sabato 8 settembre 2018

Cos'hanno in comune Galeffi e The bloody beetroots?

Niente. Un ragguardevole bel niente.

Sono, credo semplicemente per una banale coincidenza, entrambi presenti nelle line up di due festival, due fra i festival musicali diciamo “alternativi” più importanti del panorama della Toscana meridionale: il Live Rock Festival di Acquaviva e il Warehouse Decibel Festival di Arezzo (San Zeno, per la precisione). Rassegne che si sono accavvalate ieri, togliendosi del pubblico potenziale a vicenda (più The bloody beetroots a Galeffi/Shade/Digitalism che non il contrario) e offrendo una difficile scelta per passare un tranquillo venerdì di fine estate.

La sovrapposizione è interessante.
Festival “alternativi”, dicevamo, e ribadisco le virgolette. Da una parte il modello Acquaviva, un esempio di festa sostenile e ben organizzata, diretta da una crew giovanissima. Dall'altra il Warehouse che, non ufficialmente, ma in pratica è lo spin-off del Mengo, evento nato con fierezza sulle ceneri sporche di Arezzo Wave conquistandosi una sua sana identità.

Nel mezzo un panorama musicale contradditorio e sfuggente che per una serie di congetture storiche si trova a godere dei festival, probabilmente l'unico momento di vera soddisfazione economica e professionale per chi vive di musica, dove un pubblico sempre più eterogeneo, più informato sugli artisti ma forse meno consapevole dei propri gusti, ascolta canta e balla quasi per inerzia. In un'epoca in cui, a occhio e croce, il fenomeno dei djset ha perso la spinta propulsiva in favore di un ritorno al live e al cantautorato, assistiamo al paradosso per eccellenza del movimento indie che diventa mainstream. (Da applaudire, in questo senso, la lungimiranza di chi studia le line up del Mengo, da Calcutta e Coez in tempi non sospetti, a Levante chiamata un mese prima che diventasse giudice di X Factor). 

I critici musicali non ci dormono più la notte, tutto è fluido e niente è etichettabile, forse
è un bene così, e forse è anche un bene che il buon Galeffi, un cantautore neanche di primo pelo sconosciuto fino a dieci mesi, esploso quasi per caso dopo una serie di sold out in un locale di Roma (mi sono informato durante il suo live leggendo alcune interviste, e non su Wikipedia, perché su Wikipedia non è censito...), faccia un tour estivo di 70 tappe in tutta Italia; e forse non è neanche strano che dopo di lui arrivi sul palco Shade, sicuramente più conosciuto perché Bene ma non benissimo l'hanno cantata anche i nostri nonni, accolto però da un pubblico che “sembra il funerale di mia zia” (cit. Shade stesso) e che fa fatica a seguirlo.

Insomma, i festival oggi assomigliano un po' tutti al concertone del Primo Maggio: un bel polpettone di musica fritta. Solo che lì a Roma, almeno fino a qualche anno fa, c'era un'ideologia – sociale o politica che la si voglia chiamare – a unire la passione degli spettatori.
Oggi c'è la musica in senso astratto, direi naked, e c'è la notizia che la musica produce di se stessa. E poi il deserto. Musica che ha perso l'identità generazionale e/o sociale e/o culturale e probabilmente ha perso gran parte della sua espressività concettuale (“tanto del testo non ne ho bisogno”, confessa candidamente Rovazzi nel suo ultimo singolo), ma che resiste nell'etere e aggrega le masse nei festival. 
E questa è l'unica cosa che conta.
O no?

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