DUNKIRK
Un film di Christopher Nolan. Con Fionn Whitehead, Tom Glynn-Carney, Jack Lowden, Harry Styles
Voto MyMovies: 5 stelle
Voto Cavalli Selvaggi: 7 e mezzo
Non so se ho alzato così tanto
l'asticella da non vederla ormai più all'orizzonte, come il buon
Tamberi dopo essersi rotto una gamba, o se il movimento del mondo
chiede altro e io non me ne sono accorto, ma il primo dato di fatto
uscendo dalla proiezione di Dunkirk è sicuro come un macigno: dopo
Tarantino, i fratelli Cohen, Virzì e mettiamoci pure Inarritu (che
non è propriamente il mio idolo, ma dopo Birdman fu difficile
digerire il Redivivo), ecco un altro Grande del Cinema che fa un
mezzo passo falso. Secondo me, eh.
Più che l'aspettativa sul film,
considerato peraltro che non ho mai amato i film di guerra, men che
meno i film d'azione, dove il montaggio crea e distrugge, ho vissuto
l'aspettativa sulle aspettative, con decine di recensioni
entusiastiche, addirittura estasiate, che si sono succedute nel corso
dell'estate. Christopher Nolan diventava finalmente il più grande
regista vivente?
No. O perlomeno non ancora. Nolan è un
estremo e maniacale conoscitore della materia, ha una tecnica
eccelsa, ha una visione sovraumana della rappresentazione visiva. E,
pur nella limpidezza di un film formalmente impeccabile, tutto questo
fa fatica ad emergere nella pellicola ambientata in uno degli episodi più controversi della Seconda Guerra Mondiale. È il peccato più grande di Dunkirk, e forse
il commento potrebbe anche finire qui.
Però, bè dai, Dunkirk di spunti ne
offre. Innanzitutto nei messaggi subliminali, che magari non sono
funzionali per la trama del film ma... lo sono per il cuore. Il
nemico che non si vede mai; l'immensità del mare che irrigidisce la
visuale e opprime come la claustrofobia; il volo planare del
bombardiere; i personaggi senza nome, che bofonchiano, alcuni
recitano male altri che non recitano affatto (le truppe spiaggiate
sembrano una gigantesca collezione di burattini inumani con
l'espressione corrucciata, e forse era proprio questo l'effetto
desiderato). La fotografia è pazzesca, alcuni movimenti in camera da
togliere il fiato, la colonna sonora (palesemente e volutamente
invadente, angosciante, terrificante) scandisce il tempo, lo martella
a suon di mitra e forse se lo divora pure.
Perà manca qualcosa.
Manca empatia, manca la forza dei personaggi. L'intenzione di creare
pathos senza soffermarsi sulle storie e sulla Storia è nobile, ma
resta anche per il genio di Nolan un'utopia vagamente sfiorata,
perché nell'intreccio delle tre dimensioni temporali e spaziali
manca un fil rouge “caldo” che le sciolga insieme – tutta colpa
del montaggio, forse, ma si sa io odio i montaggi dei film d'azione.
Alla fine Dunkirk risulta essere un
documentario realizzato con maestria, eleganza e soprattutto
coerenza, e alla fine va bene così, un altro tassello di una
carriera impeccale e un bel salto in avanti per chi aveva subito
critiche di verosimiglianza scientifica nel Vero Capolavoro
Interstellar. Ma è comunque un salto un po' nel buio per chi ambisce
a vincere almeno 4-5 Oscar.

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