martedì 2 gennaio 2018

Che Dio salvi Lisbona dai buttadentro

Contrariamente alle mie consuetudini, Lisbona non è stata pianificata. Per le tempistiche ristrette, certo, ma anche perché avevo questo sentore – confermato da quasi tutte le recensioni che oserei dire “semplicistiche” dei siti acchiappaclick del tipo Le 10 cose imperdibili a Lisbona! oppure I 30 misteri oscuri della Lisbona segreta -, il sentore di una città intima e discreta, una specie di Amsterdam del sud, più calda e più pittoresca. Da vivere con l'olfatto e con la vista, da vivere di pancia, senza cartine.
Ahimè, dopo cinque giorni di soggiorno, cinque giorni effettivi, ti sarai accorto che i ritmi di vita di Lisbona dilatano il timing delle attività in modo imprevisto e imprevidbile. Seppur piacevole. Scopriremo poi che tale premessa non è banale.

Day 1. Scoprire Lisbona alle prime ore del mattino, complici il volo all'alba e l'ora indietro, era un'idea stranamente accattivante che non ho potuto realizzare per i ritardi dovuti a una violenta grandinata che ha svegliato i residenti di Ciampino. Atterriamo con le nuvole basse e una fitta pioggerella, umida e fastidiosa. Altro che accattivante, approcciare Praca do Comercio con la foschia, 16 gradi appiccicosi, con il giubbotto invernale addosso e senza occhiali di sole (che sarebbero comunque poco utili, visto che il sole va e viene, peggio di Londra) i pavimenti di marmo fradici e scivolosi, non è stata una bellissima esperienza. 

Girelliamo a caso e in circa 78 minuti vediamo tutto ciò che c'è da vedere nel centro di
Lisbona, compresa il Carmo, una San Galgano portoghese, bellissima e struggente, peccato per quel tappeto posticcio di erba verde smeraldo, che fa la stessa figura di un comico a un funerale. Comunque sia, Lisbona è tutta qui. 
Bella fregatura, eh. 
Eh, no.

Day 2. Innanzitutto, Lisbona è anche Belem, con questo lungo-Tago armonioso, direi pacifico, nonostante la tangenziale che sfreccia accanto. Visitare la Torre omonima è quasi d'obbligo più per motivi concettuali e storici che non estetici, ma lo facciamo volentieri. Altrettanto volentieri saltiamo a piè pari il Monastero dos Jeronimos in favore di una foto cool al Monumento alle Scoperte che non conoscevo e che giudico con 5 stelline semplicemente per la sua prospettiva “altra”, rivolta verso il nuovo mondo, e non verso noi poveri spettatori pettegoli che siamo costretti a guardarlo di profilo

Pranzo al Mercado de Ribeira, un tagliere di prosciutto e formaggi misti, e devo ammettere che a 30 anni ancora mi stupisco di come le città che apparentemente (apparentemente!) si mostrano conservatrici nei costumi sappiano tirare fuori dal cilindro queste perle di modernità. Il mio stupore si trasforma in ammirazione a LX Factory. Un piccolo quartiere di industria creativa, con negozietti non banali, spazi riqualificati con intelligenza, mostre di design d'avanguardia e una libreria enorme dove c'è un artista di origini italiane che accoglie di persona i turisti nel suo laboratorio.

Day 3. Il giorno della gita fuori porta. Sintra-oceano-Cascais. Sintra era stata etichettata come fiabesca, ma perché mai, chissà. Forse per questi palazzi mastodontici costruiti su un'ideologia inspiegabilmente pacchiana? Forse per i colori fuori contesto del Palacio da Pena? C'è un ostacolo logistico da superare: non avendo a disposizione tutto il giorno, o scegliamo i due palazzi alla sommità (Pena e Mouros) o scegliamo Quinta da Regaleira. L'intuito, da buon amante del Bosco della Ragnaia, e alcune recensioni attendibili mi hanno tracciato la strada per la seconda opzione: un'immensa tenuta aggrappata sulla collina, con piccole torri panoramiche, labirinti, grotte, tunnel completamente bui, cascatelle e un pozzo iniziatico. Non so decidere se è un parco giochi per bambini o un percorso ante-litteram di orienteering, forse è un mix di entrambi, ci divertiamo ma tutto finisce lì: contrariamente al Bosco della Ragnaia, l'estetica del paesaggio della Quinta rimane semplice arredamento d'esterni e non può definirsi arte

Scrivo “estetica del paesaggio” e non posso non ricordare l'oceano. Per i comuni mortali ancora sprovvisti di passaporto, Cabo da Roca è un valido strumento ubicato sul vecchio continente per verificare di persona il concetto di Immensità, non quella ridanciana che adesso è tormentone, perché ci vuole anche quella sia chiaro, ma l'Immensità Vera. 

Infine capitiamo quasi per sbaglio a Cascais, una cittadina di mare, mancava solo la Gelateria Corradini e poi era come essere a Castiglione della Pescaia. Notevole è la progettazione dei boulevard, disegnati con i tipici blocchetti di pietra bianchi e neri, ma con fantasie e curve diversificate in base alla distanza della riva. A replicare il movimento delle onde. Bello.

Day 4. Iniziamo dall'Oceanario e da quel capolavoro di ingegneria urbanistica che è il Parco
delle Nazioni, del quale alcune zone sono state lasciate morire. Mi piacerebbe capire come si è arrivati fin qui, come mai il centro commerciale Vasco da Gama (enorme!) e il suggestivo viale delle bandiere che ricorda l'Expo conducano verso stradine pedonali tristi con fondi dismessi e degrado. Non è critica, è semplice curiosità antropologica.

Il pomeriggio doveva esser dedicato al Castello di Sao Jorge, ma... è chiuso. Ripieghiamo sul Miradouro da Senhora do Monte, il più alto dei tanti belvederi di Lisbona, e l'unico dal quale in condizioni ottimali si può lanciare lo sguardo oltre il ponte del 25 aprile.

Dopo un curioso e simpatico aperitivo trascorso in fila alla cassa del supermercato (scherzo, l'aperitivo non l'abbiamo preso, ma tempo ce ne sarebbe stato, e credo nessuno si sarebbe accorto se avessimo aperto e scolato un “Prosecco”), la festa di mezzanotte è in Praca do Comercio e i suoi fuochi d'artificio in 3D. Impieghiamo quasi un'ora per uscire dalla piazza, è evidente che qui la notizia dell'incidente di Torino dello scorso giugno non è arrivata mancopel, però sopravviviamo alla calca e al terrore dei pickpocket e con fierezza approdiamo al Barrio Alto. Quartiere che, al di là dei saldi sui cocktail (!!!) e delle birre medie a un euro, fa notizia prima di tutto perché è meta turistica. Nel senso, i turisti ci vanno non tanto per divertirsi quanto per essere spettatori del divertimento. La movida che diventa prodotto turistico. É una cosa buffa, pensateci.

Day 5. Il tour di Alfama e dei miradouri si trasforma nel tour di Alfama, e poco altro, perché Alfama detiene l'anima intima di Lisbona e gli va portato rispetto visitandola con tutta la calma del mondo. Folkloristico il tram giallo, acciuffato quasi fortuitamente il secondo giorno a Martim Moniz, e simpatico per un selfie insolito, ma Alfama va camminato. Se fossi il sindaco di Lisbona vieterei l'ingresso al quartiere alle apine tuk tuk, che scarrozzano i turisti come fosse una luna park.

E qui, signori, veniamo ai motivi della premessa. 
Lisbona, città orientata verso il nuovo mondo, fortemente radicata alla cultura neolatina, intima e molto poco interessata alle vicende dell'Europa continentale, non per snobbismo ma per motivi prettamente geografici, è una capitale a misura d'uomo, piccola e funzionale (al secondo giorno avevo già buttato la cartina), dove l'asfalto lascia volentieri il posto a spaziosi marciapiedi di pietra bianca, dove le caratteristiche piastrelle azzurrine spezzano i colori caldi dei tetti rossi, dove le radici profonde e i nuovi spazi moderni si integrano con armonia, dove dalla rigorosa Baixa, quartiere ricostruito per intero dopo il terremoto del 1755 con geometrie perfette, si sale al più bohemien Chiado tramite quattro semplici rampe di scale mobili.

C'è un però, un però che stona esattamente come stonano le gru o i casermoni di cemento armato che rovinano alcuni skyline dei miradouri. Lisbona vive un percorso di emancipazione, iniziato per inerzia dopo la fine della grande crisi economica (che qui ha picchiato duro), un percorso che non si sa dove e come avrà termine, e forse non avrà mai termine e forse sarà bene così, e poi alla fine a chi importa?, ma sicuramente a tutto ciò non sta giovando la violenza del turismo di massa, esploso senza freni e senza regole – apine tuk invadenti, buttadentro molesti, ristoranti pseudo-italiani che non hanno neanche l'insegna scritta in italiano! L'apice del fenomeno si trova appunto a Sintra, un paesino deturpato suo malgrado dalle logiche del business del turismo, e noi che ci preoccupiamo di Cortona o Volterra... 

Tutte cose viste e riviste in tutte le altre città del mondo, ma mentre a Roma o Parigi abbiamo imparato a conviverci, partendo da lontano, regolamentando dove è stato possibile, qui pare che sia arrivato tutto e subito. Non è piacevole accollarsi mezz'ora di camminata in salita per scoprire che il Castello è chiuso, né passare 50 minuti in fila al supermercato perché nel centro pulsante della Baixa esiste solo un supermercato, né constatare che la mattina del primo gennaio sono aperti solo i cosiddetti ristoranti turistici e che la colazione si trasforma in una caccia al tesoro, però in fin dei conti è meglio così.

Abbassate le saracinesche per Capodanno, e io saprò che i vostri pastel saranno i più dolci e i pià autentici di tutti.

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