IN GUERRA PER AMORE
Un film di Pierfrancesco Diliberto. Con Pif, Miriam Leone, Andrea Di Stefano, Sergio Vespertino, Maurizio Bologna
Voto MyMovies: 3 stelle
Voto Cavalli Selvaggi: 6 e mezzo
Pif ha talento. E lo riconosci subito,
il talento. Con quella sua espressione caratteristica,
indistinguibile, da finto ingenuo, da fine osservatore e umile
pensatore, una sorta di Forrest Gump italiano (il paragone però è
forzatissimo, utile solo per i titoli di giornali, benché lui stesso ami giocare con il ruolo). Pif ha portato,
prima in tv e poi al cinema, stili nuovi e prospettive inedite.
Fargli i complimenti, e soprattutto incoraggiarlo, è doveroso.
Ecco, In guerra per amore è un film
che contiene tutto Pif, e contiene tutti i tratti della sua originale
visione delle cose (artistiche). In guerra per amore però ha
fondamenta fragili e si regge su una sceneggiatura stiracchiata,
troppi salti e troppe forzature, quella cosa chiamata intreccio che
non esiste nei documentari a lui tanto cari, nelle commedie è
probabilmente la cosa più importante di tutte. Se ne potrebbe fare
anche a meno, intendi bene!, ma in sottotraccia tutto poi deve
tornare al suo posto, non puoi permetterti il rischio di lasciare lo
spettatore nella poltrona da solo con i suoi dubbi.
Dall'espediente surreale quanto
ridicolo usato per giustificare l'arruolamento (un emigrato che
lavora da tot anni in America e che parla discretamente l'inglese,
non ha ancora imparato a pronunciare water?); agli asini che non solo
volano, ma volano sfondando i muri: alcuni passaggi più che comici o
grotteschi sono del tutto fuori luogo. I due sciagurati, lo zoppo e
il cieco, moderne rivisitazioni del gatto e della volpe, che
accompagnano il “Pinocchio” Arturo Giammarresi nelle sue
peripezie sono la dimostrazione che volendo si può fare del
grottesco senza uscire dal seminato, ma rimangono due meravigliosi
pesci fuor d'acqua.
Ecco, praticamente ho stroncato Pif, ma
in realtà – al di là della storia che non regge – spunti
positivi non mancano. La regia: brillante e delicata, veloce e
intelligente. La scenografia e i costumi: tutto curato nei minimi
dettagli. La fotografia: spaziale! Di giorno senti l'aridità e
respiri la polvere; di notte non è mai veramente notte, ma è un
giorno filtrato di un blu grigiastro, che rende un'atmosfera
spettrale ma commuovente. Il tutto corre a buon ritmo verso il finale
moralizzatore, comunque perdonabile, ma sempre con quella fastidiosa
sensazione che la montagna abbia partorito un topolino zoppo. E
cieco.
Da segnalare infine la gag del selfie
ante-litteram, che potrebbe essere interpretata come una sorta di
auto-recensione (inconsapevole?). La gag è una trovata banale quanto
straordinariamente geniale, e lo spettatore è caldamente invitato a
notare che tutti i personaggi non capiscano cosa ci sia di bello in
un autoscatto. Forse allora anche Pif è così avanti, almeno 60
anni, che adesso ancora nessuno lo può capire?

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