corso dei 98 minuti il protagonista maschio Ferro– e si ammoscia colpevolmente nel finale. Mettiamoci pure la malizia di saltare a pie' pari la profondità delle problematiche esposte e una scenografia quasi inesistente (che però ritengo sia programmatica, anche perché il regista Roan Johnson lavora molto spesso su primi piani stretti). 

Il film viene salvato dalla leggerezza, dalla sua piuma (titolo azzecatissimo!!!), verso la quale si dirige dichiaratamente e fieramente il registro narrativo. Una scelta consapevole e coraggiosa per una commedia alla maniera del primo Virzì. I giovanissimi Cate e Ferro affrontano i 9 mesi forse più memorabili e difficili della loro storia, fra ecografie “bizzarre” e la maturità, con un'ingenua sfrontatezza che impaurisce la famiglia di lui e mette nei guai il padre di lei. 

Lo spettatore, di pari passo con i genitori di Ferro (fantastica interpretazione di Sergio Pierattini nei panni del babbo), parte con il pregiudizio a tinte drammatiche, ormai comunissimo nella nostra società – Ma come fate a mantenerlo! C'è la crisi! Fare un figlio non è come prendere un gatto! - salvo poi via via arrivare alla conclusione che – forse forse – non c'è proprio nulla di grave nel mettere a mondo una creatura. Con tutti i difetti strutturali che può avere, Piuma ha un pregio ideologico di fondo che li cancella tutti: senza fare pipponi o mettere in scena esempi eroici ci ricorda con naturalezza che diventare genitori è la cosa più naturale al mondo.

Johnson prova inoltre ad arrivare ai sentimenti dello spettatore, riuscendoci in molti casi, utilizzando il furbo espediente delle registrazioni, con quella lettera alla bambina che è l'esempio più alto di una facilità di scrittura che contribuisce a sua volta a rendere il tutto meno noioso. Discreta recitazione corale, nella quale spicca il sorriso coinvolgente di Blu Yoshimi, così serenamente forte nei suoi dubbi e preoccupazioni, e Sergio Pierattini. Non male neanche Luigi Fedele, sicuramente ottimo nell'interpretare il ragazzotto di periferia a cui daresti volentieri un calcio in culo per farlo stare zitto, ma talvolta troppo ridondante in questa sua missione “espressiva”. Menzione doverosa per il "povero" Brando Pacitto, così troppo legato ai Braccialetti Rossi che ormai gli fanno fare sempre lo stesso identico ruolo. In bocca al lupo Brando!

domenica 25 settembre 2016

Non abbiamo gli anticorpi contro i gruppi WhatsApp

Ho sempre sostenuto, e sempre sosterrò, che per interpretare i social network e saper surfare con leggiadria nelle onde impetuose di un oceano troppo immenso quanto sconosciuto, siano richiesti due requisiti di base: o hai vissuto l'era dei Messenger; o sei nato dopo il 1997 e con i social ci sei cresciuto, inzuppandoci dentro i Plasmon. 

Chi non ha almeno uno dei due requisiti è fortemente vulnerabile. Non ha gli anticorpi. O la patente, se si capisce meglio. La spiegazione di questa mia teoria sociologica è discretamente articolata e leziosa, basterà dire per il momento che passare da L'eredità di Carlo Conti all'infinito dei social – senza tappe intermedie – è come dare una Ferrari a un ragazzino senza patente. Come far scendere la Gran Risa alla seconda lezione di sci.

Eppure, volendo continuare la metafora degli anticorpi, sta dilagando a macchia d'olio l'epidemia dei gruppi WhatsApp, probabilmente l'unico social – o più precisamente un servizio social – per il quale gli anticorpi di cui sopra sembrano non essere sufficienti.

Siamo tutti frangibili. Vulnerabili. I gruppi WhatsApp – eredi con i risvoltini e le Converse delle chat di gruppo – si evolvono secondo delle precise regole antropologiche e sociologiche che sfuggono a ogni letteratura precedente. La nuovissima opzione del tag, che permette di notificare un messaggio a un determinato contatto all'interno di una chat collettiva (chi da secoli ha silenziato i gruppi vivrà sonni agitati, tac!), è solo l'ultima regoletta di un giochino di società che sarebbe anche caruccio, e senza dubbio innocuo, se non fosse che 1) ogni giorno nascono nuovi gruppi, inglobando o mixando chat già esistenti, e ponendo serie difficoltà a chi ha un minimo interesse a seguire la vicenda – con conseguenti perdite di tempo enormi; 2) molte comunità reali (squadre sportive, classi scolastiche, associazioni... finanche Giunte comunali o Consigli dei ministri!) per comodità finiscono per sostituire il confronto diretto con il confronto su Whatsapp. Ed è una bestemmia.

Le peculiarità – senza precedente! - dei gruppi WhatsApp:

1) Fondamentale, prima di ogni cosa, è esserci. In più gruppi possibili. A starne fuori ci si sente come quando da bambini si formavano le squadre per la partitella al campo, e tu restavi sempre l'ultimo a essere scelto. In Msn la formazione di chat di gruppo era più effimera, estemporanea. Ogni sera si creava il capanello più opportuno, non erano massonerie, non erano circoli riservati ai soli soci, e la sera dopo si ricominciava. E le chat non accompagnavano tutta la nostra giornata.

2) Quando ci sei, poi, tempo qualche giorno e silenzi il gruppo perché le notifiche sono la principale causa di stress dell'uomo post-post-moderno. Lo silenzi per un anno. Potrebbe venir fuori, allo spuntar di luna, una discussione seria, tu non vieni notificato, ne resti fuori e alla fine succede che a) un membro ti sollecita in privato (annullando di fatto il significato del gruppo) oppure b) nessuno ti caga di striscio e tu ti incazzi. Ma con chi?
Nb: nei telefoni gamma Sony, ma credo in tanti telefoni Android, esiste la modalità Stamina che praticamente sospende i dati quando non usi il telefono, in altre parole si silenziano i gruppi senza silenziarli davvero. Vivamente consigliata.

3) Le chat “parallele” e private dove si commenta ciò di cui si discute pubblicamente di là, nel gruppo. Come se al ristorante, nel corso di una conversazione, all'improvviso ti mettessi a sussurrare all'orecchio del vicino commentando la cazzata che ha detto Tizio.

4) Quando poni una domanda o richiesta collettiva, magari una questione seria, possono passare ore interminabili prima che qualcuno abbia il coraggio di stampare la sua sentenza. Classico esempio: la quota per un regalo di compleanno. Non ci si espone mai così apertamente perché non vedendo negli occhi degli interlocutori un possibile accenno di assenso o dissenso, non sai mai se stai dicendo una cosa intelligente o se stai pisciando fuori dal vaso. Poi, se arriva il coraggioso che scrive e tu concordi, allora via senza pensarci con l'emoticon del pollice alto.

5) I gruppi potrebbero e dovrebbero avere anche l'accezione nobile di agevolare la condivisione e la collaborazione, ma se chiedi un favore succede che ti risponde solo chi ha validi motivi per non poterti aiutare, giustificandosi tavolta con toni risentiti (2 o 3 punti esclamativi rappresentano convenzionalmente il sentimento di risentimento, no?). Chi può ma non ha voglia, silenzio stampa.
Provate invece a inviare lo stesso messaggio anteponendo però il nome di un membro...Tempo 5 minuti e sarai accontentato.

6) Nei messaggi vocali si tende a ripetere la stessa cosa più volte, forse perché ci aspettiamo inconsapevolmente che qualcuno ci dica “ok ho capito, abbozzala” o forse perché ci garba da morire parlare a ruota libera senza contraddittorio.

7) La famigerata doppia spunta blu, causa maggiore di litigi nelle coppie nel 2015, nei gruppi perde di valore perché la visualizzazione collettiva è pressoché un'utopia. Però c'è chi non demorde e controlla con l'intelligentissima I in alto a destra tutto il report dettagliato della ricezione del suo messaggio, e poi prende appunti. Mentali. Pronti per essere rinfacciati al momento opportuno. Neanche Fabio Fazio è così rancoroso nei confronti dei suoi spettatori.

domenica 18 settembre 2016

Alzati sui pedali, immensamente ed eternamente solo

Nel mondo esistono milioni di atleti in grado di avventure sportive molto più difficili, e per ognuno di essi – forti e meno forti, lupi solitari o branchi di esauriti - esistono milioni di storie, tutte simili ma nessuna uguale alle altre, tutte degne di essere sudate, vissute, raccontate. Questo non è il diario di viaggio di un'impresa, né di una vittoria particolare, è il diario di viaggio di un Percorso e di un Obiettivo da raggiungere. Quando: 30 luglio 2016. Dove: da Pozzo Nuovo a Marotta di Fano. Come: in bicicletta.

Dopo un buon lungo il 16 luglio, le ultime due settimane di avvicinamento sono state un po' complicate. Ma non si poteva ormai rinunciare. Testa bassa e convinzione. Le ultime tre notti dormo cinque ore a notte, si dormirà la settimana prossima, non preoccupiamoci. Due borracce; due crostatine; due camere d'aria; 10 euro: premo il tasto rosso di Strava alle ore 6,58. Sotto casa, piacevole sorpresa, trovo uno scudiero che mi accompagnerà per almeno un terzo di percorso.

Allora, la prima regola e la più importante, è questa: parti tranquillo. Salgo la Montanina di 39x25 a ritmo blando, all'ombra è freschino e si sta da Dio, non passa una macchina, il mio scudiero mi segue e mi sostiene. A Trestina si sfrutta la strada a favore per fare un po' di velocità, prime avvisaglie di civiltà sveglia, donne di mezza età a camminare sui marciapiedi, vecchietti al cimitero. Lo spettacolo della domenica mattina d'estate. Fa già caldo.

Il mio scudiero mi saluta prima del bivio per Montone, resto solo con la mia adrenalina, in cuffia Tiziano Ferro si alterna a Cindy Lauper (impensabile sintonizzare le frequenze Fm, e forse è un bene). Iniziano strade inedite per me, a bocce ferme la salita per Montone la credevo meno dura, ma naturalmente adesso non penso a questi inutili dettagli.
Mancano 100 chilometri al traguardo e mangio la prima crostatina.

La strada sale ancora per Pietralunga. La strada non sarebbe inedita, l'ho già fatta una volta, era luglio ed era un caldo infernale, era il 2011, dentro una macchina troppo silenziosa per ospitare tre studenti universitari. Eppure non me la ricordo bene, ero troppo preso da altri pensieri in quella macchina, mi ricordo solo tante curve e la salita dolce e infinita. Più mi sforzo di pensare a quel pomeriggio e più mi alzo sui pedali. Te l'avevo promesso Alessandro. Spero che mi perdonerai il ritardo.

Peccato che, superato il centro di Pietralunga e superato un signore col decespugliatore che si è tolto la maschera protettiva per salutarmi (lui non lo sa, ma è l'ultima persona che vedrò nelle prossime due ore), inizia la vera salita. La civiltà scompare, ma accorre in mio aiuto il paesaggio. Appennino, duro e selvaggio. Silenzioso e incontaminato. In un tratto dove dominano il Nerone e il Catria. Salgo salgo salgo, immensamente ed eternamente solo in questa mia sfida alla Natura intera, così rassegnato a salire che alla fine inizio a scendere e neanche me ne accorgo.

Quasi mezz'ora di discesa dopo, e dopo la seconda crostatina, transito nei pressi di Pianello. La strada ombreggiata mi salva la vita perché ormai sono a secco e l'assistenza tarda a farsi viva. Di bar neanche a parlarne.
Prima di Cagli recupero tre ciclisti. Da dove vieni? Ehm, da Castiglion Fiorentino. Ma sei in vacanza? Ehm non propriamente, sono partito da casa questa mattina. Ah, bel giretto!
C'è tanto vento ma – rulli di tamburo – è a favore!
Mi va di lusso.

A Cagli arriva l'assistenza, riempio la borraccia, mangio e bevo una Red Bull. Purtroppo però resto nuovamente solo. A Cagli, inoltre, finiscono le colline verdi e iniziano le distese di campi e pianure gialle di girasoli. In direzione Pergola devo combattere i primi sintomi di fatica e afa, ma la gamba per ora è salva, e soprattutto il morale è altissimo perché il peggio ormai è alle spalle, basterà buttar giù 2-3 dentini e vedrai che 40 chilometri di pianura voleranno.
Volo davvero, sarà per il vento o per la Red Bull, non lo so. Via via che supero paesini sconosciuti, e via via che si alternano i manifesti delle rispettive sagre paesane, i funghi lasciano il posto ai crostacei; il cinghiale al branzino; i circolini con attempati giocatori di carte ai primi affittacamere vacanzieri.
Un immenso patrimonio antropologico chiamato Provincia Italiana.

Troppo immerso nel flusso, e nell'inerzia di un mulinare di gambe ormai così automatizzato che appena smetto di pedalare per rallentare a una rotonda mi prende un crampo (!), da lontano scorgo il maxi-cartellone verde del casello autostradale e quasi sussulto dalla sorpresa. E' l'A14. Mi si apre il petto, non mi rendo conto ma forse forse sorrido anche. Qualche centinaia di metri, e siamo al mare.

Dov'è che si firma?

martedì 16 agosto 2016

Ballano le onde al ritmo di pizzica


La Grotta della Poesia, sito naturalistico-archeologico fra i più visitati del Salento, è sovrastata in superficie da una colonna che regge una statua (una Madonna?). “Dà l'idea di essere un'opera incompiuta” commenta molto velocemente un padre di famiglia con la pancetta e la borsa frigo, molto più concentrato sulla magia della Grotta che non sulla colonna. Alzo gli occhi e la guardo anche io, quella statua, ma mi pare una scultura finita. Rifletto. E' forse una delle cose veramente compiute del Salento, e proprio per questo risulta incompiuta allo sguardo. Un paradosso che sintetizza le mille sfumature cromatiche di quel quadro bellissimo e struggente che è il Salento.



Giorno 1. Complice la partenza notturna, e sotto un temporale drammatico (qui anche gli agenti atmosferici assumono valenze epiche), diamo la sveglia di prima mattina ai residenti di Alberobello. Prendiamo percezione del bianco della pietra calcarea dei trulli, qualche appunto, e si riparte. A Specchia, borgo fra i più belli d'Italia ed equidistante fra le due coste, ci attendono sole e vento. Il primo approccio con il mare è a Pescoluse, qualche decina di metri più a sud delle ormai famigerate Maldive del Salento. I turisti si accalcano tutti lì, forse pensando che Google Maps sia più affidabile di una sana passeggiata sul bagnasciuga.



Giorno 2. Giornata easy da spiaggia, sempre a Pescoluse. I parcheggi non sono tantissimi ma costano al massimo 4€ al giorno; al bar con 2,50€ si beve una birra e l'edicolante fa credito perché non ha i resti. Insomma, si sta bene qui. E, almeno qui, la lunga carovana di carretti ambulanti sul bagnasciuga non oscura la visuale del mare come succede appunto 100 metri più a nord.

Doverosa menzione per la prima (e resterà purtroppo ultima) sagra paesana visitata, la Sagra de li diavulicchi a Morciano di Leuca. Un'organizzazione impeccabile, impeccabile perlomeno per chi non ha troppa fretta di mangiare, che unisce il divertimento al sociale, e in un contesto dove si respira l'autentico clima di festa e condivisione.



Giorno 3. Santa Maria di Leuca, e poi su su il tour panoramico risalendo la costa verso Otranto. Il paesaggio è maestoso, enorme. Il paesaggio, con le sue rocce bianche erose dai fenomeni carsici, le sue grotte nerissime intrise di storia e mistero, i suoi strapiombi verdi a picco sul mare (perché qui vediamo anche un po' di verde che non sia ulivo), il paesaggio non è un quadro da ammirare ma è un palcoscenico da vivere, ti avvolge, ti coinvolge, ti colpisce. Guarda e zitto. Forse è anche per questo che la gente si tuffa dai 5-6 metri del Ciolo, perché si sente il desiderio di recitare una parte nella struggente tragedia della Natura. I piccoli, e ovviamente frequentatissimi, siti di Marina Serra e Acquaviva Marittima sono i trailer mozzafiato che la Natura ha regalato all'Uomo: “Questo è un assaggio di cosa so fare, per ora accontentati, tuffati e fatti un bel selfie”.




Giorno 4. Sembrerà strano, ma Alimini è stata una delle sorprese più grandi del soggiorno. Non credevo potesse esistere in una regione ancora fortemente ed orgogliosamente rude e selvaggia, specialmente sull'Adriatico e quindi ben lontano da Gallipoli, un angolo di antropizzazione così ben organizzato. Nascosta da una grande pineta, larga anche un chilometro, si apre una lunga spiaggia di sabbia dorata, o direi più bronzea, con stabilimenti e servizi all'avanguardia e soprattutto un'acqua cristallina da far spavento. Complimenti.



Giorno 5. Toccata e fuga culturale a Lecce, piano piano si inizia a entrare in sintonia con l'elemento portante del paesaggio salentino, la pietra bianca. In tarda mattinata riprendiamo la macchina in direzione mare, con lo scopo di concludere la panoramica adriatica che avevamo interrotto due giorni prima. Purtroppo le ultimissime tappe (cava di bauxite e Porto Badisco) non riusciamo a completarle, perché incantati dalla magia della Grotta della Poesia (un veloce pranzettino al sacco con lo show totalmente gratis dei tuffi scriteriati di centinaia di fan di Tania Cagnotto) e dai faraglioni di Torre Sant'Andrea. E' caldo, immensamente caldo, e soprattutto ci manca il giro in trenino di Alimini Beach. Il richiamo è troppo forte. Paghiamo 3,50€ di parcheggio alle 4 inoltrate (tariffa intera giornaliera, niente sconti) ma ne vale la pena. C'è chi ne spende il doppio per andare al Serristori.



Giorno 6. Gallipoli-day, o vogliamo dire Riccione-del-sud-day-quando-Riccione-era-nei-suoi-cenci. In realtà a Gallipoli c'è anche tanto turismo di famiglie e cinquanta/sessantenni, c'è di tutto, e il fatto che il centro storico sia raggiungibile praticamente solo tramite una strada di certo non aiuta. A me è parsa una città fuori controllo. La dirimpettaia Otranto, benché non manchino le sportellate per trovare parcheggio, è più armonica, più sorridente.



Giorno 7. Concludiamo con una rilassante e inedita escursione in barca, purtroppo sulla costa ionica poiché la tramontana impedisce la navigazione sull'Adriatico.
La visita delle grotte via mare è la naturale e ideale chiusura del cerchio dello studio del paesaggio salentino, perché dalla barca – oltre che il fondale marino a quasi 5 metri di profondità! - si percepisce sulla pelle il moto delle acque che consumano, erodono, sfregano il lembo roccioso, e fin qui abbiamo scoperto l'acqua calda, ma si percepisce anche che l'eterno movimento erosivo è concettuale, è un topos, è un segno distintivo della sua popolazione. Ballano le onde al ritmo di pizzica, ballano i salentini su questa terra arida e rocciosa, friabile e decadente, bianca come la pietra calcarea e rossa come il sangue delle sue terre; ballano i salentini e ballano più forte ancor per proteggere la loro identità e il loro territorio; ballano i salentini per ingraziarsi la Natura, che ha regalato loro un'opera bellissima e struggente. Un'opera graziosamente incompiuta.

lunedì 4 luglio 2016

E' questo il Palio che sognavo da bambino



Il rumore delle palline che sbattono nell'urna è percepibile fin al carro armato, cioè fin dov'era il carro armato. Silenzio. Pichiano ha baciato la pallina giallorossa, ma la pallina giallorossa non vuole uscire. Resta ultima, intimorita. Manda avanti l'amica arancioverde, poi l'altra biancoazzurra. Ma la pallina è l'unica cosa giallorossa che ha paura in questa piazza. Una pallina timida non può spezzarci le gambe, siamo qui, stringiamoci, giochiamocela.

[Sabato 23.04.2016, ore 10:31] Sulle dolci colline verso Puntabella, freddo e vento, nuvole cattive troppo cattive, fuori stagione e fuori tempo. Il cenino a puttane. Le Kriss&Kriss annunciano una canzone il cui autore è uno che cucina su tre fornelli. Non so cosa significhi ma il ritmo è quello giusto. Giusto. So che mi alzo sui pedali, alò a 'sto cenino se spacca i culi.
Più tardi, nel magazzino della Polisportiva Montecchio Vesponi, qualche bordellotto mi si avvicina e mi chiede “allora se vince sto Palio?”. Sorrido. Ci stiamo lavorando.

La prima ora di mossa scorre via. Lenta, viscida, dolorosa. Ma scorre, e questo basta. Noi
non abbiamo fretta, stiamo qui fino al buio. Dal Porcini vacci te. A un certo punto – verso le 20,45, alla quarta bottiglietta d'acqua ingerita e subito sputicchiata – mi stacco dalla calca e mi giro verso la piazza. Mi passo la maglia sulle labbra, e lascio un'impronta marrone. Siamo già pieni di terra e ne mangeremo ancora tanta, quanto è vero Dio, però stasera l'avete assaggiata un po' anche voi altri, vero?

[Sabato 07.05.2016, ore 21:23] In San Lazzo violenti rivoli di acqua, in cielo i fulmini. In vicolo dei Galli è rimasto tutto com'era oggi pomeriggio alle 5, quando ancora splendeva il sole. Dobbiamo smontare l'allestimento. Coi sacchi neri della spazzatura indosso, tagliati ad altezza collo e altezza braccia, e con la cuffia da aiuto-cuochi, corriamo nel vicolo. Io, la Bene, la Luisa e altri fantasmi nella notte.

La svolta avviene al ritiro del Casu, a cui seguono 15 minuti di sospensione: paradossalmente l'imminenza delle tenebre potrebbe preoccuparci. Come dicono nel calcio o nel basket, l'inerzia parrebbe essersi spostata a nostro favore e adesso vogliamo correre. Ma nessuno lo dice. Tranquilli, ricordo tutto di quella sera, ricordo anche che nessuno ma proprio nessuno sia stato tanto sbadato da dirlo.

[Domenica 29.05.2016, ore 16:48] Corriamo sotto il diluvio anche a Ferrara, in pieno centro storico, forse il nostro destino di figli della Lupa è correre. O rincorrere. Il Palio è stato rinviato. Ok, adesso una persona normale dovrebbe chiedersi: ma chi me lo fa fare di andare a Ferrara quando Giuliacci, Corazzon, l'Argentelli e Nostradamus hanno previsto piogge per tutto il pomeriggio?
Giulia, Redi e Tommy io vi voglio bene, ma salite in macchina e non chiedete niente a nessuno. Già è tanto se non ci han fatto la multa, fidatevi.

Della mossa buona ricordo due ombre giallorosse in testa dopo 50 metri. Della mossa buona ricordo i primi quattro interminabili secondi nei quali apro il cuore e sgrano gli occhi, in slow motionnon scoppia nessun mortaretto. Non scoppia niente. Della mossa buona ricordo Dino che con una calma glaciale, quasi irriverente vista la situazione, alza il Carboni e lo para. Che ci crediate o meno, anch'io sono calmissimo.
Ora.
E ora, in latino, non vuol dire "adesso".

[Sabato 11.06.2016, ore 18:55] In sede, prima della Gara, apparecchio per la cena dei nostri alfieri. Ho un gesto per tanti di loro. Soprattutto per il Redi e per il Brillo. Per la Luisa. Non volevo e non potevo restarne fuori. Anche e soprattutto dopo la sconfitta.

Al secondo giro Andrea infila dall'interno il Carboni e Dino, un doppio sorpasso. Gli occhi ormai fuori dalle orbite, se non altro per cercare di vedere meglio. La polvere e il buio. La polvere è altissima, il buio è quasi esoterico. Lo spirito delle tenebre illuminato dalla luce vacua e artificiale di un neon bianco. E nelle tenebre due giubbetti rossi e gialli. E per la prima volta dopo 30 secondi, finalmente, riesco a muovere le gambe. Di fianco un uomo con una maglia blu, è mio babbo (quello vero), lo abbraccio da dietro. Non accadeva dal primo luglio 2001.

[Sabato 18.06.2016, ore 16:46] Clop, clop, clop. Bambini silenzio. Fate silenzio,
per favore. Ecco i cavalli. Gli zoccoli riecheggiano sui muri di vicolo dei Galli. Arrivano Pressing de Mores, Qui Pro Quo, Quattro Mori. Il cavallo è l'entità che vive il Palio e lo sublima; il cavallo è il razionale che si fa irrazionale; il cavallo è l'animale bellissimo che Dio ha creato per dirci che la nostra mente arriva fino a un certo punto, e che oltre questo punto contano le gambe e il cuore.
Il cavallo è l'animale che ammutolisce e ammalia 40 bambini durante una preghiera.

Quando scoppia il triplice mortaretto mi trovo – solo - nella zona fra la mossa e il Foro Boario. Corro verso l'ingresso del Foro Boario. Sto per saltare ma un addetto della Vab incrocia le braccia per dissuadermi, per circa 8 centesimi di secondo gli do anche retta. Poi però accanto a me c'è Ciro, Ciro salta, e salto anch'io. Un tuffo nella terra. Sono talmente lucido e concentrato da guardarmi intorno per non esser investito da qualche cavallo, schivo Stenfort, e finalmente intravedo o forse semplicemente sogno una sagoma giallorossa. E' Dino, sta fermando Qui Pro Quo. Si ferma davanti a me, abbraccio il cavallo e abbraccio Dino. Spalanco la bocca per urlare ma non esce niente. Sto urlando in silenzio. L'estasi.

Corro poi dai miei fratelli che hanno preso il Palio. Il primo che abbraccio è il Bisto. Poi tutti gli altri miei fratelli. Fra cui anche quello biologico. E ancora urlo in silenzio. Sudo, salto e urlo in silenzio. Le prime parole che escono, con la voce strozzata da una laringite aggravata da urla, canti, terra e alcolici, le urlo sull'orecchio destro di Pichiano: “Ma che cazzo hai fatto!”.

Abbiamo mangiato tanta terra e tanta ne mangeremo ancora, ma neanche la pancia piena di atroci sconfitte e dolorose testate sul muro potrà mai piegare la nostra voglia di cantare, correre e lottare.
E' questo il Palio che sognavo da bambino!


domenica 6 marzo 2016

La prima "mezza" della mia vita

(A scanso di equivoci e critiche da espertoni puntigliosi – perché si sa gli sportivi fissati sono la categoria umana più permalosa in assoluto – specifico che il titolo presenta due colossali sfondoni: in realtà 23 km non sono una mezza ma qualcosina oltre; e un trail, in quanto tale, non credo possa rientrare nel range delle mezze intese appunto come mezze-maratone. Che, a norma, si svolgono su terreni meno accidentati).

Fino a un anno e mezzo fa, la mia attività podistica consisteva in uscite di 40-50 minuti suddivise in due o addirittura tre blocchi ciascuna. Più di mezz'ora di fila non ho avevo mai corso in vita mia. Un blocco mentale e fisico del quale non avevo mai indagato le cause. Semplicemente mi ero autoconvinto che la corsa non fosse uno sport per me. Stop.

La svolta a Natale 2014. Prendi il calendario, fissa un obiettivo e vedrai che troverai lo stimolo per faticare. FATICARE è la capacità umana più sottovalutata e meno studiata. Si sbotta “che fatica” e poi finisce lì, nessuno ha mai preso sul serio gli indici di fatica negli individui, nessuno ha mai capito davvero che corre un abisso fra i concetti di FATICA e di SOFFERENZA.
Insomma arrivai ai miei primi 12 km, poi 14, poi 16. Avevo questa Ronda Ghibellina per principianti all'orizzonte, l'avvicinamento mi provocava sensazioni di adrenalina euforica che non risentivo sul mio corpo dai tempi del ciclismo. Sui poggi o negli interminabili rettilinei di Pozzo Nuovo, allenamento dopo allenamento, la consapevolezza tangibile dei miglioramenti, e non c'è doping migliore del rendersi conto che il tuo corpo sta reagendo positivamente alla fatica. Che motore e centralina han fatto finalmente pace.

Poi è venuta la primavera, l'estate, la bicicletta, le razzate al sole, ma il flusso – o come dicono quelli bravi, il flow - non l'ho mai perso.
In autunno si alza l'asticella.
Torna la Ronda, ma torna anche il Trail di Cortona. Con i suoi 23 km. Più di una mezzamaratona.

Non chiedetemi come si gestisce una mezza perché non lo so ancora. In preparazione avrò superato la fatidica soglia 3 o 4 volte, con gli ultimi 4 km sempre trascinando le lunghe leve discretamente appesantite e quasi strusciando le punte dei piedi sul terreno per la fatica di alzare le ginocchia. Programmazione fai-da-te molto amatoriale. So che devi bere, devi alimentarti, devi mangiare pescando dallo zaino perché al ristoro non avrai voglia di perdere tempo, devi assolutamente evitare di partire col gas aperto. Io che vengo dal ciclismo lo dovrei sapere bene, ma credetemi sulla corsa il concetto è estremizzato. Costringere le proprie gambe a rallentare quando potresti correre più forte non è difficile, è quasi impossibile

Son fortunato che il mio fido scudiero mi “trattiene” a sé, mentre davanti i prof. del settore fuggono via nei boschi umidi di Sant'Egidio, arrancando sui single track rocciosi e contro i torrenti di acqua piovana che tirano come l'Arno nel '66. In vetta il primo sospiro di sollievo, la gamba ancora risponde bene. La cresta del monte percorsa verso sud sul mitico Sentiero Cai 50, tutta controvento e tutta impastata di fango alto alle caviglie, propone le prime vere difficoltà. Non si riesce a fare ritmo, siamo incatramati – nel senso letterale del termine. 

Intorno al km 15 sarebbe consigliabile rifiatare, ma al Trail di Cortona quel tratto è tutta discesa, si va giù a rotta di collo, inconsapevoli e ingenui nel tentativo di recuperare il tempo perduto in salita (altro meccanismo psicologico mutuato dalle due ruote). L'ultima salita, con le gambe fredde, inchiodate e incrostate dai microtraumi causati dalla picchiata, è un dramma umano. E' lì che la fatica si tramuta in sofferenza. E io non ho mai amato soffrire.

Io e il mio fido scudiero chiudiamo in 2h15', un quarto d'ora in meno delle più rosee previsioni. Missione compiuta. A novembre 2014, quando a malapena passavo indenne il vialone dello Zuccherificio, non ci avrei mai creduto. 

Ma non so quanto ancora potrò alzare il mio indice personale di fatica, credo e spero poco. Lo sport è una cosa nobile, sarebbe sempre opportuno svolgerla con eleganza, rispetto e soprattutto Equilibrio.
#faisportresponsabilmente


martedì 16 febbraio 2016

Perfetti sconosciuti (considerazioni intorno a)

Perfetti sconosciuti è arrivato in sala il weekend di San Valentino e, come fosse un Cupido dalle frecce avvelenate, ha fatto breccia nelle coppie. E non solo. Perfetti sconosciuti non è un film normale ma è più semplicemente un testo corale, un dialogo a più voci, recitato benissimo da alcuni fuoriclasse del panorama attuale. Perfetti sconosciuti, al di là delle considerazioni tecniche sulla qualità artistica, è piombato fragoroso nella tranquilla routine della programmazione cinematografica per altri motivi.

Perché è forse la prima volta che si analizza il fenomeno SMARTPHONE da una prospettiva seria e analitica (e verrebbe da chiedersi con un pizzico di angoscia perché nessuno lo aveva ancora fatto); e perché, usciti dalla sala, quasi tutti noi, chi consapevolmente chi meno, abbiamo vissuto almeno tre secondi di terrore. “E se capitasse a me?”.

E a tutti potrebbe capitare. Non tanto e non solo perché ciascuno è geloso del proprio secondo cervello, l'hard disk esterno della nostra storia personale, quanto perché molto più banalmente tutti ormai siamo entrati nel vortice. E riuscire ad analizzare un vortice essendoci dentro fino al collo è pressoché impossibile.

Ma cos'è che dovrebbe capitare? Che una sera a cena, a tavola con gli amici di una vita, qualcuno abbia la maledetta idea di fare un giochino: mettere tutti i telefoni sopra il tavolo e condividere con gli altri qualsiasi notifica arrivi (sms, whatsapp, mail, chiamate), senza deroga alcuna.
La scintilla narrativa deflagra in un incendio di segreti, sensi di colpa, imbarazzi – con episodi e momenti volutamente sopra la righe, quasi come se gli sceneggiatori avessero esagerato con l'intento pedagogico di farci capire dove potremo arrivare se non facciamo presto un passo indietro. 

La genialità non sta nel descrivere le sofferenze di chi “sgama” i messaggi dell'amante del partner (fin qui tutti capaci), quanto nell'evidenziare l'angoscia preventiva con la quale si affronta la condivisione del telefono in pubblico: ci sentiamo vulnerabili, nudi e impauriti, come essere spogliati in una piazza piena di gente. E lo siamo anche se non abbiamo niente da nascondere.
Ma perché si è arrivati fin qui? Le scappatelle e le finte partitelle di calcetto son sempre esistite; la storia è piena di sotterfugi e vite segrete.

L'upgrade della società 2.0, l'allungamento spazio/temporale delle possibilità di conoscenza e comunicazione, pare abbia estremizzato e portato al limite il concetto stesso di uomo come animale sociale. La rete delle nostre informazioni e relazioni interpersonali si è allargata così tanto che adesso si è indebolita, tirata ai quattro capi da forze inumane, si è sfibrata. E soprattutto non riusciamo più a vederne la fine, non la controlliamo più. Pertanto cerchiamo di tenerla annodata dentro un telefono, la scatola nera, l'estensione digitale della nostra mano. Ma, prima o poi, da qualche buco della rete potrebbe uscire qualche pesciolino: noi lo sappiamo ma non possiamo fare nulla per prevenirlo. E la cosa ci spaventa.

Siamo frangibili, dice Marco Giallini.

Nati e cresciuti nella bidimensionalità sociale, dove al massimo ci si divideva fra vita privata e vita pubblica, con la mediazione delle nuove tecnologie abbiamo scoperto non solo la terza dimensione, ma anche la quarta, la quinta, la sesta... Impossibile quantificarle, impossibile controllare i riflessi di questo prisma impazzito. Impossibile, ancora oggi, valutare scientificamente o prevedere gli effetti di un proprio gesto condiviso in Rete (un acquisto online, una mail, la prenotazione di un viaggio, un post su Facebook, una foto su Instagram). E' una palla matta, non sai mai dove rimbalzerà. Un giochino pericoloso, a cui le generazioni mature (gli over 40, quelli cioè che hanno conosciuto Internet per sentito dire solo perché il commesso di Mediaworld gli ha appioppato un Samsung da battaglia col 3G, quattro o cinque anni fa circa) sono maggiormente esposte per la loro minor adattabilità. 

E del resto c'è poco da preoccuparsi, gli adulti di domani vivranno benissimo, immersi fin da piccoli nelle sei dimensioni della società post-post-moderna, capaci di flaggare le caselle giuste evitando qualche truffa e intelligenti quel poco per capire di non postare le foto dei loro figlioli appena nati.

domenica 7 febbraio 2016

The hateful eight

The hateful eight


Di Quentin Tarantino. Con Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demian Bichir, Tim Roth.
Voto MyMovies: 4 stelle
Voto Cavalli Selvaggi: 7 e mezzo


Otto minuti di noia di troppo. Volendo continuare i giochi di parole sul numero 8, direi infatti che la distanza che separa The hateful eight da un grandissimo film sono appunto quegli 8 minuti. A Tarantino si può perdonare tutto: le parolacce, lo splatter schifoso, i cambi di registro improvvisi e quasi blasfemi, la logorrea volutamente fastidiosa dei suoi personaggi. Ma al regista tecnicamente più bravo al mondo, nonché eccezionale sceneggiatore, non si può perdonare una manciata di minuti di sbadigli. Mai.

Due velocissime considerazioni preliminari, e poi partiamo:
1)La sceneggiatura è stata modificata rispetto alla versione originaria in seguito a una fuga di notizie che fece imbestialire Quentin nella primavera del 2014;
2)La versione in 70mm, probabilmente, restituisce tecnicamente ed esteticamente un prodotto artistico ben diverso da quello che si distribuisce nelle fottutissime sale dei multisala di provincia.

Ok, partiamo. The hateful eight è l'ottavo e terzultimo film di Tarantino, nonché la summa di tutti gli altri sette. Non solo chiude l'ideale trilogia storica (ritornano qui, spesso, con autocitazioni evidenti sia i Bastardi che Django); ma riprende spunti ormai leggendari de Le iene o anche di Pulp fiction. The hateful eight è un western-giallo-thriller con alcuni accenti non banali di piece teatrale. The hateful eight racchiude il suo fulcro vitale e scenico in un'unica stanza (e dentro neanche una colonna o una tenda!), un'estremizzazione del concetto dopo il teatro dei Bastardi e il casolare di Django (viene da pensare: il prossimo film lo girerà tutto dentro un bagno?). 

Il regista sembra quasi voler sfidare se stesso e le leggi della rappresentazione visiva, facendo fluttuare con la sua magica manina 8 personaggi in appena 30 metri quadri, lavorando spesso su due o addirittura tre piani di narrazione, con spostamenti, sguardi, tic nervosi e gesti mai fini a se stessi. Ed è infatti il momento più esaltante di tutte le tre ore: 40 minuti di maniacale e spettacolare gioco di ruolo nel quale ogni giocatore è chiamato a nascondere la sua vera identità e al tempo stesso smascherare quella degli altri. Un bagno di sangue nel quale affogano segreti e rivelazioni, sotterfugi e bugie - compresa quella del regista nei nostri confronti. 

Sulla trama, comunque bellissima, non si può dire altro senza cadere in drammatici spoiler e solo ora capisco perché tutte le recensioni – positive o no – siano così misteriose e anche così enigmatiche (la mia non farà eccezione). Si può invece dire sui tempi di sviluppo, e veniamo quindi a quei minuti di troppo che dobbiamo sorbirci, nel prologo ma soprattutto nel finale. E non è una lamentela di carattere meramente estetico. La parte centrale del film, piccolo capolavoro di resa cinematografica, è comunque troppo breve per poter caratterizzare alcuni degli otto hateful, al punto che lo spettatore non ha nemmeno tempo di conoscerli, di tifare uno o l'altro, di memorizzare la scena, che subito questi iniziano a spararsi addosso. Inoltre, ammettendo ancora che la logorrea e la ripetizione ossessiva di dialoghi e comportamenti (passerà alla storia del cinema l'episodio della chiusura della porta) sia un tratto distintivo di Tarantino, è pur vero che nel finale si parla troppo e sempre della stessa cosa: va bene farlo all'inizio, quando questo aiuta ad alzare la tensione e l'attenzione, ma alla fine? Alla fine che senso ha? Sì, è vero, non ha nessun senso come molte delle cose che fa il vecchio Quentin.

Ultima annotazione per la colonna sonora, che da più parti è stata criticata di essere sopravvalutata. Secondo me invece il genio di Morricone si sente e aiuta molto a ricreare il clima di frontiera e a percepire il freddo esterno e il freddo dell'anima. E del resto io vado matto per le scene dove la musica accompagna ed evidenzia delicatamente l'azione, e qui ne abbiamo due memorabili.

sabato 9 gennaio 2016

Non essere cattivo

C'è qualcosa in te che dà l'impressione di affondare i denti nella carta stagnola.

Userei una citazione di Stephen King per evocare Non essere cattivo, il capolavoro postumo di Claudio Caligari. Guardare la parabola di Cesare, un sorprendentemente bravo Luca Marinelli, è come avere una pallina di carta di alluminio in bocca, che ti tritura i denti, che ti graffia le gengive, che ti elettrizza le meningi, che ti sconquassa il cervello. Non essere cattivo arriva dritto al cervello.

Una storia banale, un finale scontato, una regia apparentemente piatta. Ma tutto parte da qui, dall'apparentemente. In realtà credo che il povero Caligari abbia sistemato a puntino gli elementi della narrazione (regia-montaggio-sceneggiatura) affinché risultassero il meno visibili possibili. Come un documentario, un finto documentario. Una sorta di Naturalismo dei nostri giorni, ispirato a Pasolini, che scandaglia la società degradata della Ostia del 1995, borgata desolata e assolata, immersa in una luce de-saturata di colore, dove il cielo non è azzurro ma indaco e dove i sette veri colori dell'arcobaleno si notano solo nelle girandole appese alle lapidi del cimitero.
 
E' un registro stilistico che funziona con precisione scientifica: dalla prima scena di sballo – una sorta di manifesto – fino all'angoscia del finale, si alternano nello spettatore due sole emozioni, disperazione e compassione. Compassione e disperazione. Ma non c'è mai rabbia, né tanto meno odio, nei confronti dei due protagonisti, giovani adulti assolutamente incapaci di prendere le redini della propria vita (in ogni caso eccellenti prestazioni recitative da entrambi). La sceneggiatura procede non per intreccio ma per accumulo di episodi quotidiani, situazioni scabrose, al limite, che ogni volta si spengono stanche un attimo prima di esplodere, un attimo prima di generare la svolta narrativa o "colpo di scena" a dir si voglia. E la volta dopo si ricomincia, come se nulla fosse successo.
 
I colpi di scena non sono ammessi nei documentari, e come succede più nella realtà che nei film, non è per niente vero che sbagliando s'impara. Gli ultimi della società saranno destinati a ripetere in eterno i propri errori, questo lo sappiamo dai tempi dei romanzieri russi e francesi, ma gli ultimi della società catapultati vicino Roma, in piena era contemporanea, italianissimi fino al midollo, uomini eterosessuali, senza segni evidenti di discriminazione sociale – ecco questo genere di ultimi, così vicini a noi, vorremmo che diventassero felici, almeno nei film. E invece niente.
 
Non essere cattivo, sembra dire la bambina allo zio Cesare, e Cesare infatti non è cattivo, seppure non mostri non dico amore ma neppure rispetto neanche verso la mamma depressa e la nipotina orfana e malata, appunto. Non essere cattivo, sembra dire Caligari allo spettatore, non essere cattivo, non giudicarlo. Ma lo spettatore non ha bisogno del monito, lo spettatore non ha intenzione né interesse di condannare il ragazzotto ribelle che gira per le strade urlando a tutti, ma senza mai fare del male a nessuno, e soprattutto agitando un fero (probabilmente privo di pallottole) che non userà mai e che [SPOILER] al contrario segnerà la sua fine.
Non essere cattivo, ché qui nessuno è cattivo.
Non essere cattivo arriva dritto al cervello, come mordere la carta stagnola. O come strisciare le unghie sulla lavagna.