Sabato 3 aprile 2021
Uno-due-tre prova! Sah, sah, sah! Unoduetre... Buongiorno
cari sportivi, benvenuti a Certaldo per il settimo trofeo EdilMarmo, gara
ciclistica per la categoria Giovanissimi...
- Giulio,
ci sei?
Seduto sul piccolo frigo da
campeggio, le braccia incrociate e lo sguardo nascosto dagli enormi occhiali
con lenti verdi a specchio, Giulio fissa qualcosa in lontananza. Gli altri
corridori, i suoi avversari, sgambettano sulle proprie biciclette come
cavallette, provano il circuito e si salutano da lontano. Il fruscio delle
ruote. C'è il sole, il cielo limpido e pulito da una tramontana gelida, Giulio
alza la zip della tuta bianca della società.
- Sì, scusa, non ti ascoltavo.
- Ho notato. Dicevo, perché non vai a
scaldarti un po'?
Giulio si alza e si allaccia il casco
sotto il mento. Prende la bici appoggiata all'ammiraglia e salta in sella.
Mario, il suo allenatore, lo guarda allontanarsi.
La prima emozione che avverte è la
fluidità della bici. Bastano quattro o cinque pedalate. Giulio non ne ha mai
capito il motivo, ma il giorno della gara la sua bici è più fluida.
Probabilmente è la naturale conseguenza dell'accurata pulizia della vigilia –
il telaio levigato da fango e moscerini; la catena oliata; le gomme gonfiate al
massimo per ridurre l'attrito; i raggi affilati come i coltelli di quella
pubblicità del cuoco americano - , ma
non è solo questo, Giulio lo sa. Nel giorno della gara la bici è al tempo
stesso la sua arma e la sua alleata, e lei non può restare estranea al sangue
della battaglia. Pare animarsi, sotto il suo peso. Pare prender vita. Era un
anno e mezzo che Giulio non sentiva prender vita la propria Specialized, si
alza sui pedali e gli esplode il petto.
La seconda emozione è l'aria gelida
sulle ginocchia. Giulio si guarda il ginocchio nudo, bianco pallido e con i
peli spauriti metà biondi e metà bruni, e si guarda il pantaloncino nuovo, nero
e giallo. La riga perfetta, dritta e simmetrica, che disegna l'elastico sulla
coscia. La calzamaglia non mi manca, pensa Giulio, mentre in direzione opposta
passano Banelli e Marzotti della Polisportiva Del Tongo. Banelli è un gigante,
un gigante buono, cresciuto venti centimetri da ottobre 2019 ad oggi. Marzotti
non spicca in altezza ma ha sviluppato due quadricipiti da far invidia agli
Under 23.
- Opplà, Traversi! allora dicci la verità, quanti rulli hai fuso
durante questa quarantena? - alza la voce Banelli, che non nasconde due
simpatici baffi.
- Non vorrei deluderti ma... Nessuno!
Ne ho solo uno, praticamente nuovo, mai utilizzato...
- E chi ci crede? - Interviene
Marzotti, mentre Giulio fa inversione e si accoda ai due. Gli son sempre
piaciuti i pantaloncini rossi fiammanti della Del Tongo alla prima gara della
stagione. Oggi il ciclismo sembra quasi uno sport figo, pantaloni color
fuoco, magliette attillate e biciclette luccicanti, ma Giulio sa che non esiste
persona al mondo che potesse pensare la stessa cosa se lo avessero visto
durante il lockdown grondare di sudore sopra il manubrio di una bici statica,
ruotando freneticamente le gambe per andare in nessun dove, patendo fatiche
virtuali in vista di gare inesistenti. Tre volte li aveva utilizzati, quei
maledetti rulli, prima di farsi venire la nausea. Invece dovresti crederci, caro
Marzotti...
- … Anzi, lo voglio vendere,
conoscete qualcuno a cui potrebbe interessare?
Banelli si volta con un sorriso
d'intesa verso Marzotti e scuote lentamente la testa.
- E voi, invece, quanti chilometri
avete macinato? - chiede Giulio.
- Sui campi di Fifa... tanti! -
esclama Banelli, quasi urlando. In estate non mi sono allenato per quasi tre
mesi. Non mi andava. Ancora non sono in forma ma che mi frega. C'è tutta la
stagione davanti.
Per noi invece c'è tutta la stagione
per collezionare sonore sconfitte, pensa Giulio, che non crede neanche a una
parola del rivale. Sente l'inconfondibile stretta al costato che, nel
vocabolario dei sentimenti dello sportivo, si traduce in paura di perdere. Non
ha parole per ribattere. Ha sempre sofferto la prestanza e la caratura del
ragazzone coi baffi precoci, fin da quando erano piccolissimi, ma pensava di
aver superato il complesso. Ad aprile dello scorso anno, dopo l'addio ai rulli,
aveva preso ad allenarsi sugli infiniti viali dell'area dismessa dell'ex
zuccherificio. In certi pomeriggi, con la luce abbacinante che si rifrangeva
all'orizzonte e i papaveri smunti che spuntavano dalle crepe dell'asfalto, a
Giulio pareva di percorrere una di quelle strade che si vedono nei film
americani. “Vado in Tennessee” diceva a sua mamma, benché non avesse idea del
paesaggio tipico del Tennessee, ma gli piaceva come suonava il nome. Uno di
quei pomeriggi lo affiancò una pattuglia della Polizia Municipale. “Sai che è
vietato andare in bici? Dove abiti? Dovresti tornare subito a casa”. In quel
momento il fantasma di Banelli gli picchiettava sulla spalla, beffardo, e
Giulio sentì per la prima volta in vita sua la sensazione di vuoto sotto i
piedi. Il giorno dopo sua mamma si presentò all'ufficio della Polizia e chiese
una deroga straordinaria. “E' lo zuccherificio e non passa mai un'anima viva,
se si esclude quella di qualche lupo”. Il permesso per allenarsi venne
accordato. E allora Giulio si era immaginato Banelli seduto sul divano
impegnato con Play Station ed Estathè, magari aspettando una pizza ordinata
online, e più ci pensava più spingeva forte, avanti e indietro per un numero
imprecisato di volte, e ogni volta uno sprint con traguardo al cancello del
parcheggio dei tir, covo di rifiuti e carcasse di animali selvatici ed erbacce infestanti,
e non vedeva l'ora di riattaccare il numero sulla schiena.
E pazienza se non abbiamo Just Eat,
quaggiù nel Tennessee.
- A dopo Traversi, ci vediamo alla
partenza.
Non ha ancora sommato più di dieci
parole da quando è arrivato a Certaldo, Giulio, che si sistema scarpette, casco
e guanti e si avvia al raduno di partenza insieme ai compagni.
- Vedo bene Cellai oggi, tenetelo
d'occhio.
- No no no, Banelli ci mangia tutti.
Avete visto che gamba!
- Io parto a tutta e vediamo come va,
punto sull'effetto sorpresa. Voi copritemi le spalle.
- Hai giocato troppo a Fortnite,
dammi retta.
Giulio ascolta ma non apre bocca.
Prende la borraccia e beve un piccolo sorso. Poi si sistema in griglia. Prima
dell'era Covid la griglia di partenza, per distanziare i corridori su modello
della Moto Gp, era utilizzata solo dalla categoria dei sette anni.
Il giudice fischia il via, fra gli
schiamazzi dei genitori. Dai dai, forza forza, daiii! Bastano pochi
metri per riprendere confidenza con il gruppo, un gruppo di tredicenni che si
sono lasciati bambini e si sono ritrovati dopo un anno e mezzo con biciclette e
pensieri da adulti. Nel secondo giro iniziano le schermaglie, scatta Dedisti,
una volta, due volte e ancora, il ritmo si alza, nelle vene entra in circolo
l'adrenalina. Giulio segue a fatica. Ha le gambe dure, due pezzi di legno. E il
cuore in gola, quell'accelerazione di
potenza applicata sulla strada che nessun allenamento del mondo, nessun rullo,
nessun tutorial può farti mai provare. Sulla destra Cellai tenta la fuga,
Giulio stringe i denti, e stringe più forte il manubrio tanto da far arrossare
le nocche delle dita e poi si alza sui pedali raggiungendo in cinquanta metri
una velocità mai toccata nel corso delle centinaia di sprint allo
zuccherificio.
Poi scatta lui, senza neanche
pensarci, un allungo secco e improvviso sulla sinistra. Si mette testa bassa e
spinge alla morte. Il cigolio armonioso della catena, la tensione dei nervi
delle braccia. Il collo rigido. Il vento gelido che entra dai lati degli
occhiali e solletica le sopracciglia.
La perfezione cinetica della trance
agonistica.
Dura neanche un chilometro, è un
attimo, è niente. Ma è tutto.
Dietro Marzotti si fa in quattro per
inseguirlo. Giulio viene inghiottito dal gruppo. Riprende fiato e si fa sfilare
placidamente. Sorride. Banelli lo affianca sulla sinistra e gli rivolge un
repentino sguardo accigliato, ma Giulio non se ne avvede.
Guarda avanti a sé, e sorride.