The hateful eight
Di Quentin Tarantino. Con Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demian Bichir, Tim Roth.
Voto MyMovies: 4 stelle
Voto Cavalli Selvaggi: 7 e mezzo
Otto minuti di noia di troppo. Volendo
continuare i giochi di parole sul numero 8, direi infatti che la
distanza che separa The hateful eight da un grandissimo film sono
appunto quegli 8 minuti. A Tarantino si può perdonare tutto: le
parolacce, lo splatter schifoso, i cambi di registro improvvisi e
quasi blasfemi, la logorrea volutamente fastidiosa dei suoi
personaggi. Ma al regista tecnicamente più bravo al mondo, nonché
eccezionale sceneggiatore, non si può perdonare una manciata di
minuti di sbadigli. Mai.
Due velocissime considerazioni
preliminari, e poi partiamo:
1)La sceneggiatura è stata modificata
rispetto alla versione originaria in seguito a una fuga di notizie
che fece imbestialire Quentin nella primavera del 2014;
2)La versione in 70mm, probabilmente,
restituisce tecnicamente ed esteticamente un prodotto artistico ben
diverso da quello che si distribuisce nelle fottutissime sale dei
multisala di provincia.
Ok, partiamo. The hateful eight è
l'ottavo e terzultimo film di Tarantino, nonché la summa di tutti
gli altri sette. Non solo chiude l'ideale trilogia storica (ritornano
qui, spesso, con autocitazioni evidenti sia i Bastardi che Django);
ma riprende spunti ormai leggendari de Le iene o anche di Pulp
fiction. The hateful eight è un western-giallo-thriller con alcuni
accenti non banali di piece teatrale. The hateful eight racchiude il
suo fulcro vitale e scenico in un'unica stanza (e dentro neanche una
colonna o una tenda!), un'estremizzazione del concetto dopo il teatro
dei Bastardi e il casolare di Django (viene da pensare: il prossimo
film lo girerà tutto dentro un bagno?).
Il regista sembra quasi
voler sfidare se stesso e le leggi della rappresentazione visiva,
facendo fluttuare con la sua magica manina 8 personaggi in appena 30
metri quadri, lavorando spesso su due o addirittura tre piani di
narrazione, con spostamenti, sguardi, tic nervosi e gesti mai fini a
se stessi. Ed è infatti il momento più esaltante di tutte le tre
ore: 40 minuti di maniacale e spettacolare gioco di ruolo nel quale
ogni giocatore è chiamato a nascondere la sua vera identità e al
tempo stesso smascherare quella degli altri. Un bagno di sangue nel
quale affogano segreti e rivelazioni, sotterfugi e bugie - compresa
quella del regista nei nostri confronti.
Sulla trama, comunque
bellissima, non si può dire altro senza cadere in drammatici spoiler
e solo ora capisco perché tutte le recensioni – positive o no –
siano così misteriose e anche così enigmatiche (la mia non farà
eccezione). Si può invece dire sui tempi di sviluppo, e veniamo
quindi a quei minuti di troppo che dobbiamo sorbirci, nel prologo ma
soprattutto nel finale. E non è una lamentela di carattere meramente
estetico. La parte centrale del film, piccolo capolavoro di resa
cinematografica, è comunque troppo breve per poter caratterizzare
alcuni degli otto hateful, al punto che lo spettatore non ha nemmeno
tempo di conoscerli, di tifare uno o l'altro, di memorizzare la
scena, che subito questi iniziano a spararsi addosso. Inoltre,
ammettendo ancora che la logorrea e la ripetizione ossessiva di
dialoghi e comportamenti (passerà alla storia del cinema l'episodio
della chiusura della porta) sia un tratto distintivo di Tarantino, è
pur vero che nel finale si parla troppo e sempre della stessa cosa:
va bene farlo all'inizio, quando questo aiuta ad alzare la tensione e
l'attenzione, ma alla fine? Alla fine che senso ha? Sì, è vero, non
ha nessun senso come molte delle cose che fa il vecchio Quentin.
Ultima annotazione per la colonna
sonora, che da più parti è stata criticata di essere
sopravvalutata. Secondo me invece il genio di Morricone si sente e
aiuta molto a ricreare il clima di frontiera e a percepire il freddo
esterno e il freddo dell'anima. E del resto io vado matto per le
scene dove la musica accompagna ed evidenzia delicatamente l'azione,
e qui ne abbiamo due memorabili.

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