Nel mondo esistono milioni di atleti in
grado di avventure sportive molto più difficili, e per ognuno di
essi – forti e meno forti, lupi solitari o branchi di esauriti -
esistono milioni di storie, tutte simili ma nessuna uguale alle
altre, tutte degne di essere sudate, vissute, raccontate. Questo non
è il diario di viaggio di un'impresa, né di una vittoria
particolare, è il diario di viaggio di un Percorso e di un Obiettivo
da raggiungere. Quando: 30 luglio 2016. Dove: da Pozzo Nuovo a
Marotta di Fano. Come: in bicicletta.
Dopo un buon lungo il 16 luglio, le
ultime due settimane di avvicinamento sono state un po' complicate.
Ma non si poteva ormai rinunciare. Testa bassa e convinzione. Le
ultime tre notti dormo cinque ore a notte, si dormirà la settimana
prossima, non preoccupiamoci. Due borracce; due crostatine; due camere
d'aria; 10 euro: premo il tasto rosso di Strava alle ore 6,58. Sotto
casa, piacevole sorpresa, trovo uno scudiero che mi accompagnerà per
almeno un terzo di percorso.
Allora, la prima regola e la più
importante, è questa: parti tranquillo. Salgo la Montanina di 39x25
a ritmo blando, all'ombra è freschino e si sta da Dio, non passa una
macchina, il mio scudiero mi segue e mi sostiene. A Trestina si
sfrutta la strada a favore per fare un po' di velocità, prime
avvisaglie di civiltà sveglia, donne di mezza età a camminare sui
marciapiedi, vecchietti al cimitero. Lo spettacolo della domenica
mattina d'estate. Fa già caldo.
Il mio scudiero mi saluta prima del
bivio per Montone, resto solo con la mia adrenalina, in cuffia
Tiziano Ferro si alterna a Cindy Lauper (impensabile sintonizzare le
frequenze Fm, e forse è un bene). Iniziano strade inedite per me, a bocce ferme la
salita per Montone la credevo meno dura, ma naturalmente adesso non penso a
questi inutili dettagli.
Mancano 100 chilometri al traguardo e
mangio la prima crostatina.
La strada sale ancora per Pietralunga.
La strada non sarebbe inedita, l'ho già fatta una volta, era luglio
ed era un caldo infernale, era il 2011, dentro una macchina troppo
silenziosa per ospitare tre studenti universitari. Eppure non me
la ricordo bene, ero troppo preso da altri pensieri in quella macchina, mi ricordo solo tante curve e la salita dolce e
infinita. Più mi sforzo di pensare a quel pomeriggio e più mi alzo
sui pedali. Te l'avevo promesso Alessandro. Spero che mi perdonerai
il ritardo.
Peccato che, superato il centro di
Pietralunga e superato un signore col decespugliatore che si è tolto
la maschera protettiva per salutarmi (lui non lo sa, ma è l'ultima persona che
vedrò nelle prossime due ore), inizia la vera salita. La civiltà
scompare, ma accorre in mio aiuto il paesaggio. Appennino, duro e
selvaggio. Silenzioso e incontaminato. In un tratto dove dominano il
Nerone e il Catria. Salgo salgo salgo, immensamente ed eternamente solo in questa mia sfida alla Natura intera, così rassegnato a salire che
alla fine inizio a scendere e neanche me ne accorgo.
Quasi mezz'ora di discesa dopo, e dopo
la seconda crostatina, transito nei pressi di Pianello. La strada
ombreggiata mi salva la vita perché ormai sono a secco e
l'assistenza tarda a farsi viva. Di bar neanche a parlarne.
Prima di Cagli recupero tre ciclisti.
Da dove vieni? Ehm, da Castiglion Fiorentino. Ma sei in vacanza? Ehm
non propriamente, sono partito da casa questa mattina. Ah, bel
giretto!
C'è tanto vento ma – rulli di
tamburo – è a favore!
Mi va di lusso.
A Cagli arriva l'assistenza, riempio la
borraccia, mangio e bevo una Red Bull. Purtroppo però resto
nuovamente solo. A Cagli, inoltre, finiscono le colline verdi e
iniziano le distese di campi e pianure gialle di girasoli. In
direzione Pergola devo combattere i primi sintomi di fatica e afa, ma
la gamba per ora è salva, e soprattutto il morale è altissimo perché il
peggio ormai è alle spalle, basterà buttar giù 2-3 dentini e vedrai che 40
chilometri di pianura voleranno.
Volo davvero, sarà per il vento o per
la Red Bull, non lo so. Via via che supero paesini sconosciuti, e via
via che si alternano i manifesti delle rispettive sagre paesane, i
funghi lasciano il posto ai crostacei; il cinghiale al branzino; i
circolini con attempati giocatori di carte ai primi affittacamere
vacanzieri.
Un immenso patrimonio antropologico
chiamato Provincia Italiana.
Troppo immerso nel flusso, e
nell'inerzia di un mulinare di gambe ormai così automatizzato che
appena smetto di pedalare per rallentare a una rotonda mi prende un
crampo (!), da lontano scorgo il maxi-cartellone verde del casello
autostradale e quasi sussulto dalla sorpresa. E' l'A14. Mi si apre il
petto, non mi rendo conto ma forse forse sorrido anche. Qualche
centinaia di metri, e siamo al mare.
Dov'è che si firma?

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