martedì 16 febbraio 2016

Perfetti sconosciuti (considerazioni intorno a)

Perfetti sconosciuti è arrivato in sala il weekend di San Valentino e, come fosse un Cupido dalle frecce avvelenate, ha fatto breccia nelle coppie. E non solo. Perfetti sconosciuti non è un film normale ma è più semplicemente un testo corale, un dialogo a più voci, recitato benissimo da alcuni fuoriclasse del panorama attuale. Perfetti sconosciuti, al di là delle considerazioni tecniche sulla qualità artistica, è piombato fragoroso nella tranquilla routine della programmazione cinematografica per altri motivi.

Perché è forse la prima volta che si analizza il fenomeno SMARTPHONE da una prospettiva seria e analitica (e verrebbe da chiedersi con un pizzico di angoscia perché nessuno lo aveva ancora fatto); e perché, usciti dalla sala, quasi tutti noi, chi consapevolmente chi meno, abbiamo vissuto almeno tre secondi di terrore. “E se capitasse a me?”.

E a tutti potrebbe capitare. Non tanto e non solo perché ciascuno è geloso del proprio secondo cervello, l'hard disk esterno della nostra storia personale, quanto perché molto più banalmente tutti ormai siamo entrati nel vortice. E riuscire ad analizzare un vortice essendoci dentro fino al collo è pressoché impossibile.

Ma cos'è che dovrebbe capitare? Che una sera a cena, a tavola con gli amici di una vita, qualcuno abbia la maledetta idea di fare un giochino: mettere tutti i telefoni sopra il tavolo e condividere con gli altri qualsiasi notifica arrivi (sms, whatsapp, mail, chiamate), senza deroga alcuna.
La scintilla narrativa deflagra in un incendio di segreti, sensi di colpa, imbarazzi – con episodi e momenti volutamente sopra la righe, quasi come se gli sceneggiatori avessero esagerato con l'intento pedagogico di farci capire dove potremo arrivare se non facciamo presto un passo indietro. 

La genialità non sta nel descrivere le sofferenze di chi “sgama” i messaggi dell'amante del partner (fin qui tutti capaci), quanto nell'evidenziare l'angoscia preventiva con la quale si affronta la condivisione del telefono in pubblico: ci sentiamo vulnerabili, nudi e impauriti, come essere spogliati in una piazza piena di gente. E lo siamo anche se non abbiamo niente da nascondere.
Ma perché si è arrivati fin qui? Le scappatelle e le finte partitelle di calcetto son sempre esistite; la storia è piena di sotterfugi e vite segrete.

L'upgrade della società 2.0, l'allungamento spazio/temporale delle possibilità di conoscenza e comunicazione, pare abbia estremizzato e portato al limite il concetto stesso di uomo come animale sociale. La rete delle nostre informazioni e relazioni interpersonali si è allargata così tanto che adesso si è indebolita, tirata ai quattro capi da forze inumane, si è sfibrata. E soprattutto non riusciamo più a vederne la fine, non la controlliamo più. Pertanto cerchiamo di tenerla annodata dentro un telefono, la scatola nera, l'estensione digitale della nostra mano. Ma, prima o poi, da qualche buco della rete potrebbe uscire qualche pesciolino: noi lo sappiamo ma non possiamo fare nulla per prevenirlo. E la cosa ci spaventa.

Siamo frangibili, dice Marco Giallini.

Nati e cresciuti nella bidimensionalità sociale, dove al massimo ci si divideva fra vita privata e vita pubblica, con la mediazione delle nuove tecnologie abbiamo scoperto non solo la terza dimensione, ma anche la quarta, la quinta, la sesta... Impossibile quantificarle, impossibile controllare i riflessi di questo prisma impazzito. Impossibile, ancora oggi, valutare scientificamente o prevedere gli effetti di un proprio gesto condiviso in Rete (un acquisto online, una mail, la prenotazione di un viaggio, un post su Facebook, una foto su Instagram). E' una palla matta, non sai mai dove rimbalzerà. Un giochino pericoloso, a cui le generazioni mature (gli over 40, quelli cioè che hanno conosciuto Internet per sentito dire solo perché il commesso di Mediaworld gli ha appioppato un Samsung da battaglia col 3G, quattro o cinque anni fa circa) sono maggiormente esposte per la loro minor adattabilità. 

E del resto c'è poco da preoccuparsi, gli adulti di domani vivranno benissimo, immersi fin da piccoli nelle sei dimensioni della società post-post-moderna, capaci di flaggare le caselle giuste evitando qualche truffa e intelligenti quel poco per capire di non postare le foto dei loro figlioli appena nati.

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