lunedì 29 dicembre 2014

Il ragazzo invisibile

Il ragazzo invisibile

Un film di Gabriele Salvatores. Con Ludovico Girardello, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Noa Zatta
Voto MyMovies: 3 stelle e mezzo
Voto Cavalli Selvaggi: 7-

Un film di formazione dentro a un film fantastico: ne Il ragazzo invisibile Salvatores sperimenta nella stessa pellicola due generi praticamente inediti in Italia. Si è indecisi se restare increduli o affascinati dalla storia di un ragazzino-eroe invisibile che, a Trieste!, sconfigge i nemici vestito di una tutina nera con una C cirillica disegnata sul petto e aiutato da un amico che spara con un fucile di paint-ball. Andrebbe apprezzato il coraggio, a prescindere. Ma da un regista premio Oscar, peraltro sostenuto da una lunga e ostentata serie di sponsor (fra cui noi stessi: il film gode dei contributi ministeriali...), non è reato aspettarsi qualcosa in più del coraggio e delle buone intenzioni. Anche perché, come dicono, di buone intenzioni è lastricata la via per l'inferno. Si è indecisi: trattasi di grande invenzione artistica o di bassa parodia dei film Marvel?

Trieste, oggi. Michele Silenzi, 13 anni, orfano di babbo, è vittima di bullismo, a scuola non si applica ed è innamorato (ovviamente non ricambiato) della ragazzina appena arrivata da non-si-sa-quale-città. Un giorno scopre di avere il dono dell'invisibilità e, come prevedibile, nei successivi 40 minuti lo spettatore scopre insieme a lui cosa significhi vivere una vita da invisibile: fra incursioni negli spogliatoi femminili al ben più banale raffreddore (non è salutare girare nudi per Trieste quando tira la bora). Poi il film ha un'inattesa svolta thriller [ATTENZIONE, SPOILER!]: si viene a sapere, grazie al grosso sforzo didascalico degli sceneggiatori, che alcune spie russe lo stanno cercando perché figlio naturale di una coppia di “speciali”, cavie umane sopravvissute a Chernobyl e dotate per questo di super-poteri, e che prima di arrivare a lui hanno rapito erroneamente tre suoi compagni di classe, fra cui guarda caso la ragazzina di cui era innamorato. Si salveranno tutti, non vi preoccupate, e alla fine Michele e Stella si metteranno pure insieme.

Fumetti, super-eroi, thriller, drammatico, formazione, temi adolescenziali. C'è tutto e di più. Il ragazzo invisibile galleggia sopra una serie di generi senza mai scegliere, come un aereo che volteggia sopra l'aeroporto prima che si liberi la pista di atterraggio. E, in attesa che l'aereo atterri, lo spettatore non può non notare alcuni errori e forzature. Ne citerò alcuni: il secchio di vernice fresca accanto al faro; il proiettile del fucile di Ivan “il terribile”; il bacio fra l'invisibile Michele e Stella; il finale sapore di miele dove non muore nessuno e tutti i buoni si salvano.

Piccolo dettaglio da nerd: sui titoli di coda, Salvatores lascia ampi margini di spazio per un probabile sequel, eventualità che dimostra quanto il regista credesse in questo progetto ma che al tempo stesso distrugge la possibile tesi interpretativa che si sia trattato di un incubo di Michele, e non di una storia veramente vissuta.

Insomma, alla fine si resta indecisi. Grande invenzione o bassa parodia? Di sicuro, ed eccoci a una conclusione, a livello tecnico-formale l'innovazione c'è: discreto tocco in regia, scenografie esterne da applausi, ma soprattutto una fotografia azzecatissima, magica e iper-realistica (guardate gli occhi di Stella, sembrano di vetro), cioè quanto di più lontano si possa abbinare alla fredda e sveviana Trieste.

giovedì 25 dicembre 2014

Happy for Fedez!

Il 2014 passerà alla storia per la Germania campione del mondo, per Renzi, l'Isis, l'Ebola, La grande bellezza, il bastone per fare i selfie e l'iPhone 6. Il 2014 passerà alla storia anche perché, nell'epoca della super-condivisione digitale, è mancato il vero tormentone musicale su scala mondiale. Nessun disco che ha dominato, nessun artista esploso davvero.
Ecco la mia personalissima playlist delle canzoni che più di altre hanno rappresentato (e rappresenteranno per sempre?) la cultura, lo spirito e la mentalità del secondo anno pari non bisestile del decennio.


1. Happy, Pharrel Williams
Musicista, cantante, dj, produttore e quindi imprenditore, attore, stilista. L'emblema dell'artista contemporaneo multitasking che sa stare sulla cresta grazie alla capacità di adattarsi a tutti i pubblici e tutte le sfide, Pharrel Williams si è definitivamente consacrato con un brano che in sé non dice niente ma che ha venduto 13 milioni di copie, ha un video di 24 ore e su Yt vanta 525 milioni di visite. Un inno alla gioia dei giorni nostri, molto banale quanto efficace. Del resto, si sa, se dovessimo fare una classifica degli hashtag che sono diventati frasi di senso comune, #maiunagioia e #solocosebelle andrebbero direttamente sul podio.

2. Stolen dance, Milky Chance
Brano orecchiabile dal ritmo così piatto che sembra una ninna-nanna, avrebbe potuto avere il successo di tormentoni simili nello stile, quali Somebody that I used to know di Gotye o il già storico Crazy di Gnarls Barkley. Invece è sceso dalle radio per approdare nelle discoteche, senza passare dalle grandi masse. Nel 2014 non ci si improvvisa tormentoni, Stolen dance ne è l'esempio.

3. A sky full of stars, Coldpay feat. Avicii
Frutto di un connubio così prevedibile che non ha fatto nemmeno notizia, il connubio fra la pop-band più importante degli anni 00 e il dj emergente mondiale, la canzone rappresenta il 2014 perché probabilmente ultimo pezzo di successo commerciale per la storia dei Coldplay. Son passati quasi 10 anni da Fix you, era fisiologico che accadesse.

4. Lovers on the sun, David Guetta feat. Sam Martin
“Forzo” questa personale classifica inserendo un brano che (ingiustamente) non è riuscito a diventare il tormentone dell'estate. Copiando da Avicii ed altri la moda di dare suggestioni western ai pezzi dance, quasi come ci fosse stato un inatteso e blasfemo ritorno a Ennio Morricone, il vecchio David Guetta qui è tornato il vero David Guetta, quello di Titanium per intenderci, il più grande dj del mondo e forse della storia contemporanea. Uno che non si è seduto negli allori.

5. Don't wait, Mapei
L'antipodo di Pharrel Williams.

6. Bailando, Enrique Iglesias
Prendi un brano scritto appositamente per esser ballato, nelle palestre (zumba) o nelle sale di ballo latino-americano, e fallo diventare hit mondiale. Fenomeno sociale che, chissà, forse ne spiega altri due: 1, oggi i gusti culturali e artistici sono guidati dalle milf?; 2, non esistono più i generi musicali come identificazione di una categoria di persone? (della serie: se balliamo il latino-americano al Tenax, allora si può ascoltare hip hop anche in giacca e cravatta?).

7. Magnifico, Fedez feat. Francesca Michielin
Fra i milioni di utenti che vanno pazzi per questo brano, quanti si sono accorti che il ritornello è sintatticamente pieno di errori da matita rossa e che dice parole senza senso? Ma chissene, anche Jovanotti ne ha fatti di strafalcioni (“non c'è niente che ho bisogno”). Mai sottovalutare l'intelligenza e la competenza di chi vive nel mondo dello spettacolo, anche quando crea puttanate. Era naturale che unendo nel 2014 il top mainstream della cultura hip hop con il top artistico della schiera proveniente dai talent, il risultato fosse un successo straordinario di pubblico, e tanto basta per fare i complimenti a Fedez e al suo produttore. E la Michielin, in fin dei conti, è davvero brava.

BONUS TRACK. Chandelier, Sia. Ascoltatevi la versione acustica, da brividi.






lunedì 8 dicembre 2014

Il flusso e quel costume Lonsdale

Data: 21 luglio 2010
Fonte: Facebook

Da Wikipedia:
“Il flusso è uno stato di coscienza in cui la persona è completamente immersa in un’attività. Si caratterizza per il totale coinvolgimento, focalizzazione sull’obiettivo, motivazione intrinseca, positività e gratificazione nello svolgimento del compito.”

Il flusso di Cancellara alla Roubaix, il flusso di Valentino Rossi all’ultimo giro di un Gran premio, il flusso di Stankovic quando tira dai 35 metri e fa gol.
E poi ancora il flusso di chi si immedesima leggendo un libro e sussulta se qualcuno apre la porta, il flusso di chi va a correre per lo Stradone di Montecchio, e il flusso di chi scala lo Stelvio con il rampichino, impiegandoci quattro ore. Ma che esaltazione, da lassù. E’ come raggiungere il Paradiso dopo una vita di stenti.
Il flusso è una performance, il flusso prescinde dalla coscienza. Tu agisci, e la tua coscienza non sa il perché. Il tuo Es, invece, lo sa benissimo, e ti fa sentire un Dio onnipotente quando entri nel flusso.

Quando sei in una salita lunga e ti chiedi: “Ma chi me lo fa fare?”, il flusso è sparito.
Quando sei al ristorante con la tua fidanzata e per tutta la durata della cena speri che lei si paghi la sua parte, il flusso è sparito. Ergo: è sparito anche l’amore.

Ma il flusso non vale solo per azioni performative. E’ flusso anche l’esercizio della pesantezza di che fa training autogeno.
E’ flusso addormentarsi coccolati dal rumore monotono e delle onde che si infrangono placide sul bagnasciuga. E magari accorgersi – ovviamente qualche giorno dopo – che non è indispensabile fare training autogeno né lo yoga per respirare al ritmo dei frangiflutti e per sentirsi un tutt’uno con la spiaggia e con la Terra.
Non serve nemmeno uscire nella brughiera quando non si vede a un passo, per ritrovar se stessi. Basta molto meno, se riesci a entrare nel flusso.

(When you try your best but you don’t succeed
When you get what you want but nit what you need
When you feel so tired but you can’t sleep
Stuck in reverse.)

Il flusso non conosce “se” e non conosce “ma”. Vai! allontanati dal ricordo, senza voltarti mai. Potrebbe succedere che con il flusso vivi momenti che poi nella realtà - in quella realtà come la intendono Piero Angela e Gerry Scotti - non accadranno mai, e così in altri contesti e in altre situazioni sentiamo dire che stiamo facendo “castelli in aria”. Ma con i castelli, poi, vengono fuori anche le illusioni, i rimorsi, i rimpianti.
Il flusso non sa nemmeno cosa siano i rimpianti. Il bello del flusso è che non ha la coscienza del Dopo.

(Le cose che senti nel cuore
Non rinnegarle mai
Sono fragili, ma possiamo difenderle
Se voleranno in alto i nostri pensieri
Più limpidi)

Dicono che quando i bambini hanno occhi grandi, celesti o verdi, poi da grandi siano soliti tenerli leggermente chiusi. Fra questi, qualcuno è abituato a tenere chiuso un po' tutto, non solo gli occhi. Ma quando c'è chi ascolta, le parole vengono fuori da sole. Non bloccate il fiume, le dighe sono contro natura.

domenica 30 novembre 2014

Il paese dove il sole tramonta due volte




Il paese dei bisisi.
Il paese prima Aretino, poi Perugino, e infine Fiorentino. Il paese che, prima di tutto, è orgogliosamente chianino.
Il paese del Cassero.
Il paese del Parterre asfaltato. Dei giardini e dei Pini, del Pallaio e della Collegiata.
Il paese del Palio.
Il paese dei marciapiedi prima, e del dissesto poi.
Il paese di Roberto Benigni e di Alberto Castagna, di Fabrizio Meoni, Daniele Bennati e Corrado Viciani. Ma anche il paese del Chopper e di Zorro, del Caciaio e del Beloni. Il paese fiero che esige sempre il meglio dai suoi figli più illustri è lo stesso paese che protegge e celebra indistintamente tutti i suoi figli, anche e soprattutto  le ultime ruote del carro.
Il paese a metà fra la superba Arezzo e la nobile Cortona. Il paese che, per questo motivo, è considerato meticcio, bastardo, sfuggente. Ma in realtà è il paese che ha guardato l'una e l'altra e ne ha preso quanto di meglio poteva prendere.
Il paese dei comitati.
Il paese delle associazioni e dell'associazionismo. Così tante associazioni che ci si stupisce di come ancora non sia stata fondata un'associazione delle associazioni.
Il paese degli associazionisti, da non confondersi con “azionisti”.
Il paese del Gruppo Storico.
Il paese dove il sole tramonta due volte: prima alla Valle e poi al di qua del Cassero.
Il paese che non sai mai se Viamaggio e Rimini oppure Rigomagno e Marina di Grosseto.
Il paese in collina che produce in pianura ma che con una semplice passeggiata arriva in montagna.
Il paese del carro armato.
Il paese del castello di Montecchio. Che festeggia mille anni.
Il paese delle Logge Vasariane che Vasari ha visto di sfuggita.
Il paese del teatro inagibile.
Il paese del "Maggio".
Il paese di San Michele.
Il paese della Menci, del Fabianelli, dell'Itam.
Il paese che si svuota di giorno e si ripopola di notte.
Il paese senza cinema, il paese che – nonostante questo - ha vinto un Oscar.
Il paese di cui sono fiero.

"Povero Castiglioni, così lontano da Dio e così vicino a Rigutino!"

domenica 9 novembre 2014

Interstellar

Interstellar
Un film di Christopher Nolan. Con Matthew McCounaghey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michal Caine.
Voto MyMovies: 4 stelle
Voto Cavalli Selvaggi: 8 



Ci saranno sicuramente tre categorie di spettatori a cui Interstellar non piacerà:
1. gli anti-americanisti a prescindere, quelli che le americanate le odiano per partito preso, criticando le mastodontiche imprese di produzione che stanno dietro ai kolossal e irridendo i finali sempre e solamente buonisti;
2. gli scienziati o comunque espertoni di scienza, che sconfesseranno una per una le discrepanze nel film (ma io farei notare, en passant, che ontologicamente è un'utopia pretendere di avere certezze VERE da un film FANTASTICO. Io mi accontento della coerenza del testo, e quella pare non mancare);
3. chi ha poca voglia di seguire un film per quasi 3 ore e che ha ancora il magone per non esser riuscito a capire Inception.

Ognuna di queste categorie ha diritto di parola, e alla fine si verrà a scoprire che tutte e tre avranno un senso critico più sviluppato del mio, ma io difendo il film e difendo Christopher Nolan. Letteralmente, un genio. Che piacciano o non piacciano, le sue opere lasciano sempre nel mortale spettatore la sensazione che partorire questi prodigi artistici sia frutto di una mente maledetta e forse malata. Ma sicuramente geniale.

Veloce sunto della trama: in un futuro non meglio precisato, una piaga ambientale (anch'essa non meglio precisata, si sa solo che il mondo è continuamente percorso da tempeste di sabbia) sta per distruggere l'umanità. Inconsapevolmente aiutato da una figlia con doti inspiegabili, un contadino ex astronauta si ritrova una notte nel bunker della Nasa, che nel segreto più totale - “l'opinione pubblica non deve sapere che spendiamo tutti questi soldi mentre la gente muore di fame” - conduce delle ricerche avanzate sullo spazio e sulla relatività. Nel giro di un giorno, il contadino Cooper viene incaricato di fare i bagagli per andare ad esplorare lo spazio, alla ricerca di nuovi pianeti abitabili, con lo scopo di raggiungere altri sistemi solari attraversando un buco nero avvistato nei pressi di Saturno. Nell'equipaggio, anche la figlia del capo del dipartimento e due robot. Impossibile andare avanti senza spoilerare e senza soprattutto perdersi nei meandri infiniti e labirintici della pellicola.

Oltre ad ovvi effetti speciali d'avanguardia, il carattere fantascientifico del film entusiasma per l'intensità emotiva dei colori e dei suoni: si evidenziano quelle 3-4 scene di lungo e piatto silenzio spaziale che provocano una metafisica sensazione di calma sovrannaturale, come se solo il Silenzio e il Buio potessero rappresentare la Grandezza dell'Universo; oppure la maestosità infinita del mare o della terra bianca dei pianeti raggiunti. Paesaggi che, guarda caso, controbilanciano simmetricamente il verde del mais della nostra Terra, un verde che alla fine verrà arso dalle fiamme. È qui infatti la potenza di Interstellar, nell'incessante e significativo interscambio di dimensioni: passato e futuro, il verde autentico del mais e il marrone delle tempeste di sabbia, la vita tranquilla di campagna e le ricerche della Nasa, contadini e astronauti, le certezze matematiche dei robot e le bugie degli umani (e viceversa!). Fino alla fusione delle 2 dimensioni letterali: lo spazio e il tempo. Con un risvolto della sceneggiatura che, da metà in poi, non può che far ricordare Inception
Un'evoluzione a cerchio (a spirale, verrebbe da specificare) che affascina, commuove, fa riflettere. C'è chi ha criticato i dialoghi scontati e le tematiche arci-inflazionate, e forse è così, ma a me pare che Nolan tenti di andare oltre: non ci si ferma ai qualunquissimi dilemmi cinematografici sul "destino dell'umanità" ma si sfruttano questi per dare uno sguardo più interiore, più intimista. Più individuale. Più familiare. Meno esplosioni e bombe atomiche; più silenzi e sguardi.

Tutto questo accompagnato da una travolgente carica emotiva (e qui gli anti-americanisti si metteranno a ridere, lo so) che stende al tappeto più o meno tutti e che è fortemente causata, più che dal clima apocalittico che si respira, da espedienti scenici incredibilmente efficaci. I video trasmessi dalla Terra alla navicella spaziale, per esempio, con la luce dello schermo che illumina a tratti l'oblò del veicolo e illumina soprattutto il volto madido di sudore e lacrime di Matthew McCounaghey. Il quale, a proposito, qui si merita una volta per tutte il titolo di più bravo attore in circolazione.

giovedì 30 ottobre 2014

I dolori del giovane choosy

Data: 12 dicembre 2012


I giovani italiani, secondo la Fornero, sono choosy. Schizzinosi, disprezzano il cavolo nero e non amano fare lavori duri. L'uscita (oggettivamente infelice) del quasi ex ministro alzò un polverone colossale. Premetto: io non sono rimasto offeso da quelle parole. Per tre motivi: innanzitutto perché si è trattato di una considerazione generale e non rivolta ai casi individuali; poi la Fornero non è una politica di professione e, poveretta, dopo un anno di vibrante esposizione mediatica non ha ancora capito che bisognerebbe pensare fino a 10 ogni qualvolta che si apre bocca; infine perché io non mi sento choosy.
Detto questo, le parole della Fornero mi hanno spinto a una ricerca e una riflessione quasi obbligate per chi, come me, trascorre da otto mesi la sua esistenza in cerca di lavoro. Ed ecco qual è il panorama attuale della domanda/offerta. Sui giornali di annunci, sui siti e sul Centro per l'impiego le offerte sono in preoccupante e oggettivo calo: su Piazzagrande riempiono appena due colonne, sul Centro per l'impiego Valdichiana ci sono dei periodi in cui la pagina è desolatamente vuota. Ma andiamo a spulciarle queste offerte: la stragrande maggioranza (almeno l'80%) sono offerte di lavoro per agenti di vendita, rappresentanti o promoter, lavoretti nemmeno tanto difficili per i quali i guadagni sono a provvigione e che spesso richiedono la partita Iva. Si dice spesso che dobbiamo investire su noi stessi. Verissimo. Ma per chi come me viene da una serie di esperienze mortificanti, è dura trovare ancora il coraggio di investire tempo e denaro su occupazioni velleitarie, senza alcun tipo di garanzia. Peraltro queste offerte sono spesso ingannevoli, specchietti per l'allodole che mettono nella rete i disoccupati affamati. È il caso di quelli che ti promettono di diventare "personal wellness coach" e poi in realtà devi solo vendere integratori alimentari. In pratica, per guadagnare, dovresti dire ai tuoi clienti che stanno male, che hanno bisogno di sostanze integrative, anche se invece sono sani come pesci. Choosy? No, onesti.
Ci sono poi le offerte per lavori manuali, cosiddetti usuranti, a cui gli italiani rinuncerebbero perché non vogliono sporcarsi le mani. Noi le mani ce le sporcheremmo anche, sapete, ma se ti chiedono almeno tre anni di esperienza in quel settore e tu invece, povero sfigato, hai deciso di passare l'adolescenza studiando?  Se nessuno me ne dà la possibilità, come faccio io ad avere esperienza? Fino al paradosso in termini: ti offrono il contratto di apprendista, ma ti chiedono l'esperienza. Il caso limite il mese scorso: un'azienda agricola cercava raccoglitori di olive "con comprovata esperienza pluriennale". Al colloquio, evidentemente, ti interrogavano su come usare la macchinetta. Questo è il simbolo di come il mondo del lavoro sia un mondo per vecchi: tantissime le offerte riservate ai pensionati. Ne immagino il motivo, a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si indovina. Senza parlare dei tirocini: lavorare otto ore al giorno per 500 euro lordi al mese.
No no, non c'è fine al peggio: aumentano in ogni agenzia di annunci le offerte di lavoro non retribuito. Se volessi fare volontariato andrei alla Misericordia, grazie.

Ma tu per cercare lavoro stai davanti al computer? No, l'ormai diffusissimo "curriculum tour" l'ho fatto anch'io, presentando il mio cv in tutta la provincia e non solo. Da aprile ci ho consumato più di una cartuccia d'inchiostro e Legambiente mi potrebbe citare in giudizio per essere il responsabile dell'abbattimento di quattro alberi. Risultato? Cinque colloqui cinque: uno fallito, due rimandati e due che erano offerte-ciofeca. Non ho un gran cv, lo ammetto. Però esistono anche quelle aziende che mettono a ruota l'identico annuncio per mesi e mesi: dubito che dopo la prima volta nessuno abbia risposto all'annuncio, ma vanno avanti nella loro ricerca, a caccia forse della figura professionale perfetta (magari con 10 anni di esperienza). Ma se non trovi nessuno così perfetto, perché non provi a colloquiare qualcuno che ti manda il cv da mesi e forse ha voglia di lavorare?

Altra critica: ma tu cerchi lavoro solo in Valdichiana? No, lo cerco anche altrove, ma per trovarlo sarebbe molto più facile risiedere nella zona, e chi me lo paga l'affitto?

Bene inteso: lungi da me scagliarmi contro le aziende. Loro sanno di poter contare su un'altissima domanda, devono fare i conti con la crisi, in passato si sono trovate di fronte dipendenti vagabondi, non hanno tempo da perdere nella formazione, e quindi cercano di adeguarsi applicando una selezione di ferro. Però mi piacerebbe che lo ammettessero, che smentissero la Fornero e dicessero che non siamo choosy. Abbiamo passato la gioventù a sentirci dire fino alla nausea che nella vita è fondamentale studiare e poi invece, dopo che ti sei laureato, ti dicono che a 24 anni è necessario avere alle spalle quattro anni di lavoro. Oltre che farci passare per schizzinosi, ci pigliano anche per il culo.

domenica 26 ottobre 2014

No, la camicia di jeans no, non l'avevo considerata

Nella mia maniacale e arrogante fissazione di voler analizzare la società contemporanea, con tutti i suoi risvolti sociologici e antropologici, ho sempre evitato con cura di scandagliare il mondo della Moda e quindi dell'abbigliamento e dell'immagine della persona. Perché mi son sempre reputato un grande ignorante in materia. Ammesso che riesca, di tanto in tanto, a capire la teoria, e cioè le tendenze di stile, poi però non riesco mai a metterle in pratica. Io sono uno dei pochissimi uomini italiani che si fanno ancora la barba, per esempio.



Ciò premesso e chiarito, ecco l'eptalogo degli accessori di stile degli anni 00 che hanno una storia sociologica e antropologica degna di esser rievocata. Perché mica per forza dobbiamo tornare al 1999 e al Millennium Bug per dire di essere nel passato. Il passato è molto più vicino di quanto si pensi.


1. Le infradito (maschili). Storica ciabattina minimal creata per le donne, irruppe improvvisamente nel mercato maschile italiano a metà decennio. Fino al 2004, chi si presentava in spiaggia con le infradito era gay. Dopo il 2004, era gay chi non lo faceva. Da “mai” a “mai più senza”. Accessorio talmente riuscito che entrò a far parte della tradizione. 


2. Le Superga. Mi ricordo, ai miei tempi, i nostri genitori ci compravano la tuta e le scarpe da ginnastica “per la palestra”, cioè da usare per l'ora di educazione motoria e solo per quella, perché non si poteva rischiare di sporcarle e rovinarle nel fango dei giochi pomeridiani. La tuta era in acrilico, le scarpe erano Superga. 19.000 lire al mercato. Quando qualcuno, a fine decennio scorso, decise di rilanciarle, sono arrivate a costare anche più di 60 euro (120.000 lire). Le Superga sarebbero un'idea da portare come tesi di laurea in economia: i misteri e i poteri delle leggi del mercato.


3. La camicia a strisce diagonali. Vennero poi sostituite da quelle a righe verticali, poi quelle a quadretti e infine quelle in tinta unita: ma, in ogni caso, non si poteva andare a ballare senza camicia. (O perlomeno non si poteva andare senza nelle discoteche IN, perché invece in quelle OUT succedeva l'esatto contrario: in camicia ti guardavano storto. Mirage vs Essenza, Gradisca vs Red Zone, Baia Imperiale vs Cocoricò. Oggi questa distinzione razziale dei locali notturni non esiste più, e di conseguenza anche l'abbigliamento è molto meno idealista). Nell'armadio ho ancora due camice a righe diagonali. Pace all'anima loro.


4. La camicia di jeans. A proposito di camicie e di armadi. Due anni fa circa, nel riordinare camera, decisi di far fuori tutti i vestiti che non avrei più indossato per portarli a qualche associazione che si occupa di redistribuirli a chi ne ha bisogno. Nel sacco buttai anche una camicia di jeans, che avrò messo tipo tre volte ai tempi del liceo, tanto questa ormai quando la rimetto, nessuno rimetterà mai più camicie di jeans. Non aggiungo altro.


5. Gli occhiali da sole “a moscone”. Lanciati da Vasco Rossi, che per anni non si è mai fatto vedere in giro senza, erano oggettivamente ed esteticamente il modello di occhiali più brutto della storia. Eppure, se pensiamo agli anni 00 non possiamo non citarli. Per fortuna che poi tornarono i Rayban.


6. I pantaloni “acqua-in-casa”, Arezzo Style parte 1. Ripetendo ancora che non sono un esperto in materia, credo che gli irriducibili vaschisti (nel senso che fanno le vasche per il Corso, non che sono fan di Vasco) di Arezzo abbiano un merito: quello di aver portato avanti le istanze dell'acqua-in-casa anche nell'epoca in cui nel resto d'Italia ci si era accorti che si stava bene anche coprendole, le caviglie. Ora che l'acqua-in-casa è tornata avanti nei sondaggi in tutta Italia, gli esponenti più integralisti del partito hanno festeggiato tirandosi su i pantaloni a metà polpaccio. Duri e puri.


7.La felpa Fruit of the loom, Arezzo Style parte 2. Cari nipoti, oggi voglio raccontarvi una storia misteriosa. C'era un tempo in cui, ad Arezzo, la domenica pomeriggio per il Corso accadeva un fenomeno particolarissimo: tutte le persone dai 12 ai 20 anni indossavano lo stesso modello di felpa, cambiavano solo i colori. Nessuno ha mai saputo spiegare l'origine e il significato di questo fenomeno.


BONUS TRACK. I baffi. A parte che a quelli che si fanno allungare i baffi oggi nel 2014 vorrei chiedere il significato di hipster (non lo so, no), ma poi io non capisco: abbiamo fatto due guerre mondiali, siamo passati sotto le docce naziste, abbiamo inventato Internet e l'iPhone, ci siamo evoluti, e che facciamo, riproponiamo ancora i baffi? E queste barbe lunghe, poi??? Ne vogliamo parlare? Ma nessuno pensa mai ai poveri dipendenti della Gillette?

domenica 19 ottobre 2014

La Fratticciola insegna

A un certo punto, lontano dalle ciacce col prosciutto e dal vin dolce, lontano dai carri trainati dalle bestie, lontano da tutto, realtà e fiction si sono toccate.



In chiesa, nella piccolissima chiesa della Fratticciola, un ragazzotto biondo e gioviale, tutto intonacato di nero, la cui figura artistica deve essere stata ispirata dal ben più noto Don Abbondio, era pronto a consacrare in matrimonio due ragazzotti suoi coetanei, accompagnati da un corteo di parenti noglobal, vestiti tutti colorati e contro il sistema. I testimoni con le chitarre e le camicie a fiori. Sull'altare un cameraman e alcuni fotografi.
Era, ovviamente, una scenetta recitata.

Ma a un certo punto è intervenuto il prete, quello vero, che ha dato la benedizione ai figuranti del matrimonio hippie celebrato da un altro prete, finto.

Chi c'era, dopo un attimo di sincero imbarazzo dovuto al curioso cortocircuito, ha sorriso.

Siamo stati tutti più felici, dopo.

Sacro e profano, il diavolo e l'acqua santa, segno più e segno meno della corrente, Nadir e Zenit. Roma e Lazio (più Roma che Lazio, a giudicare dalle bandiere). È stato un attimo, breve, forse insignificante. L'attimo in cui la festa della Fratticciola è diventata Autentica.

Quando l'Ideale incontra il Reale e fra i due c'è intesa, allora il Rito funziona, il Rito è autentico.

Non è più un gioco.

Non si scherza con la religione e non si scherza col fuoco (e infatti qui non ci scherzano, no, qui lo venerano con i brividi sulla schiena nel falò notturno dal fortissimo valore apotropaico).
La Fratticciola insegna. Non è detto che tutti debbano imparare, e a dire il vero Lei non ha nemmeno questa pretesa. Però Lei insegna.
 

In un recinto reale, dove – guarda caso - presenziano le istituzioni fondanti di ogni società
e ogni comunità come il Matrimonio, il Lavoro, la Famiglia, la Cucina e la Musica, la Fratticciola timidamente e con modestia riproduce la società ideale. E la mostra ai giovani, affinché non cada dell'oblio. E la vive intensamente, per un giorno. E la esorcizza, forse per sempre, dal pericolo delle malignità del mondo.



La Fratticciola, con la sua festa che è un inchino alla civiltà contadina e a tutto quello che ha significato per questa gente, insegna a evitare questo:



Che silenzio. Il ronzio sommesso del vento tra i fili. Alte piante di ambrosia lungo la strada. Fienarola e nolina. Più in là, fra le pietre degli arroyos, impronte di draghi. Le montagne di pietra grezza nell'ombra del tardo pomeriggio e verso est l'ascissa scintillante delle pianure desertiche, sotto un cielo dove cortine di pioggia si allungavano scure come fuliggine lungo tutto il quadrante. Vive in silenzio il dio che ha purgato questa terra con sale e cenere


giovedì 25 settembre 2014

Andrea Mari detto Brio

Il Consorzio per la tutela del Palio di Siena (Ctps) gestisce l'immagine del Palio nel mondo e, fra le altre mansioni, paga un regista televisivo affinché costui eviti accuratamente di mandare in onda riprese che possano urtare la sensibilità degli spettatori e mettere così a repentaglio la reputazione della Festa. È per questo motivo che non ho mai visto e mai vedrò le immagini dei contradaioli dell'Istrice che il 2 luglio 2013 si sono accaniti violentemente su un fantino caduto praticamente all'altezza del bandierino, dopo aver sbattuto col cavallo sul colonnino, stretto dal fantino vincitore.

Provenzano 2013. I soccorsi dei contradaioli della Lupa

Per fortuna che ci sono attimi di eternità, momenti di irrazionalità celeste, che sfuggono al controllo del Ctps. L'episodio infatti non sfuggì ai presenti, e a costoro non potè non sfuggire un sospiro di disgusto. Il Palio è battaglia, sì allegorica ma pur sempre una battaglia, e l'onore delle armi non può tollerare che ci si approfitti di chi è in difficoltà. L'esclamazione incredula e preoccupata del commentatore Rai (“oh no, stanno picchiando il Mari!”) mi inchiodò alla sedia. È finita la carriera di Andrea Mari detto Brio, pensai.
Destinato, o meglio pronosticato, a diventare il re della Piazza dopo il Palio del secolo del 2 luglio 2006, Mari in 7 anni non aveva mai mancato un'edizione (tranne luglio 2010 per una squalifica causata dalla ignobile nerbata sul muso del cavallo del Leco) ma aveva riscosso anche diverse scoppole, vincendo solo quando tutti gli altri 9 erano d'accordo che vincesse. Agosto 2009 Civetta con Istriceddu, agosto 2011 Giraffa con Fedora Saura. Quel coraggioso ma allo stesso tempo goffo tentativo di sorpassare Guess e Tittia al bandierino sembrava essere il capolinea della sua crescita, il limite estremo delle sue gloriose ambizioni.

La rovinosa caduta, unita alla serie di percosse umane, gli costò diverse fratture, fra cui quella del bacino, e un lungo stop che a 36 anni avrebbe potuto rovinargli il proseguio della carriera.

Questo è quanto dicono gli annali storici e i cosiddetti “addetti ai lavori”.

Poi c'è la Passione, il trasporto, le emozioni irrazionali (il 99% della popolazione ha un debole per uno sport, un'arte, una religione. Io c'ho questo debole qui, che ci posso fare?). Una passione nata 8 anni fa. Tornavo da Adro, provincia di Brescia, e mi stavo gustando un po' di meritato riposo. In tv il Palio. Nella Pantera, Choci e Mari. Nell'Aquila, Ellery e Lo Zedde. Ecco come andò.

                                     


Andrea Mari detto Brio viene catapultato nell'Olimpo. Come Nibali che vince il Tour, come la Fiorentina che batte la Juventus 4-2. Un qualcosa di straordinario, di leggendario. Un qualcosa che l'Adidas dovrebbe usare nei suoi spot dell'#impossibleisnothing.
Assunta 2011
Da lì in poi, tante ottime prestazioni in carriere molto simili: partenza un po' al rallentatore, primo San Martino con le briglie in mano, e poi rimonta eccezionale disegnando traiettorie eccezionali. Già, le traiettorie: come lui nessuno mai (anche se il confronto va fatto solo con l'epoca moderna, vista la recente restrizione ai mezzosangue e della loro sempre migliore adattabilità alla pista, e del resto gran parte del merito va all'Animale e non all'Uomo).

37 anni da compiere, più alto della media, senese nel sangue, senza tatuaggi kitsch e con un look da impiegato anni '90, Andrea Mari detto Brio da Rosia, frazione di Sovicille, è oggettivamente un po' sgraziato a cavallo. Apparve nel mio Paliotto, primi anni 2000, e venne anche deriso per la sua postura.
Assunta 2014
Non ha mai avuto fortuna nei Palii di potenza, tipo Fucecchio o Legnano, dove se non sai “mandare” ti doppiano, e un motivo ci sarà. Brio è un artista, un radical-chic, un estremo conoscitore del mezzo-cavallo, intelligente, brillante, furbo ma non troppo interessato alla politica paliesca: se nella corsa all'eredità di Bruschelli si è fatto sorpassare da Tittia è perché non ha mai saputo (e forse voluto) gestire quei particolarissimi intrecci di accordi, favori e controfavori di cui è pieno il mondo.

Brio, in quel mondo comandato da mercenari, è uno che ci mette anche il cuore. O perlomeno è quello che mi fa credere. Ed è già tanto.

16 agosto 2014. Dopo il lungo infortunio, dopo le indecorose presenze a Legnano e Fucecchio, fatte più che altro per allenarsi, dopo un Palio da lui orchestrato ma terminato malissimo e vinto in modo beffardo dal Drago che lo aveva a lungo corteggiato invano, Andrea Mari torna in Piazza a Ferragosto improvvisamente svuotato di tutte le attenzioni. Pare invecchiato di 10 anni, pare ormai avviato su quel famoso viale del tramonto.
Mari monta Occolè. Occolè va forte, fortissimo, tanto che l'anno prima era stato scartato per manifesta superiorità. Ma nessuno crede a loro due.
Ci crederanno poi. Quando sarà troppo tardi. Ci crederanno i contradaioli dell'Aquila, da lui sempre castigati negli ultimi 8 anni. Ci crederanno i contradaioli dell'Istrice che per un anno intero non hanno potuto cantare per colpa di quell'episodio iniziale.

Sarà anche opera del Fato. Sarà anche opera dei mercenari. Ma nel regno delle Passioni tutto torna al suo posto, prima o poi.

domenica 7 settembre 2014

Da Wimbledon a Siena, passando per Gubbio

Le fedi, in quanto tali, sono impossibili da spiegare a chi non ci crede. È impossibile perché, prima di tutto, neanche il Credente le saprebbe spiegare a se stesso.

Non c'è una ragione scientifica che ti fa aumentare il battito cardiaco allo scoppio del mortaretto di Siena, che ti fa venire la pelle d'oca nel vedere i figuranti di Gubbio che corrono tutti ammassati in una piazza attorno a una colonna, che ti fa scattare i brividi sulla schiena sulle immagini della Fiera di Pamplona
Che ti spinge furiosamente a visitare il tempio di Wimbledon, una volta arrivato a Londra, anche se ciò comporta perdere mezza giornata di vacanza e soprattutto se l'unica volta che hai tenuto una racchetta in mano è stato per la tua comunione (a proposito: ma perché mi fu regalata una racchetta, io che all'epoca avevo occhi solo per la bicicletta?).

Io però nel mio piccolo sono stato fortunato. Ragioni di altra natura le ho trovate, curiosamente tutte nel 2010.
  1. Le lezioni al corso di antropologia, lezioni per pochi intimi, simili più a sedute massoniche che a sessioni universitarie. In quel corso lo stimato professor Giacché mi insegnò il concetto di “rito autentico” e mi illuminò la strada. Incautamente ho perso quegli appunti, ma non ho perso la memoria del rito autentico.
  2. Non ho mai perso invece l'articolo che Gianni Clerici scrisse per Repubblica. Lo ritagliai e l'ho conservato per i posteri. Eccolo
     
    Era il 29 luglio 2010 e lui, balzando con il pensiero da Wimbledon alle corride spagnole che in quei giorni vennero vietate per legge a Barcellona, scrisse: 
    L'abolizione del rito in cui l'uomo si ritrova di fronte a quello che rappresenta, insieme, la brutalità e la morte, e riesce a sconfiggerle, con il coraggio, l' intelligenza, il dominio di sé. Quei politici hanno creduto all'opinione degli animalisti che ritengono la corrida una incivile crudeltà, ignorandone la storia e i simboli.
  3. L'intervista su Canale3 a Gianluca Mureddu, fantino sardo che ricordava con le lacrime agli occhi la sua caduta dantesca dal Paradiso all'Inferno nel giro di 88 secondi. 16 agosto 2009: al suo esordio in piazza con i colori del Leocorno, Mureddu vede vincere e soprattutto scuffiare la nemica Civetta. 

    Mureddu, da allora, non ha più corso il Palio. Dedicato a chi crede che i fantini siano luridi mercenari, e infatti lo sono, ma sono mercenari che si inchinano alla leggenda del Palio.

La voce Wikipedia sul rito è piuttosto stringata. “I riti sono strettamente connessi con la relione, il mito [omissis] e la sfera del sacro: ogni rito religioso svolge la funzione di rendere tangibile e ripetibile l'esperienza religiosa, sottraendola alla dimensione tutta privata della mistica”.
(Levatevi dalla mente di intendere il termine religione come lo si intende a scuola, altrimenti rischiamo di fraintenderci).

Che si voglia seguire la dottrina di De Martino o quella di Malinowski, o quella di chi pare a voi, in antropologia è scientificamente accertato che l'uomo, in quanto animale sociale, ha bisogno del rito come dell'acqua e del pane. Con lo spirito sempre teso verso l'Infinito, ma consapevole di non poterci arrivare (lo diceva un certo Pascal, mica il Trippi), e impaurito dalla sua piccolezza in confronto all'enormità della sua storia e della modernità da lui creata che lo potrebbe prima o poi divorare, l'uomo deve necessariamente racchiudere i suoi desideri di Infinito entro schemi e modelli definiti e controllabili. Il rito autentico gratifica e rassicura al tempo stesso, il rito autentico riassume e riproduce la Storia nel qui ed ora. Non sto parlando di cose astratte: quando l'Italia gioca ai Mondiali e tutti noi ci sentiamo partecipi di un'emozione collettiva (di cui spesso non siamo consapevoli), siamo felici se si vince o ci disperiamo se si perde, ma siamo comunque protagonisti di un rito. Peraltro l'unico rito autentico di natura sportiva nel nostro Paese.

Ma quali sono e quanti sono i riti autentici? E soprattutto quali sono le differenze fra un rito autentico e un rito, diciamo così, senza offesa, posticcio? Un rito cioè che ha solo l'estetica di un rito ma che difetta a livello ontologico, ossia manca di partecipazione, trasporto, spirito? Non lo so. O meglio, a giudicare dall'esterno, quasi tutti sembrano posticci, poi però arrivi lì a Montepulciano l'ultima domenica di agosto oppure a Passignano a fine luglio, e senti dal calore della gente, dai polpacci muscolosi dei figuranti, dagli occhi emozionati delle ragazzine, dalle bandierine in mano dei bambini, capisci che quello che per te è posticcio, per loro è maledettamente serio.
E pertanto va portato rispetto.
Come si porta rispetto a tutte le religioni di questo mondo.

Ok, non c'avete capito niente?
Bene. Vi consiglio il prossimo 16 agosto di recarvi in piazza del Campo a Siena. Ci sarà un po' di confusione, dovrete pazientare un po'. Aspettate le 19. E poi “sentite” quello che succede, durerà pochissimi minuti.

Ne riparleremo insieme, dopo.

sabato 16 agosto 2014

Don't let the National become a selfie central, please

All'Università ti insegnano che Londra è l'unica città europea che può catalogarsi come “mondiale”. Ed è vero. Ma Londra ci tiene a mostrare come si è arrivati fin qui; ci tiene ad esporre, in modo ostentato e continuo, le proprie radici storiche e culturali che sono i semi di questo frutto ricco e polposo che si è dilatato fino a diventare il punto di riferimento di un continente intero. 


Una grandiosità monumentale quasi sorprendente che paradossalmente contrasta con il classico stile di vita british, intimo e riservato. Sembra quasi che gli ingegneri e gli urbanisti abbiano lavorato nel corso del tempo (e lo stiano ancora facendo!) con l'obiettivo di preservare i simboli della cultura locale dal pericolo di essere inglobati, affossati, affogati dal caos metropolitano, e non credo sia una coincidenza che molti di questi simboli siano circondati da zone verdi. Lungimiranza, si è lavorato con lungimiranza. Eccolo il punto di forza di Londra. Lungimiranza nel capire, primi in Europa e probabilmente primi nel mondo, che può esistere e anzi DEVE esistere un equilibrio fra la celebrazione sacrosanta delle proprie origini e la globalizzazione. Come due piatti della bilancia: se pesa troppo il primo, si finisce nel provincialismo (vedi Roma); se pesa troppo il secondo, si perdono i connotati della nostra identità (vedi le metropoli asiatiche). 

A Londra invece è tutto dentro e fuori, locale e globale: un interscambio biunivoco che affascina, conquista, ammalia. Non c'ero ancora mai stato a Londra, nel 2012, quando scrissi che i Giochi olimpici rappresentavano una svolta epocale perché là l'Europa, messa in ginocchio dall'egemonia asiatica e succube del modello americano, poteva dimostrare al mondo intero che il vero cavallo vincente potrebbe essere quello europeo, se allenato correttamente. In un certo qual modo avevo intuito bene, Londra ama i cavalli e li sa allenare benissimo.
Eccone alcuni esemplari:
  1. La Tate Modern. Nella mia modesta classifica è il luogo d'arte più bello che abbia mai visto, l'esempio mondiale lampante che la Storia non è sinonimo di passato, la Storia la fa (la deve fare!) anche chi vive nel presente. Riqualificare una centrale elettrica dismessa per crearci un museo di arte contemporanea assolutamente gratuito, con spazi ariosi, moderni, brillanti e una Turbine Hall immensa che si presta a un'infinita serie di installazioni, performance, attività: questa è storia.
  2. Tooley Street. Ai margini del Tower Bridge, un quartiere nuovissimo (ancora da completare) di carattere finanziario-burocratico ma dal fascino particolare. Si veda, per esempio, il piccolo anfiteatro underground.
  3. Il complesso monumentale all'Hyde Park Corner. E in particolare il suggestivo monumento per gli australiani caduti in guerra in nome della Madre Patria.
  4. Primrose Hill. Potevano costruirci un chiosco. E invece no. Lo skyline di Londra merita un'osservazione intima e silenziosa.

La grandiosità monumentale di Londra, in ogni caso, non si nota solo nei simboli culturali. Pur nella discrezione dei residenti, e nel silenzio a volta imbarazzante della Tube, Londra resta sempre un prodotto commerciale venduto benissimo (altro paradosso di questa bellissima città) con attrazioni mondiali dello shopping, dello spettacolo, della musica e... sì, anche dello sport. Elementi dello showbiz di livello planetario che però hanno sempre una caratterizzazione ben precisa e al tempo stesso una vena di avanguardia. Mi spiego meglio: i famosi musical o le Proms sono conosciuti in tutto il mondo, ma sono stati inventati qui e solo qui rivestono questa sacralità. 

Per finire poi alle due attrazioni più pop, cioè il London Eye e Madame Tussaud's. Entrambe da qualche tempo offrono ai propri visitatori un'esperienza in più compresa nel prezzo: si tratta di due video in 4D, diversi nei contenuti ma dal messaggio identico, e cioè la celebrazione di Londra.

I pericoli di deterioramento, semmai, arrivano dall'esterno. Da chi il prodotto lo compra. In seguito all'impletamento del wifi gratuito, di recente la National Gallery ha tolto il divieto di scattare fotografie all'interno del museo perché troppo difficile, per gli steward, distinguere fra chi usa il telefono per consultare via internet le informazioni sulle opere e chi lo usa per scattare foto. Quindi per tagliare la testa al toro è concesso scattare foto, purché senza flash. Risultato: adesso la moda è farsi i selfie con i quadri. Le cosiddette perle ai porci.

Don't let the National become a selfie central, chiosava giustamente il London Evening Standard, e non occorre aggiungere altro.