sabato 8 settembre 2018

Cos'hanno in comune Galeffi e The bloody beetroots?

Niente. Un ragguardevole bel niente.

Sono, credo semplicemente per una banale coincidenza, entrambi presenti nelle line up di due festival, due fra i festival musicali diciamo “alternativi” più importanti del panorama della Toscana meridionale: il Live Rock Festival di Acquaviva e il Warehouse Decibel Festival di Arezzo (San Zeno, per la precisione). Rassegne che si sono accavvalate ieri, togliendosi del pubblico potenziale a vicenda (più The bloody beetroots a Galeffi/Shade/Digitalism che non il contrario) e offrendo una difficile scelta per passare un tranquillo venerdì di fine estate.

La sovrapposizione è interessante.
Festival “alternativi”, dicevamo, e ribadisco le virgolette. Da una parte il modello Acquaviva, un esempio di festa sostenile e ben organizzata, diretta da una crew giovanissima. Dall'altra il Warehouse che, non ufficialmente, ma in pratica è lo spin-off del Mengo, evento nato con fierezza sulle ceneri sporche di Arezzo Wave conquistandosi una sua sana identità.

Nel mezzo un panorama musicale contradditorio e sfuggente che per una serie di congetture storiche si trova a godere dei festival, probabilmente l'unico momento di vera soddisfazione economica e professionale per chi vive di musica, dove un pubblico sempre più eterogeneo, più informato sugli artisti ma forse meno consapevole dei propri gusti, ascolta canta e balla quasi per inerzia. In un'epoca in cui, a occhio e croce, il fenomeno dei djset ha perso la spinta propulsiva in favore di un ritorno al live e al cantautorato, assistiamo al paradosso per eccellenza del movimento indie che diventa mainstream. (Da applaudire, in questo senso, la lungimiranza di chi studia le line up del Mengo, da Calcutta e Coez in tempi non sospetti, a Levante chiamata un mese prima che diventasse giudice di X Factor). 

I critici musicali non ci dormono più la notte, tutto è fluido e niente è etichettabile, forse
è un bene così, e forse è anche un bene che il buon Galeffi, un cantautore neanche di primo pelo sconosciuto fino a dieci mesi, esploso quasi per caso dopo una serie di sold out in un locale di Roma (mi sono informato durante il suo live leggendo alcune interviste, e non su Wikipedia, perché su Wikipedia non è censito...), faccia un tour estivo di 70 tappe in tutta Italia; e forse non è neanche strano che dopo di lui arrivi sul palco Shade, sicuramente più conosciuto perché Bene ma non benissimo l'hanno cantata anche i nostri nonni, accolto però da un pubblico che “sembra il funerale di mia zia” (cit. Shade stesso) e che fa fatica a seguirlo.

Insomma, i festival oggi assomigliano un po' tutti al concertone del Primo Maggio: un bel polpettone di musica fritta. Solo che lì a Roma, almeno fino a qualche anno fa, c'era un'ideologia – sociale o politica che la si voglia chiamare – a unire la passione degli spettatori.
Oggi c'è la musica in senso astratto, direi naked, e c'è la notizia che la musica produce di se stessa. E poi il deserto. Musica che ha perso l'identità generazionale e/o sociale e/o culturale e probabilmente ha perso gran parte della sua espressività concettuale (“tanto del testo non ne ho bisogno”, confessa candidamente Rovazzi nel suo ultimo singolo), ma che resiste nell'etere e aggrega le masse nei festival. 
E questa è l'unica cosa che conta.
O no?

martedì 21 agosto 2018

Andalusia, terra da scoprire e condividere (ma ce lo meritiamo?)

Terra rude, autentica, a tratti desertica e a tratti selvaggia, l'Andalusia si prestava bene a un tour on the road, di quelli che a 30 anni ti puoi ancora permettere, fisicamente e mentalmente. Ma sali le scalette dell'aereo a Siviglia, per l'ultima volta colpito dal brusco contraccolpo freddo-caldo causato dall'aria condizionata, che aggrotti la fronte e pensi che nove giorni, seppur pieni zeppi, sono forse troppo pochi per scoprirla tutta. 

E' rammarico, è la nostalgia. E' sempre la stessa storia quando si va al sud, che sia Italia o Spagna.

No, non è solo nostalgia. 
In fondo, viaggiando in macchina sugli infiniti stradoni desolati (che rimpiangeremo da qui alle prossime ferie, tutte le volte che passeremo da Olmo) si avverte con consapevolezza che l'Andalusia, considerata comunemente e credo a ragione una delle regioni più “veraci” della Spagna, sia grande quattro volte la Lombardia. Non occorre aggiungere altro. Tradizioni, dialetti, stili di vita, climi incredibilmente diversi. Un scenario da Mille e una notte, nel senso di mille storie da raccontare con mille personaggi diversi che si muovono in mille contesti diversi.

PRIMA STORIA: MALAGA (e Costa del Sol)
Caldo umido. Appiccicoso. Il forte odore di salsedine (impressionante la sensazione che si
ha al ritorno di una gita di mezza giornata al Caminito del Rey, si risorge dal parcheggio e sembra di entrare in pescheria). E il complesso evidente per la pulizia, con un esercito di mezzi della nettezza urbana (non è una espressione figurata: esiste proprio un servizio d'ordine della Polizia che scorta il passaggio dei netturbini) che non riesce mai del tutto nell'impresa bonificatrice, resa più difficile dalla movida molesta e da pavimenti umidicci.
Eppure, Malaga sorride. Poco visitata dagli italiani, che effettivamente hanno le loro Malaghe a casa propria (vi dice qualcosa una certa Rimini?), è una città vivace ma non pacchiana, che si sforza di rimediare ai danni dell'urbanizzazione con opere imponenti in zona porto (Muelle Uno) e dà spazio a mostre importanti (Picasso e Centro Pompidou). Si è attratti dal vortice, da questo clima di festa, dove si mangia bene e si beve altrettanto, in un'atmosfera che pur nelle contraddizioni del turismo di massa riesce a mantenersi genuina.

Visitiamo poco dei dintorni: la Marbella chic, che comunque una passeggiata di due ore la merita per i suoi vicoli in fiore, e il Caminito del Rey, tappa quasi obbligata e osannata, che consiglio di fare senza guida e godendosi di più il contesto circostante, nel quale primeggia il caratteristico laghetto.

SECONDA STORIA: COSTA DE LA LUZ
L'oceano. Nel 2018 ho visto più volte l'oceano che Collestrada (tipica frase da post su Twitter). Per la prima volta ci ho fatto il bagno, sarà una banalità ma è stata una sensazione particolare, direi suggestiva. Spiagge into-the-wild frequentate da nudisti, qualche chiringuito qua e là con le assi di legno traballanti, acqua che ti inghiotte, freddissima, "dura" come il marmo. La Costa de la Luz, da Tarifa su su fino a Cadiz, non è entrata ancora nel business del turismo o forse non lo conosce proprio. Il che non è un difetto, anzi, però ciò non fa rima con comodità, a partire dalla ricerca dell'alloggio (non esistono alberghi, solo qualche ostello o villaggi/residence): noi però siamo stati fortunati, non tanto nel trovare un appartamento a Barbate, paese di pescatori e famiglie anziane che la notte frescheggiano fino alle due sull'ingresso di casa, quanto nell'averlo trovato vicino a tre supermercati, un negozio di cinesi e un distributore.

Nei dintorni, oltre alle spiagge della bassa Cosa de la Luz (Bolonia, Playa del Canuelo, Los
Canos de Meca), abbiamo il piacere di vedere Cadiz e Jerez de la Frontera che su tutte le guide super-informate è presentata come l'emblema dell'Andalusia. Noi abbiamo trovato quasi tutto chiuso, bodegas del vino cerrade con chiavistello, negozi di souvenir magrebini: ecco cosa intendevo quando parlavo della “comodità” del turismo...

Sulla tratta dal Mediterrano all'oceano, da segnalare la tappa intermedia di Gibilterra: un pomeriggio di Ferragosto azzeccatissimo, alla conquista della Rocca con vista Africa e delle famigerate scimmie, che non si sa se soffrono o soffriranno in futuro in questo ruolo di prodotto turistico da consumare a suon di selfie e noccioline, ma a vederle dal vivo parrebbe di no. L'uomo è un animale sociale, ha bisogno di compagnia, e l'uomo proviene dalle scimmie, no?

TERZA STORIA: SIVIGLIA
Al netto dei terribili calessi (che fanno il paio con le scimmie gibilterriane, solo che qui i cavalli sono “costretti” a trotterellare nel traffico di tangenziale), e degli italiani spuntati all'improvviso come i funghi dopo un temporale di fine agosto, Siviglia è una città bellissima. Una delle più belle che abbia mai visitato. Pulita, armoniosa, con grandi viali alberati (ci sono migliaia di aranci) riservati a pedoni e ciclisti, interrotti da dedali di vicoli colorati formati da palazzine stuccate con gusto e dedizione. L'Avenida de Constitucion è per antonomasia il perfetto boulevard spagnolo e, forse, europeo.  
Plaza de Espana è una cartolina, forse troppo cartolina nel senso che nell'evidente ricerca estetica non si può non notare che si tratta di un luogo “artefatto” (non è viva e vissuta come Piazza del Campo o Alexander Platz, tanto per dirne due a caso, insomma) ma si presta così bene ai filtri Instagram che qualsiasi spettatore non può che restare a bocca aperta. 

Siviglia è organizzata bene e offre diverse opzioni di fruibilità, molti siti hanno “finestre gratis” in certi momenti della settimana, anche se magari a orari strategici come la Plaza de Toros, free entry dalle 3 alle 7 del lunedì pomeriggio...
Appunto, il caldo. Negozi oscurati e tappati ermeticamente con il condizionatore sparato a mille, nebulizzatori nei dehors, siesta che si prolunga fino alle 6, nel weekend addirittura fino alle 8 di sera, ghiaccio su ogni bicchiere (americanata poco gradita tanto quale il free refill dei fast food). Il tutto accentuato dall'esodo estivo degli indigeni (come biasimarli!): ad agosto Siviglia appare una città quasi priva di anima, oppressa dal sole, che pullula di comparse (i turisti) e non di veri personaggi (i residenti), una variabile che non saprei giudicare se positiva o negativa ma sicuramente significativa perché è una prospettiva “altra”, come se fossimo dietro le quinte del palcoscenico.
 
Un palcoscenico variopinto come quello dell'Andalusia, che risente fortemente degli influssi arabi, dove primeggiano i simboli ancestrali dalle radici così profonde da non vederne neanche l'origine, ai quali sono dedicati culti quasi religiosi (il toro, il flamenco, il rito del vino dolce, la siesta, le tapas, il tonno rosso, la corrida, etc etc).

Tanto ancora ci sarebbe da scoprire nei pueblos blancos e nei riti di paese, ma la sensazione è che l'esperienza, oltre che tempo, richieda coraggio, fatica, pazienza, spirito di osservazione e voglia di approfondire
L'Andalusia non è chiusa. Non è scorbutica né misteriosa: è solo complicata.  L'Andalusia è una terra tutta da scoprire e condividere, il problema è che forse non ce lo meritiamo.

martedì 7 agosto 2018

Una festa ingenua, pura ed essenziale: Risorgi Marche!

Provo sempre un po' di imbarazzo, mi sento quasi in colpa, quando mi trovo a pensare che forse l'umanità di oggi non è così brutta come viene descritta”.

Vero Lorenzo, fai bene a sentirti in imbarazzo. Il tuo imbarazzo è la cifra di una personalità autentica, espressione probabilmente di una filosofia sempliciotta e perbenista, a tratti quasi fastidiosa, quando soprattutto insisti sui tuoi tormentoni e sulle tue manie - ma comunque autentica. Il tuo imbarazzo è il mio stupore.
C'è qualcosa di inspiegabile.
C'è qualcosa che, razionalmente, non ha senso.

Non può avere senso che nella domenica più calda dell'anno ci si metta in cammino lungo una strada in salita lunga 6.800 metri (calcolati con Gps) con la consapevolezza di rifarla anche in discesa (13.600 metri totali). Lo zaino in spalla, la crema 30 sulle spalle, cappello in testa. Il sudore che scivola sulle gambe mischiandosi alla polvere bianca della carreccia, i passeggini che arrancano, le famiglie che si ristorano a bordo strada mangiando insalata di riso. E poi i volontari, tanti, angeli custodi di un pellegrinaggio laico di circa 70mila persone.

Troppo semplice allestire concerti di solidarietà in piazza.

Era, è, lo spirito di RisorgiMarche, forse non troppo dichiarato ma credo auspicato: arrivare alla musica come meta di un percorso un po' difficile, per riscoprire la Natura, per riscoprire noi stessi in mezzo alla Natura.
Riscoprire l'autenticità di un popolo che prova sempre un po' di ebbrezza a vivere esperienze di massa, e questo credo sia un assioma della psicologia di massa universalmente riconosciuto, ma sempre meglio quest'ebbrezza alle code di Collestrada o al carnaio delle località balneari il 15 agosto.

Il nucleo dell'esperienza mistica è il concerto. Il “palco” al centro di una radura in pendenza su tre lati, un anfiteatro naturale su cui la musica si rinfrange con tonalità per me inedite e sicuramente suggestive.
Niente di particolarmente spettacolare ma pelle d'oca dall'inizio alla fine.
Canterà sul palco anche una bambina, suonerà pure Neri Marcorè.
Sembra quasi di stare a una festa grande dei boy-scout, nel senso stereotipato del termine perché io non ho mai preso parte a queste cose e le ho viste solo nei film.
Una festa spontanea e direi anche "ingenua" se non fosse che tendiamo a darle una concezione negativa. Una festa pura. Essenziale.

RISORGI MARCHE!

sabato 21 luglio 2018

Avere 30 anni



Ho una modesta laurea triennale, lavoro come impiegato, vivo ancora coi miei, ho avuto sogni da sportivo prima e giornalista poi. Non ho mai smesso di sognare di diventare un (vero) giornalista sportivo. Ci sono andato vicino, a 23 anni ho fatto il responsabile della redazione sportiva di un quotidiano di provincia. Poi nulla più. Mi piace scrivere. Mi piacerebbe scrivere come i miei idoli Gianni Clerici, Marco Pastonesi, Stefano Benni, il povero Edmondo Berselli, Stephen King, Cormac McCarthy. Ho letto circa 110 libri, ma solo tre negli ultimi quattro anni. Ho una bella libreria, che spolvero due volte all'anno (a Ferragosto e Capodanno, non proprio quei giorni lì, ma ci siamo capiti) e che conservo con gelosia. Ma solo i libri ricevono queste attenzioni. In realtà non ho un bel rapporto con le cose, potrei dimenticare una gomma bucata di una bicicletta per mesi fino a farla imporrire (vi piace il termine imporrire?), oppure far morire uno scooter poiché lasciato fermo per settimane (è successo davvero).

Ho percorso alla guida 200.000 chilometri in macchina, circa 170.000 in bicicletta e, arrotondando parecchio, 3.000 di corsa. In relazione alle mie effettive possibilità, credo di aver avuto la fortuna di vedere parecchio mondo. Cioè volevo dire Europa, non sono mai stato fuori dall'Europa e comunque non potrei: non ho il passaporto. L'Italia, quella sì, la conosco abbastanza, o perlomeno conosco le geografie locali, disciplina in cui sono ferratissimo, che culo. Ho calpestato tutte le regioni, tranne la Valle d'Aosta,la Basilicata e la Calabria i cui assessori regionali al Turismo dopo aver letto questo post avranno come minimo il buon cuore di invitarmi. La Sicilia la più bella, la Sardegna la più autentica, Trentino e Veneto ex aequo le più vivibili, la Liguria la più antipatica (oh guardate che l'ha detto anche chef Rubio l'altro giorno su Canale 8!), la Romagna la più accogliente. L'Umbria la più rustica. Ho visitato sette capitali europee e divorato con gli occhi le mappe delle rispettive metro (no che dico, ad Amsterdam non c'è la metro). Ho il terrore dei borseggiatori e dell'ago in vena. Soffro di vertigini, non sempre o perlomeno non in tutti i contesti, e so nuotare a malapena. Non ho fatto il militare e non so vestirmi.

Mi piace il coniglio in porchetta, il mascarpone, la panzanella, la bresaola (tagliata spessa), la tagliata di tonno, l'ocio arrosto e la pappa al pomodoro. Mi piacciono anche i carciofi e tutte le varianti di cavolo. Mi piacciono le sagre, il buon bere, i cocktail freschi d'estati e i vini corposi d'inverno, la birra chiara doppio malto, vado matto per gli aperitivi (il concetto stesso di aperitivo dovrebbe essere elevato a Tradizione Verace Italica), mi piacciono i Palii, i Ceri di Gubbio, Wimbledon, mi piace lo sport, tutto, quasi incondizionatamente. Mi piace la musica ma sono stonato e non ci capisco niente. Mi piacciono i concerti ma sono un po' cari. Mi piacevano anche le discoteche, ma ultimamente preferisco vivere di giorno. Invidio Max Brigante e stimo Alessandro Cattelan (il mio modello di vita), seguo Jovanotti, Sorrentino e Servillo. Mi piace Tarantino. Ho nel cuore il dottor House, Cheyenne, il collonnello Carrillo di Narcos, Julian Ross, Lupin ma - ancor più di Lupin - Gemon.

Ho un debole per l'antropologia e vorrei studiarla molto più di quanto abbia fatto. Vorrei condividere e raccontare le storie di chi combatte ogni giorno una battaglia più grande della mia, più o meno alla maniera di Pif. Ammiro tutto ciò che c'è di autentico al mondo e ammiro chi offre se stesso per la causa. Chi è in grado di immolare se stesso sull'altare per qualcosa d'altro.

sabato 17 febbraio 2018

Il solista è albanese, cmq bravini

Incommensurabile il potenziale "scripta manent" del Mondo 2.0.
Antropologicamente parlando, è sempre molto interessante leggere questi commenti sotto il video YT di Buio e luce (2010) di La Fame di Camilla
Il cantante del gruppo era tale Ermal Meta.

(Ermal Meta è attualmente il più bravo cantautore della musica italiana: ha fatto una gavetta di quasi 15 anni prima di esplodere, presentandosi a Sanremo Giovani nel 2015 dopo esserci già stato nel 2006, nove anni dopo!, e ha scritto per una decina di interpreti (fra cui Mengoni ed Emma), ed esplodendo meritatamente solo nel 2017 con Vietato morire che avrebbe meritato la vittoria. Un capolavoro, con ispirazione autobiografica, che aveva colpito alla pancia. Forse troppo forte ("figlio mio ricorda all'uomo che tu diventerai, non sarai più grande dell'amore che dai"). Forse non eravamo ancora pronti.
Forse mancava ancora Amici, Elisa e Fabrizio Moro, che è cresciuto a pane e mainstream. E forse, oltre che l'ostracisimo della famigerata giuria demoscopica, Ermal Meta ha dovuto fare i conti con i commenti di cui sopra).

sabato 3 febbraio 2018

La Serie Perfetta esiste e si chiama Breaking Bad

Ho dato inizio alla mia nuova vita nerd un annetto fa. Ho assaggiato Narcos e The OA, ho riscoperto Dexter e mi sono inchinato a Stranger things. Sempre, però, per tutte le serie viste, tutti quanti gli esperti mi dicevano “è niente in confronto a Breaking bad”. Finché, un giorno, mi son sentito pronto.

Due mesi e mezzo per guardare le cinque stagioni che iniziano ad essere ormai, scusate il gioco di parole, stagionate. Son passati dieci anni dall'uscita del primo episodio. Ma credo ne potranno passare altri cento, Breaking bad resterà una pietra miliare. Forse LA pietra miliare. Cinque stagioni che volano via attraverso un climax DE-VA-STAN-TE, un'architettura di intreccio magistrale, una regia pulita e impeccabile e – soprattutto – una linfa vitale che ti avviluppa, ti entra nello stomaco, ti sconquassa. Come ha detto lo stesso creatore Vince Gilligan (un maledetto genio, beato lui), “chi guarda Breaking bad non solo non sa da chi parte stare, ma riflette dubbioso sul perché preferisca stare da una parte piuttosto che dall'altra”.

Di recensioni ne sono state scritte migliaia, mi sforzerò qui di elencare quelli che sono secondo me i momenti, i nodi della serie, talvolta anche “sbagliati”, sui quali si scorgono i dettami della Serie Perfetta.

1) Innanzitutto, la costruzione scenica, che sopra ho definito architettura e forse forse mi tengo buono questo termine. Breaking bad è scheletrica e vive, senza tanti orpelli e fronzoli, attorno alle storie e agli intrecci dei personaggi principali. Assomiglia ad una favola o una piece teatrale, il mondo fuori non c'è, non esiste. Si parla spesso di centro città, di “traffico” convulso, ma in realtà Albuquerque è mostrato come un paesino dove non passa mai una macchina. Sicuramente pagare scenografie e comparse per un centinaio di episodi ha i suoi costi, ma la scelta, voluta o no, riesce a modulare tutto il pensiero dello spettatore sui personaggi, enfatizza la rivalità Buoni-Cattivi ed eleva il tutto a narrazione epica.

2) Buoni e Cattivi, già. Chi sono i buoni e chi sono i cattivi? Se dovessi recensire la serie in una frase direi che “la strada per l'Inferno è lastricata di buone intenzioni”. Che è stato, attenzione, un topos letterario o cinematografico poco approfondito nella nostra letteratura moderna. Finché non è arrivato Walter White...

3) La serie ha degli errori di sceneggiatura e delle forzature, a volte clamorose (l'allontanamento strategico di Hank verso El Paso in una fase calda del business di Walt, per esempio) altre sopra le righe, direi quasi surreali (i “gemelli del gol” cugini di Tuco; la morte di Gus). Sono tasselli di un puzzle, presi a se stanti sono asimettrici e insignificanti, incastrati fra di loro mostrano un'opera d'arte. Tutto è studiato a tavolino e tutto torna, armonicamente. C'è solo un passaggio che purtroppo inceppa il meccanismo: prima e durante la fase “autolavaggio”, Hank spesso ha a che fare con Walt ma non si accorge neanche per un secondo della vita “strana” del cognato, e non gli chiede mai come passa le sue giornate.

4) Le prime due stagioni sono brutte. A tratti inguardabili. Col senno di poi è una lenta, angosciante, ma efficacissima fase di preparazione, un po' come pestare l'uva coi piedi affinché venga un buon vino. Mi chiedo chi lo guardò in prima tv come fece a resistere di fronte alle sceneggiate di Tuco Salamanca.

5) Si dice in giro che Breaking bad abbia due finali: il primo al termine dell'episodio 14 (la telefonata – molto recitata? - di Walt alla moglie, scena che segue la morte di Hank e prelude alla fuga in mezzo alla neve) e il secondo quello appunto definitivo nell'episodio 16. Il primo finale è negativo e il secondo positivo. Almeno così ci piace pensare, forse perché ci torna comodo avere una chiusura del cerchio. I due episodi finali sono “necessari”. Ci riconciliano con il mondo
Se la serie fosse terminata lì nel New Hampshire, in mezzo alla tormenta di neve che ghiaccia il cuore e contraddice l'aridità del New Mexico, sarebbe stata più bella perché avrebbe chiuso coerentemente il suo percorso di Formazione al Contrario, una Redenzione in negativo, che avrebbe colpito nello spirito anche lo spettatore che fatica ad ammetterlo ma ha sempre tifato Heisenberg; eppure una serie così non sarebbe stata perfetta. Una cosa Perfetta dev'essere, appunto, finita. Lo dice l'etimologia latina.

6) Non succede spesso e forse non succederà mai più, perché adesso le serie vengono sparate naked, e poi se fanno il botto si “plasma” il finale per trovare un seguito, altrimenti addio. In questo contesto, io trovo assolutamente geniale concepire una serie di cinque stagioni come un unicum, con un soggetto in testa fin dall'inizio e portandolo avanti con convinzione e coraggio, fregandosene di alcuni passaggi noiosi e di finali di stagione veramente nonsense.

venerdì 2 febbraio 2018

Ronda Ghibellina: diario di un neofita (3 anni dopo)

Lo sanno anche i muri, e non credo giovi ripeterlo. Lo sanno anche i muri che la causa e l'origine di tutto è Ronda Ghibellina. Dalle corsette blande con kway dei cinesi e scarpe da calcetto alla maglia professionale Compressport, è stato un viaggio fatto di una dozzina di trail competitivi, un podio, due infortuni grossi, quattro paia di scarpe (solo quattro, vorrei sottolineare il solo), due eventi urban trail organizzati e soprattutto quel vulcano di Renato che mi ha spinto dietro le quinte della Ronda per una boccata di Sano Sport Responsabile.

Innanzitutto, la vigilia è anche vigilia agonistica. Una Valligiana decisa all'ultimo, un po' per scaramanzia e un po' anche per forza. Pertanto si rende necessaria una breve sgambatina a due ruote e poi su al Palazzetto per le interviste della vigilia. Al media corner mi aspetta la Sabrina, collega di giornale, di Palio e adesso anche di sport.
Conosco Marina Plavan - vanta podi al Tor, non alla Corsa del Bastoncello, mi scuseranno gli amici valdarnotti per il confronto impari – e poi finalmente conosco dal vivo Ita Marzotto. Ci eravamo sentiti prima di Natale, e mi colpì il tono passionale dei suoi racconti che oltrepassava l'auricolare, una gioia totalizzante, accecante. La rivedo alla Ronda che è appena tornata dall'Inghilterra, mi dice “se ce la faccio io [a finire queste ultramaratone da centinaia di chilometri in autosufficienza] ce la puoi fare anche te!” e io sorrido, accondiscendente, ma dentro di me, cara Ita, so che ti sbagli di grosso

In successione intervistiamo Cristian Curi Caselli, Di Meo, Cecilia Polci, il dottor Fagnani e poi arriva Emanuele Ludovisi. “Per chi fa gare che durano non qualche ora ma giorni, a volte settimane intere, quanto è importante la famiglia?”. “E' riduttivo giudicarne l'importanza e il ruolo. E' qualcosa di oltre. Ho un bambino piccolo, pensando a lui vado sempre più forte, vorrei potergli dimostrare che con la forza di volontà si può arrivare ovunque”, e infatti lui è andato da Roma a L'Aquila a metà gennaio, solo in autosufficienza, senza alcun scopo competitivo. “Complimenti per le belle parole”, commento, anche se un intervistatore non dovrebbe mai commentare le risposte, embè, pace.


Mentre concludo di tagliuzzare e render social il nostro lavoro, arriva Christian Bohm. Il grande Christian, che ricordi dei tempi del ciclismo! Faremo la diretta streaming grazie a lui e Christian Ferrari. La diretta, signori! Io non ci credevo quando il Trava l'aveva annunciato, che figata paurosa gente: organizzata tutta in fretta in furia, probabilmente alla fine la montagna ha partorito il topolino ma l'idea c'è. Le storie anche. Vanno sapute solo raccontare.

Domenica mattina. Mi sveglio alle 6, orario di partenza della Plus che io a malincuore avevo deciso di saltare preventivando che sarebbe una giornata lunga. Molto lunga. Pronostico azzeccato. Ore 7,40 al Palazzetto, cielo sereno, giornata Perfetta, allestisco il monitor della diretta, ovviamente ci sono alcuni inconvenienti, il wifi prende poco e la corrente ha dei down pericolosi, sistema lì e tocca qui (grazie Roberto), alla fine alle 9 abbondanti posso andare a cambiarmi. 

Mi ricordo di prendere la GoPro di Stefano il dronista, e mi dimentico serenamente i concetti di “riscaldamento” e di “stretching”. Sarà (anche) per questo che dopo un trotterello felice felice di 11 km, già alle prime rampe di Cavadenti avverto i morsettini poco erotici e molto angoscianti al bicipite femorale? 

Viaggio in coppia con Enrico Sguerri (che chiuderà 13esimo e chissà se poi si sarà chiesto dove sono andato a finire), che passerà agli annali per la battuta più memorabile dell'ottava edizione di Ronda Ghibellina: “Se vuoi ti faccio passare”. Ahahahaha
Rido poco, invece, quando mi accorgo di aver rotto la zip dello zaino, siamo ormai in vetta e dalla rabbia non mi giro neanche verso il landscape. Resto senz'acqua, mi salva solo una bottiglietta di un volontario VAB. Sia lodata la Vab. Sono fradicio e il sole picchia duro. Condizioni ideali per sconfiggere i crampi, vero eh?

Insomma, alla fine corricchio alla meno peggio trascinandomi al traguardo, godendomi poco il single track all'ingiù che tanto ho desiderato negli ultimi 12 mesi e superando solo per un principio di Manifesta Superiorità di Pettorale i neofiti dell'Assassina.

All'arrivo sono accolto dall'occhio di pesce del buon Tiziano e, senza neanche ragionarci sopra, con la cauzione del chip mi compro subito una birra. Col senno di poi credo sia stata una sorta di reazione istintiva, come i cani di Pavlov.

E, dopo la doccia, un pomeriggio intero di interviste. Con Balducci e Dola, protagonisti di un bel gesto di fair play, con il giovanissimo Mariani (che fa il ciclista e io manco lo sapevo, ohssignore, un minimo di preparazione giornalistica!), il bionico Edi, una seconda birra, la Tatiana e lo sponsor Bettazzi. C'è il grande Enrico Vedilei con un occhio gonfio – è vero che usiamo spesso la metafora della battaglia, ma non prendeteci troppo sul serio; mi saluta Stumpo alle prese con la 70km e Atzori che non finisce la 45km per non “inquinare” la classifica a causa di un errore di percorso (chapeau!). I castiglionesi Serafini, Vannucci, Landucci (che motore) e un esordiente Luca Fabianelli. 

Mi presto anche ai collegamenti radio, un deja-vu dei tempi del Cozzano Calcio, con tanto di Cangeloni che non molla un centimetro (altro che Ludovisi o il Curillo!), e proprio a causa di un collegamento mi perdo l'arrivo dell'Elisa accompagnata da Marco Frontini, Marco Nardi e dalle piccole donne di casa. 
Storie di ghibellini, storie di Ronda. 
Arrivederci al 2019. 
E mi raccomando, fate sport responsabilmente.

giovedì 4 gennaio 2018

Bene bravo Coez 7+


Aveva ragione, ancor oggi La musica non c'è è il più ascoltato su Spotify, non bastano gli anelli milionari di Fedez a scalzarlo.
Coez è la sintesi.

COEZ = (Gabbani x TheGiornalisti) / arroganza di Paradiso + n°ro Storie di Fedez x (Cremonini+Sangiorgi)² – la temperatura di Riccione il 26 luglio e il tutto arrotondato all'apertura della “E” della Michielin

I gorilla di Gabbani; le gite a Riccione, Pamplona e Las Vegas; Paris Hilton ripescata non si sa da dove; i Giornalisti e il faccione sfacciato ma spudoratamente intelligente di Tommaso Paradiso; Ermal Meta che fa il Morgan-versione-pop; Shade e la Federica di Amici (che resiste a sei mesi dalla conclusione del programma!), e il loro ritoranello simpaticissimo per quanto banale sia, che presentano l'ennesima copia di Fedez e la Michielin, i precursori del genere “duetto-rapper-con-cantantedonnainatteggiamentisensuali”, un genere che poi da quante ne so io nel resto del mondo è sempre andato di moda; già la Michielin, bravissima a confermarsi con i té indiani e i caffè americani, a quando i succhi al pompelmo siciliano?; l'eterna Elisa, che scrive la storia dell'Arena di Verona; Negramaro e Cremonini un gradino sopra tutti, che si danno il 5 uscendo in autunno, prendendo a schiaffi morali la spavalda mandria degli astri nascenti, bravissimi tutti, da Ghali a Calcutta, a Nigiotti e i Maneskin, però sono tutti dei semplici ragazzotti con l'autotune e i follower su Instagram di fronte a fenomeni che riempiono gli stadi (li riempiono di follower in carne ed ossa, eh!); e mentre Ed Sheeran "cannibalizza" il pianeta (un fenomeno assoluto, forse il musicista più grande degli ultimi 30 anni), e mentre è sempre più evidente che la musica può vivere solo con i singoli, che gli album da ascoltare e riflettere sono morti forse per sempre, sbuca dal nulla Caparezza con dei capolavori assoluti, Fabri Fibra che manda fuori un singolo vecchio stampo, così vecchio che incredibilmente resta in radio per quasi venti settimane, e poi io ci metto anche Jovanotti se mi è consentito farlo.
Insomma, il risultato finale della musica italiana del 2017 è Coez.
Bravo Coez, 7+

martedì 2 gennaio 2018

Che Dio salvi Lisbona dai buttadentro

Contrariamente alle mie consuetudini, Lisbona non è stata pianificata. Per le tempistiche ristrette, certo, ma anche perché avevo questo sentore – confermato da quasi tutte le recensioni che oserei dire “semplicistiche” dei siti acchiappaclick del tipo Le 10 cose imperdibili a Lisbona! oppure I 30 misteri oscuri della Lisbona segreta -, il sentore di una città intima e discreta, una specie di Amsterdam del sud, più calda e più pittoresca. Da vivere con l'olfatto e con la vista, da vivere di pancia, senza cartine.
Ahimè, dopo cinque giorni di soggiorno, cinque giorni effettivi, ti sarai accorto che i ritmi di vita di Lisbona dilatano il timing delle attività in modo imprevisto e imprevidbile. Seppur piacevole. Scopriremo poi che tale premessa non è banale.

Day 1. Scoprire Lisbona alle prime ore del mattino, complici il volo all'alba e l'ora indietro, era un'idea stranamente accattivante che non ho potuto realizzare per i ritardi dovuti a una violenta grandinata che ha svegliato i residenti di Ciampino. Atterriamo con le nuvole basse e una fitta pioggerella, umida e fastidiosa. Altro che accattivante, approcciare Praca do Comercio con la foschia, 16 gradi appiccicosi, con il giubbotto invernale addosso e senza occhiali di sole (che sarebbero comunque poco utili, visto che il sole va e viene, peggio di Londra) i pavimenti di marmo fradici e scivolosi, non è stata una bellissima esperienza. 

Girelliamo a caso e in circa 78 minuti vediamo tutto ciò che c'è da vedere nel centro di
Lisbona, compresa il Carmo, una San Galgano portoghese, bellissima e struggente, peccato per quel tappeto posticcio di erba verde smeraldo, che fa la stessa figura di un comico a un funerale. Comunque sia, Lisbona è tutta qui. 
Bella fregatura, eh. 
Eh, no.

Day 2. Innanzitutto, Lisbona è anche Belem, con questo lungo-Tago armonioso, direi pacifico, nonostante la tangenziale che sfreccia accanto. Visitare la Torre omonima è quasi d'obbligo più per motivi concettuali e storici che non estetici, ma lo facciamo volentieri. Altrettanto volentieri saltiamo a piè pari il Monastero dos Jeronimos in favore di una foto cool al Monumento alle Scoperte che non conoscevo e che giudico con 5 stelline semplicemente per la sua prospettiva “altra”, rivolta verso il nuovo mondo, e non verso noi poveri spettatori pettegoli che siamo costretti a guardarlo di profilo

Pranzo al Mercado de Ribeira, un tagliere di prosciutto e formaggi misti, e devo ammettere che a 30 anni ancora mi stupisco di come le città che apparentemente (apparentemente!) si mostrano conservatrici nei costumi sappiano tirare fuori dal cilindro queste perle di modernità. Il mio stupore si trasforma in ammirazione a LX Factory. Un piccolo quartiere di industria creativa, con negozietti non banali, spazi riqualificati con intelligenza, mostre di design d'avanguardia e una libreria enorme dove c'è un artista di origini italiane che accoglie di persona i turisti nel suo laboratorio.

Day 3. Il giorno della gita fuori porta. Sintra-oceano-Cascais. Sintra era stata etichettata come fiabesca, ma perché mai, chissà. Forse per questi palazzi mastodontici costruiti su un'ideologia inspiegabilmente pacchiana? Forse per i colori fuori contesto del Palacio da Pena? C'è un ostacolo logistico da superare: non avendo a disposizione tutto il giorno, o scegliamo i due palazzi alla sommità (Pena e Mouros) o scegliamo Quinta da Regaleira. L'intuito, da buon amante del Bosco della Ragnaia, e alcune recensioni attendibili mi hanno tracciato la strada per la seconda opzione: un'immensa tenuta aggrappata sulla collina, con piccole torri panoramiche, labirinti, grotte, tunnel completamente bui, cascatelle e un pozzo iniziatico. Non so decidere se è un parco giochi per bambini o un percorso ante-litteram di orienteering, forse è un mix di entrambi, ci divertiamo ma tutto finisce lì: contrariamente al Bosco della Ragnaia, l'estetica del paesaggio della Quinta rimane semplice arredamento d'esterni e non può definirsi arte

Scrivo “estetica del paesaggio” e non posso non ricordare l'oceano. Per i comuni mortali ancora sprovvisti di passaporto, Cabo da Roca è un valido strumento ubicato sul vecchio continente per verificare di persona il concetto di Immensità, non quella ridanciana che adesso è tormentone, perché ci vuole anche quella sia chiaro, ma l'Immensità Vera. 

Infine capitiamo quasi per sbaglio a Cascais, una cittadina di mare, mancava solo la Gelateria Corradini e poi era come essere a Castiglione della Pescaia. Notevole è la progettazione dei boulevard, disegnati con i tipici blocchetti di pietra bianchi e neri, ma con fantasie e curve diversificate in base alla distanza della riva. A replicare il movimento delle onde. Bello.

Day 4. Iniziamo dall'Oceanario e da quel capolavoro di ingegneria urbanistica che è il Parco
delle Nazioni, del quale alcune zone sono state lasciate morire. Mi piacerebbe capire come si è arrivati fin qui, come mai il centro commerciale Vasco da Gama (enorme!) e il suggestivo viale delle bandiere che ricorda l'Expo conducano verso stradine pedonali tristi con fondi dismessi e degrado. Non è critica, è semplice curiosità antropologica.

Il pomeriggio doveva esser dedicato al Castello di Sao Jorge, ma... è chiuso. Ripieghiamo sul Miradouro da Senhora do Monte, il più alto dei tanti belvederi di Lisbona, e l'unico dal quale in condizioni ottimali si può lanciare lo sguardo oltre il ponte del 25 aprile.

Dopo un curioso e simpatico aperitivo trascorso in fila alla cassa del supermercato (scherzo, l'aperitivo non l'abbiamo preso, ma tempo ce ne sarebbe stato, e credo nessuno si sarebbe accorto se avessimo aperto e scolato un “Prosecco”), la festa di mezzanotte è in Praca do Comercio e i suoi fuochi d'artificio in 3D. Impieghiamo quasi un'ora per uscire dalla piazza, è evidente che qui la notizia dell'incidente di Torino dello scorso giugno non è arrivata mancopel, però sopravviviamo alla calca e al terrore dei pickpocket e con fierezza approdiamo al Barrio Alto. Quartiere che, al di là dei saldi sui cocktail (!!!) e delle birre medie a un euro, fa notizia prima di tutto perché è meta turistica. Nel senso, i turisti ci vanno non tanto per divertirsi quanto per essere spettatori del divertimento. La movida che diventa prodotto turistico. É una cosa buffa, pensateci.

Day 5. Il tour di Alfama e dei miradouri si trasforma nel tour di Alfama, e poco altro, perché Alfama detiene l'anima intima di Lisbona e gli va portato rispetto visitandola con tutta la calma del mondo. Folkloristico il tram giallo, acciuffato quasi fortuitamente il secondo giorno a Martim Moniz, e simpatico per un selfie insolito, ma Alfama va camminato. Se fossi il sindaco di Lisbona vieterei l'ingresso al quartiere alle apine tuk tuk, che scarrozzano i turisti come fosse una luna park.

E qui, signori, veniamo ai motivi della premessa. 
Lisbona, città orientata verso il nuovo mondo, fortemente radicata alla cultura neolatina, intima e molto poco interessata alle vicende dell'Europa continentale, non per snobbismo ma per motivi prettamente geografici, è una capitale a misura d'uomo, piccola e funzionale (al secondo giorno avevo già buttato la cartina), dove l'asfalto lascia volentieri il posto a spaziosi marciapiedi di pietra bianca, dove le caratteristiche piastrelle azzurrine spezzano i colori caldi dei tetti rossi, dove le radici profonde e i nuovi spazi moderni si integrano con armonia, dove dalla rigorosa Baixa, quartiere ricostruito per intero dopo il terremoto del 1755 con geometrie perfette, si sale al più bohemien Chiado tramite quattro semplici rampe di scale mobili.

C'è un però, un però che stona esattamente come stonano le gru o i casermoni di cemento armato che rovinano alcuni skyline dei miradouri. Lisbona vive un percorso di emancipazione, iniziato per inerzia dopo la fine della grande crisi economica (che qui ha picchiato duro), un percorso che non si sa dove e come avrà termine, e forse non avrà mai termine e forse sarà bene così, e poi alla fine a chi importa?, ma sicuramente a tutto ciò non sta giovando la violenza del turismo di massa, esploso senza freni e senza regole – apine tuk invadenti, buttadentro molesti, ristoranti pseudo-italiani che non hanno neanche l'insegna scritta in italiano! L'apice del fenomeno si trova appunto a Sintra, un paesino deturpato suo malgrado dalle logiche del business del turismo, e noi che ci preoccupiamo di Cortona o Volterra... 

Tutte cose viste e riviste in tutte le altre città del mondo, ma mentre a Roma o Parigi abbiamo imparato a conviverci, partendo da lontano, regolamentando dove è stato possibile, qui pare che sia arrivato tutto e subito. Non è piacevole accollarsi mezz'ora di camminata in salita per scoprire che il Castello è chiuso, né passare 50 minuti in fila al supermercato perché nel centro pulsante della Baixa esiste solo un supermercato, né constatare che la mattina del primo gennaio sono aperti solo i cosiddetti ristoranti turistici e che la colazione si trasforma in una caccia al tesoro, però in fin dei conti è meglio così.

Abbassate le saracinesche per Capodanno, e io saprò che i vostri pastel saranno i più dolci e i pià autentici di tutti.