domenica 7 settembre 2014

Da Wimbledon a Siena, passando per Gubbio

Le fedi, in quanto tali, sono impossibili da spiegare a chi non ci crede. È impossibile perché, prima di tutto, neanche il Credente le saprebbe spiegare a se stesso.

Non c'è una ragione scientifica che ti fa aumentare il battito cardiaco allo scoppio del mortaretto di Siena, che ti fa venire la pelle d'oca nel vedere i figuranti di Gubbio che corrono tutti ammassati in una piazza attorno a una colonna, che ti fa scattare i brividi sulla schiena sulle immagini della Fiera di Pamplona
Che ti spinge furiosamente a visitare il tempio di Wimbledon, una volta arrivato a Londra, anche se ciò comporta perdere mezza giornata di vacanza e soprattutto se l'unica volta che hai tenuto una racchetta in mano è stato per la tua comunione (a proposito: ma perché mi fu regalata una racchetta, io che all'epoca avevo occhi solo per la bicicletta?).

Io però nel mio piccolo sono stato fortunato. Ragioni di altra natura le ho trovate, curiosamente tutte nel 2010.
  1. Le lezioni al corso di antropologia, lezioni per pochi intimi, simili più a sedute massoniche che a sessioni universitarie. In quel corso lo stimato professor Giacché mi insegnò il concetto di “rito autentico” e mi illuminò la strada. Incautamente ho perso quegli appunti, ma non ho perso la memoria del rito autentico.
  2. Non ho mai perso invece l'articolo che Gianni Clerici scrisse per Repubblica. Lo ritagliai e l'ho conservato per i posteri. Eccolo
     
    Era il 29 luglio 2010 e lui, balzando con il pensiero da Wimbledon alle corride spagnole che in quei giorni vennero vietate per legge a Barcellona, scrisse: 
    L'abolizione del rito in cui l'uomo si ritrova di fronte a quello che rappresenta, insieme, la brutalità e la morte, e riesce a sconfiggerle, con il coraggio, l' intelligenza, il dominio di sé. Quei politici hanno creduto all'opinione degli animalisti che ritengono la corrida una incivile crudeltà, ignorandone la storia e i simboli.
  3. L'intervista su Canale3 a Gianluca Mureddu, fantino sardo che ricordava con le lacrime agli occhi la sua caduta dantesca dal Paradiso all'Inferno nel giro di 88 secondi. 16 agosto 2009: al suo esordio in piazza con i colori del Leocorno, Mureddu vede vincere e soprattutto scuffiare la nemica Civetta. 

    Mureddu, da allora, non ha più corso il Palio. Dedicato a chi crede che i fantini siano luridi mercenari, e infatti lo sono, ma sono mercenari che si inchinano alla leggenda del Palio.

La voce Wikipedia sul rito è piuttosto stringata. “I riti sono strettamente connessi con la relione, il mito [omissis] e la sfera del sacro: ogni rito religioso svolge la funzione di rendere tangibile e ripetibile l'esperienza religiosa, sottraendola alla dimensione tutta privata della mistica”.
(Levatevi dalla mente di intendere il termine religione come lo si intende a scuola, altrimenti rischiamo di fraintenderci).

Che si voglia seguire la dottrina di De Martino o quella di Malinowski, o quella di chi pare a voi, in antropologia è scientificamente accertato che l'uomo, in quanto animale sociale, ha bisogno del rito come dell'acqua e del pane. Con lo spirito sempre teso verso l'Infinito, ma consapevole di non poterci arrivare (lo diceva un certo Pascal, mica il Trippi), e impaurito dalla sua piccolezza in confronto all'enormità della sua storia e della modernità da lui creata che lo potrebbe prima o poi divorare, l'uomo deve necessariamente racchiudere i suoi desideri di Infinito entro schemi e modelli definiti e controllabili. Il rito autentico gratifica e rassicura al tempo stesso, il rito autentico riassume e riproduce la Storia nel qui ed ora. Non sto parlando di cose astratte: quando l'Italia gioca ai Mondiali e tutti noi ci sentiamo partecipi di un'emozione collettiva (di cui spesso non siamo consapevoli), siamo felici se si vince o ci disperiamo se si perde, ma siamo comunque protagonisti di un rito. Peraltro l'unico rito autentico di natura sportiva nel nostro Paese.

Ma quali sono e quanti sono i riti autentici? E soprattutto quali sono le differenze fra un rito autentico e un rito, diciamo così, senza offesa, posticcio? Un rito cioè che ha solo l'estetica di un rito ma che difetta a livello ontologico, ossia manca di partecipazione, trasporto, spirito? Non lo so. O meglio, a giudicare dall'esterno, quasi tutti sembrano posticci, poi però arrivi lì a Montepulciano l'ultima domenica di agosto oppure a Passignano a fine luglio, e senti dal calore della gente, dai polpacci muscolosi dei figuranti, dagli occhi emozionati delle ragazzine, dalle bandierine in mano dei bambini, capisci che quello che per te è posticcio, per loro è maledettamente serio.
E pertanto va portato rispetto.
Come si porta rispetto a tutte le religioni di questo mondo.

Ok, non c'avete capito niente?
Bene. Vi consiglio il prossimo 16 agosto di recarvi in piazza del Campo a Siena. Ci sarà un po' di confusione, dovrete pazientare un po'. Aspettate le 19. E poi “sentite” quello che succede, durerà pochissimi minuti.

Ne riparleremo insieme, dopo.

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