Ho dato inizio alla mia nuova vita nerd
un annetto fa. Ho assaggiato Narcos e The OA, ho riscoperto Dexter e
mi sono inchinato a Stranger things. Sempre, però, per tutte le
serie viste, tutti quanti gli esperti mi dicevano “è niente in
confronto a Breaking bad”. Finché, un giorno, mi son sentito
pronto.
Due mesi e mezzo per guardare le cinque
stagioni che iniziano ad essere ormai, scusate il gioco di parole,
stagionate. Son passati dieci anni dall'uscita del primo episodio. Ma
credo ne potranno passare altri cento, Breaking bad resterà una
pietra miliare. Forse LA pietra miliare. Cinque stagioni che volano
via attraverso un climax DE-VA-STAN-TE, un'architettura di intreccio
magistrale, una regia pulita e impeccabile e – soprattutto – una
linfa vitale che ti avviluppa, ti entra nello stomaco, ti sconquassa.
Come ha detto lo stesso creatore Vince Gilligan (un maledetto genio,
beato lui), “chi guarda Breaking bad non solo non sa da chi parte
stare, ma riflette dubbioso sul perché preferisca stare da una parte
piuttosto che dall'altra”.
Di recensioni ne sono state scritte
migliaia, mi sforzerò qui di elencare quelli che sono secondo me i
momenti, i nodi della serie, talvolta anche “sbagliati”, sui quali si scorgono i dettami della Serie
Perfetta.
1) Innanzitutto, la costruzione scenica,
che sopra ho definito architettura e forse forse mi tengo buono
questo termine. Breaking bad è scheletrica e vive, senza tanti
orpelli e fronzoli, attorno alle storie e agli intrecci dei
personaggi principali. Assomiglia ad una favola o una piece teatrale,
il mondo fuori non c'è, non esiste. Si parla spesso di centro città,
di “traffico” convulso, ma in realtà Albuquerque è mostrato
come un paesino dove non passa mai una macchina. Sicuramente pagare
scenografie e comparse per un centinaio di episodi ha i suoi costi,
ma la scelta, voluta o no, riesce a modulare tutto il pensiero dello
spettatore sui personaggi, enfatizza la rivalità Buoni-Cattivi ed eleva il tutto a narrazione epica.
2) Buoni e Cattivi, già. Chi sono i
buoni e chi sono i cattivi? Se dovessi recensire la serie in una
frase direi che “la strada per l'Inferno è lastricata di buone
intenzioni”. Che è stato, attenzione, un topos letterario o
cinematografico poco approfondito nella nostra letteratura moderna. Finché non è arrivato Walter
White...
3) La serie ha degli errori di
sceneggiatura e delle forzature, a volte clamorose (l'allontanamento
strategico di Hank verso El Paso in una fase calda del business di
Walt, per esempio) altre sopra le righe, direi quasi surreali (i
“gemelli del gol” cugini di Tuco; la morte di Gus). Sono tasselli di un puzzle, presi a se stanti sono asimettrici e insignificanti, incastrati fra di loro mostrano un'opera d'arte. Tutto è
studiato a tavolino e tutto torna, armonicamente. C'è solo un
passaggio che purtroppo inceppa il meccanismo: prima e durante la
fase “autolavaggio”, Hank spesso ha a che fare con Walt ma non si
accorge neanche per un secondo della vita “strana” del cognato, e
non gli chiede mai come passa le sue giornate.
4) Le prime due stagioni sono brutte. A
tratti inguardabili. Col senno di poi è una lenta, angosciante, ma
efficacissima fase di preparazione, un po' come pestare l'uva coi
piedi affinché venga un buon vino. Mi chiedo chi lo guardò in prima
tv come fece a resistere di fronte alle sceneggiate di Tuco
Salamanca.
5) Si dice in giro che Breaking bad
abbia due finali: il primo al termine dell'episodio 14 (la telefonata
– molto recitata? - di Walt alla moglie, scena che segue la morte
di Hank e prelude alla fuga in mezzo alla neve) e il secondo quello
appunto definitivo nell'episodio 16. Il primo finale è negativo e il secondo
positivo. Almeno così ci piace pensare, forse perché ci torna
comodo avere una chiusura del cerchio. I due episodi finali sono
“necessari”. Ci riconciliano con il mondo.
Se la serie fosse
terminata lì nel New Hampshire, in mezzo alla tormenta di neve che
ghiaccia il cuore e contraddice l'aridità del New Mexico, sarebbe
stata più bella perché avrebbe chiuso coerentemente il suo percorso di Formazione al Contrario, una Redenzione in negativo, che avrebbe colpito nello spirito anche lo spettatore che fatica ad ammetterlo ma ha sempre tifato Heisenberg; eppure una serie così non sarebbe stata perfetta. Una cosa Perfetta dev'essere,
appunto, finita. Lo dice l'etimologia latina.
6) Non succede spesso e forse non
succederà mai più, perché adesso le serie vengono sparate naked, e
poi se fanno il botto si “plasma” il finale per trovare un
seguito, altrimenti addio. In questo contesto, io trovo assolutamente
geniale concepire una serie di cinque stagioni come un unicum, con un
soggetto in testa fin dall'inizio e portandolo avanti con convinzione
e coraggio, fregandosene di alcuni passaggi noiosi e di finali di stagione
veramente nonsense.

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