Userei una citazione di Stephen King per evocare Non essere cattivo, il capolavoro postumo di Claudio Caligari. Guardare la parabola di Cesare, un sorprendentemente bravo Luca Marinelli, è come avere una pallina di carta di alluminio in bocca, che ti tritura i denti, che ti graffia le gengive, che ti elettrizza le meningi, che ti sconquassa il cervello. Non essere cattivo arriva dritto al cervello.
Una storia banale, un finale scontato, una regia apparentemente piatta. Ma tutto parte da qui, dall'apparentemente. In realtà credo che il povero Caligari abbia sistemato a puntino gli elementi della narrazione (regia-montaggio-sceneggiatura) affinché risultassero il meno visibili possibili. Come un documentario, un finto documentario. Una sorta di Naturalismo dei nostri giorni, ispirato a Pasolini, che scandaglia la società degradata della Ostia del 1995, borgata desolata e assolata, immersa in una luce de-saturata di colore, dove il cielo non è azzurro ma indaco e dove i sette veri colori dell'arcobaleno si notano solo nelle girandole appese alle lapidi del cimitero.
E' un registro stilistico che funziona con precisione
scientifica: dalla prima scena di sballo – una sorta di manifesto –
fino all'angoscia del finale, si alternano nello spettatore due sole
emozioni, disperazione e compassione. Compassione e disperazione. Ma
non c'è mai rabbia, né tanto meno odio, nei confronti dei due
protagonisti, giovani adulti assolutamente incapaci di prendere le redini della propria vita (in ogni caso eccellenti prestazioni recitative da entrambi). La sceneggiatura procede non per intreccio ma per accumulo di episodi
quotidiani, situazioni scabrose, al limite, che ogni volta si spengono stanche un attimo prima di esplodere, un attimo
prima di generare la svolta narrativa o "colpo di scena" a dir si
voglia. E la volta dopo si ricomincia, come se nulla fosse successo.
I colpi di scena non sono ammessi nei documentari, e come
succede più nella realtà che nei film, non è per niente vero che
sbagliando s'impara. Gli ultimi della società saranno destinati a
ripetere in eterno i propri errori, questo lo sappiamo dai tempi dei
romanzieri russi e francesi, ma gli ultimi della società catapultati
vicino Roma, in piena era contemporanea, italianissimi fino al
midollo, uomini eterosessuali, senza segni evidenti di
discriminazione sociale – ecco questo genere di ultimi, così vicini a noi, vorremmo che
diventassero felici, almeno nei film. E invece niente.
Non essere
cattivo, sembra dire la bambina allo zio Cesare, e Cesare infatti non
è cattivo, seppure non mostri non dico amore ma neppure rispetto
neanche verso la mamma depressa e la nipotina orfana e malata,
appunto. Non essere cattivo, sembra dire Caligari allo spettatore,
non essere cattivo, non giudicarlo. Ma lo spettatore non ha bisogno
del monito, lo spettatore non ha intenzione né interesse di
condannare il ragazzotto ribelle che gira per le strade urlando a
tutti, ma senza mai fare del male a nessuno, e soprattutto agitando
un fero (probabilmente privo di pallottole) che non userà mai e che
[SPOILER] al contrario segnerà la sua fine.
Non essere cattivo, ché
qui nessuno è cattivo.
Non essere cattivo arriva dritto al cervello, come mordere la carta stagnola. O come strisciare le unghie sulla lavagna.

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