sabato 3 febbraio 2018

La Serie Perfetta esiste e si chiama Breaking Bad

Ho dato inizio alla mia nuova vita nerd un annetto fa. Ho assaggiato Narcos e The OA, ho riscoperto Dexter e mi sono inchinato a Stranger things. Sempre, però, per tutte le serie viste, tutti quanti gli esperti mi dicevano “è niente in confronto a Breaking bad”. Finché, un giorno, mi son sentito pronto.

Due mesi e mezzo per guardare le cinque stagioni che iniziano ad essere ormai, scusate il gioco di parole, stagionate. Son passati dieci anni dall'uscita del primo episodio. Ma credo ne potranno passare altri cento, Breaking bad resterà una pietra miliare. Forse LA pietra miliare. Cinque stagioni che volano via attraverso un climax DE-VA-STAN-TE, un'architettura di intreccio magistrale, una regia pulita e impeccabile e – soprattutto – una linfa vitale che ti avviluppa, ti entra nello stomaco, ti sconquassa. Come ha detto lo stesso creatore Vince Gilligan (un maledetto genio, beato lui), “chi guarda Breaking bad non solo non sa da chi parte stare, ma riflette dubbioso sul perché preferisca stare da una parte piuttosto che dall'altra”.

Di recensioni ne sono state scritte migliaia, mi sforzerò qui di elencare quelli che sono secondo me i momenti, i nodi della serie, talvolta anche “sbagliati”, sui quali si scorgono i dettami della Serie Perfetta.

1) Innanzitutto, la costruzione scenica, che sopra ho definito architettura e forse forse mi tengo buono questo termine. Breaking bad è scheletrica e vive, senza tanti orpelli e fronzoli, attorno alle storie e agli intrecci dei personaggi principali. Assomiglia ad una favola o una piece teatrale, il mondo fuori non c'è, non esiste. Si parla spesso di centro città, di “traffico” convulso, ma in realtà Albuquerque è mostrato come un paesino dove non passa mai una macchina. Sicuramente pagare scenografie e comparse per un centinaio di episodi ha i suoi costi, ma la scelta, voluta o no, riesce a modulare tutto il pensiero dello spettatore sui personaggi, enfatizza la rivalità Buoni-Cattivi ed eleva il tutto a narrazione epica.

2) Buoni e Cattivi, già. Chi sono i buoni e chi sono i cattivi? Se dovessi recensire la serie in una frase direi che “la strada per l'Inferno è lastricata di buone intenzioni”. Che è stato, attenzione, un topos letterario o cinematografico poco approfondito nella nostra letteratura moderna. Finché non è arrivato Walter White...

3) La serie ha degli errori di sceneggiatura e delle forzature, a volte clamorose (l'allontanamento strategico di Hank verso El Paso in una fase calda del business di Walt, per esempio) altre sopra le righe, direi quasi surreali (i “gemelli del gol” cugini di Tuco; la morte di Gus). Sono tasselli di un puzzle, presi a se stanti sono asimettrici e insignificanti, incastrati fra di loro mostrano un'opera d'arte. Tutto è studiato a tavolino e tutto torna, armonicamente. C'è solo un passaggio che purtroppo inceppa il meccanismo: prima e durante la fase “autolavaggio”, Hank spesso ha a che fare con Walt ma non si accorge neanche per un secondo della vita “strana” del cognato, e non gli chiede mai come passa le sue giornate.

4) Le prime due stagioni sono brutte. A tratti inguardabili. Col senno di poi è una lenta, angosciante, ma efficacissima fase di preparazione, un po' come pestare l'uva coi piedi affinché venga un buon vino. Mi chiedo chi lo guardò in prima tv come fece a resistere di fronte alle sceneggiate di Tuco Salamanca.

5) Si dice in giro che Breaking bad abbia due finali: il primo al termine dell'episodio 14 (la telefonata – molto recitata? - di Walt alla moglie, scena che segue la morte di Hank e prelude alla fuga in mezzo alla neve) e il secondo quello appunto definitivo nell'episodio 16. Il primo finale è negativo e il secondo positivo. Almeno così ci piace pensare, forse perché ci torna comodo avere una chiusura del cerchio. I due episodi finali sono “necessari”. Ci riconciliano con il mondo
Se la serie fosse terminata lì nel New Hampshire, in mezzo alla tormenta di neve che ghiaccia il cuore e contraddice l'aridità del New Mexico, sarebbe stata più bella perché avrebbe chiuso coerentemente il suo percorso di Formazione al Contrario, una Redenzione in negativo, che avrebbe colpito nello spirito anche lo spettatore che fatica ad ammetterlo ma ha sempre tifato Heisenberg; eppure una serie così non sarebbe stata perfetta. Una cosa Perfetta dev'essere, appunto, finita. Lo dice l'etimologia latina.

6) Non succede spesso e forse non succederà mai più, perché adesso le serie vengono sparate naked, e poi se fanno il botto si “plasma” il finale per trovare un seguito, altrimenti addio. In questo contesto, io trovo assolutamente geniale concepire una serie di cinque stagioni come un unicum, con un soggetto in testa fin dall'inizio e portandolo avanti con convinzione e coraggio, fregandosene di alcuni passaggi noiosi e di finali di stagione veramente nonsense.

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