domenica 4 ottobre 2020

Gregorio e Magrini, salvateci dalla retorica del ciclismo!

Ogni vittoria è un'impresa (e, se c'è l'uomo solo al comando, è impresa “d'altri tempi”, anche se ha fatto una fuga di 700 metri). Ogni salita è la salita più dura del mondo. Ogni strappo è micidiale. Ogni corridore è sempre incensato: il campione perché vince, il gregario perché si sacrifica come un martire cristiano. Chi è stato al vento “ha speso tanto” e l'importante è stare davanti. Le tappe sono tutte bellissime e le volate tutte pericolosissime. E' tutto così meravigliosamente -issimo.
 
Il ciclismo è cambiato tanto (anzi, tantissimo!) negli ultimi 10-15 anni. C'è un deciso e oggettivo livellamento in gruppo, si gioca spesso sul filo dei secondi e le corse si risolvono in “azioni-lampo” dove fa la differenza chi ha doti di forza esplosiva, magari anche breve o brevissima, il che non è meglio o peggio rispetto a un tempo. Ma, soprattutto,è cambiato il modo di raccontarlo, il ciclismo. Il linguaggio delle due ruote si è costruito una retorica tutta propria, veicolata e orchestrata da Mamma Rai, che persiste in questa politica comunicativa per mano della triade Bulbarelli, Fabbretti e De Stefano e oggi rappresentata da un esercito di opinionisti, chiamati a indorare la pillola di frasi fatte e luoghi comuni durante le lunghissime ore di diretta che, sappiamo bene, rispondono principalmente ad esigenze pubblicitarie.
 
Come succede per altri sport, in primis il calcio o la Formula 1, è opinione comune che le telecronache Rai perdano spesso il confronto con Sky o altri canali specializzati, e probabilmente ciò si spiega con il fatto che la tv generalista, per sua stessa natura, deve parlare a tutto il pubblico e deve utilizzare un linguaggio semplice. Ma sul ciclismo c'è dell'altro. C'è l'amara sensazione che ci si parli parecchio addosso, e che ci si senta quasi giustificati nel farlo, attorno ai concetti del ciclismo come sport sano, popolare ed eroico, come modello di ecologismo, sostenibilità, estetica del paesaggio, lezione di vita e tante altre cosine belline. Più che telecronache sembrano lunghi marchettoni al movimento intero, un bisogno di promozione e protezione del prodotto che pare del tutto spontaneo, “normale”, e che probabilmente parte da lontano, parte dagli anni di piombo in cui la credibilità era calata ai minimi storici. La voglia di riscatto non è ancora esaurita. Peccato che ci sia una corsa da raccontare, nel frattempo. 
 
A partire dalla snervante moda di dover annunciare i corridori, sempre e in ogni contesto, con nome e cognome (ma chi l'ha inventata questa pagliacciata?), le telecronache di Pancani, De Luca, Ballan, Bettini, Bugno, Francio e Ciccio sono talmente didascaliche, retoriche e chiuse in se stesse da risultare non solo stucchevoli ma talvolta addirittura aliene all'attualità, con errori più o meno perdonabili sulla lettura della gara e ritardi di narrazione - anche da parte di un professionista impeccabile come Pancani che quando raccontava il volley era secondo me il secondo miglior telecronista della tv di Stato, dopo Bragagna.
 
La retorica del ciclismo, evidentemente, piace. Altrimenti non se ne spiegherebbe il successo e la divulgazione così fertile, e potrei persino concordare con paron Bulbarelli – che ho il sospetto essere l'inventore di tutto ciò – che tale politica possa essere davvero d'aiuto per tutto il movimento, se non fosse che...
...Se non fosse che, invece, su Eurosport, una squadra formata da due soli commentatori porti avanti un linguaggio che si pone in palese ma credo mai dichiarata antitesi. Luca Gregorio e Riccardo Magrini. Un linguaggio brillante, veloce, moderno, intelligente nei tempi e nei cambi di ritmo, ricco di annotazioni mai banali che vanno dalla tecnica all'aneddotica privata del corridore, senza peli sulla lingua e magari con qualche errorino formale (mi riferisco a Magrini) che fa sembrare tutto più umano e "fraterno". Insomma un Bar Sport che riesce a conservare la leggerezza senza scadere nel ridicolo. Due sole voci che tengono botta allo squadrone-musone schierato dalla Rai. Due voci che forse rendono il ciclismo meno eroico, meno epico e meno filosofico. Ma che probabilmente lo rendono più simpatico agli occhi della gente.


martedì 18 agosto 2020

Un Manuale italiano delle Gite Fuori Porta, ecco cosa ci manca

Sono stato a Civita di Bagnoregio nel 2010, esattamente dieci anni fa, in altissima stagione. Fermai la macchina in un piccolo parcheggio (semivuoto) all'ingresso del paese, pagando 1 euro al volontario con il giubbetto catarifrangente, lì appostato in rappresentanza del Comune o della Proloco, non saprei. Ci sono tornato nel gennaio 2013. La città che muore era all'epoca uno slogan azzeccatissimo perché effettivamente di cose vive ce n'erano ben poche. A Linea Verde, tempo fa, fu detto che dal 2013 ad oggi Civita ha incrementato del 400% le visite giornaliere, arrivando a un picco di 10mila persone al giorno che pagano lautamente prima il parcheggio (2€/ora) e poi il ticket per la visita (5€).


Il fenomeno Rasiglia, esploso circa quattro anni fa, pare essersi un po' sgonfiato.

Non ho dati né testimonianze dell'ultima ora, ma credo che in questi giorni di vacanza l'unica strada che porta al paesino sia comunque sempre intasata da macchine, camper e paninari vari. I residenti, gli stessi che – perlomeno a quanto si legge in alcuni siti specializzati – si erano impegnati per mezzo di un'attivissima Proloco a promuovere questi canaletti d'acqua corrente che scorrono lungo i vicoli del borgo, adesso chiedono sostegno alle istituzioni per regolamentare il caos. E come lo ordini il disordine?


Il Lago di Braies, per il quale le autorità hanno imposto da alcuni anni una sorta di prenotazione obbligatoria con accesso contingentato al grande parcheggio che era stato a sua volta realizzato proprio per rimediare all'assedio di visitatori, è probabilmente il più grande paradosso del turismo moderno italiano. Talmente ricercato, frequentato, inflazionato, rumoreggiato, che fa il giro “inverso”: invece di valorizzare i fondamenti dell'identità paesaggistica e culturale che conserva, quella del Patrimonio Unesco delle Dolomiti, sembra quasi che li tradisca. Suo malgrado, conviene specificare. 

 


È curioso che un argomento di portata così vasta, direi nazional-popolare, sia sempre passato quasi in silenzio sui media, sui social, nella politica. Il tema delle Gite Fuori Porta e del loro sviluppo 2.0. Siamo sempre andati a fare le scampagnate, lo so: una volta si andava a San Marino o alle Grotte di Frasassi (il cui biglietto, oggi, costa 18€); oggi si scopre che esiste un Patrimonio Unesco ad appena 40 minuti di macchina (Valdorcia) e preferiamo Volterra a San Gimignano solo perché a Volterra ci sono quei grandi cerchi rossi così instagrammabili.

È difficile valutare in quali misure abbiano influito Tripadvisor e Instagram, ma sicuramente hanno influito, nel processo per certi versi improvviso e non controllabile di Consumismo del Luogo, per il quale borghi caratteristichi, luoghi d'arte e siti naturalistici devono piegarsi alle logiche della fruizione di massa se vogliono continuare a sopravvivere. Compromesso inesorabile e doloroso. Perché i posti belli cessano di esserlo non appena diventano anche popolari? Come è possibile tutelarli, se non è possibile valorizzarli? Non ho le risposte e non pretendo che nessuno – amministratori pubblici o privati – le debba avere. Ma credo che sarebbe sufficiente parlarne, e torno a quanto scrivevo qualche riga sopra.


Se le voci da bar, le mode estemporanee, la noia della domenica pomeriggio senza Serie A, le recensioni su TA scritte col telefono mentre si guida, le foto filtratissime di IG (nelle cui gerarchie, peraltro, spiccano sempre le immagini dei culi al vento, e questo già dovrebbe far suonare un campanello d'allarme all'utente con più di due neuroni in testa...) – se tutto ciò confonde e mistifica le informazioni di un determinato Luogo, perché non incentivare una conoscenza più pulita, coerente e onesta? Perché Linea Verde quando parla dell'assedio dei turisti a Civita non menziona il fatto che il paesello è indecorosamente deturpato da decine di ristoranti (nel 2013 ce n'era uno!)? Perché arrivi a Premilcuore (incantevole locus amoenus nel Casentino forlivese), violentato da rifiuti e altre robe oscene, e l'unico ausilio informativo per te forestiero è un foglio A4 scritto in un italiano un po' affrettato e attaccato con l'adesivo a un palo della luce?


mercoledì 22 luglio 2020

E pazienza se non abbiamo Just Eat, quaggiù nel Tennessee


Sabato 3 aprile 2021


Uno-due-tre prova! Sah, sah, sah! Unoduetre... Buongiorno cari sportivi, benvenuti a Certaldo per il settimo trofeo EdilMarmo, gara ciclistica per la categoria Giovanissimi...

- Giulio, ci sei?
Seduto sul piccolo frigo da campeggio, le braccia incrociate e lo sguardo nascosto dagli enormi occhiali con lenti verdi a specchio, Giulio fissa qualcosa in lontananza. Gli altri corridori, i suoi avversari, sgambettano sulle proprie biciclette come cavallette, provano il circuito e si salutano da lontano. Il fruscio delle ruote. C'è il sole, il cielo limpido e pulito da una tramontana gelida, Giulio alza la zip della tuta bianca della società.
- Sì, scusa, non ti ascoltavo.
- Ho notato. Dicevo, perché non vai a scaldarti un po'?
Giulio si alza e si allaccia il casco sotto il mento. Prende la bici appoggiata all'ammiraglia e salta in sella. Mario, il suo allenatore, lo guarda allontanarsi.
La prima emozione che avverte è la fluidità della bici. Bastano quattro o cinque pedalate. Giulio non ne ha mai capito il motivo, ma il giorno della gara la sua bici è più fluida. Probabilmente è la naturale conseguenza dell'accurata pulizia della vigilia – il telaio levigato da fango e moscerini; la catena oliata; le gomme gonfiate al massimo per ridurre l'attrito; i raggi affilati come i coltelli di quella pubblicità del cuoco americano  - , ma non è solo questo, Giulio lo sa. Nel giorno della gara la bici è al tempo stesso la sua arma e la sua alleata, e lei non può restare estranea al sangue della battaglia. Pare animarsi, sotto il suo peso. Pare prender vita. Era un anno e mezzo che Giulio non sentiva prender vita la propria Specialized, si alza sui pedali e gli esplode il petto.
La seconda emozione è l'aria gelida sulle ginocchia. Giulio si guarda il ginocchio nudo, bianco pallido e con i peli spauriti metà biondi e metà bruni, e si guarda il pantaloncino nuovo, nero e giallo. La riga perfetta, dritta e simmetrica, che disegna l'elastico sulla coscia. La calzamaglia non mi manca, pensa Giulio, mentre in direzione opposta passano Banelli e Marzotti della Polisportiva Del Tongo. Banelli è un gigante, un gigante buono, cresciuto venti centimetri da ottobre 2019 ad oggi. Marzotti non spicca in altezza ma ha sviluppato due quadricipiti da far invidia agli Under 23.
- Opplà, Traversi!  allora dicci la verità, quanti rulli hai fuso durante questa quarantena? - alza la voce Banelli, che non nasconde due simpatici baffi.
- Non vorrei deluderti ma... Nessuno! Ne ho solo uno, praticamente nuovo, mai utilizzato...
- E chi ci crede? - Interviene Marzotti, mentre Giulio fa inversione e si accoda ai due. Gli son sempre piaciuti i pantaloncini rossi fiammanti della Del Tongo alla prima gara della stagione. Oggi il ciclismo sembra quasi uno sport figo, pantaloni color fuoco, magliette attillate e biciclette luccicanti, ma Giulio sa che non esiste persona al mondo che potesse pensare la stessa cosa se lo avessero visto durante il lockdown grondare di sudore sopra il manubrio di una bici statica, ruotando freneticamente le gambe per andare in nessun dove, patendo fatiche virtuali in vista di gare inesistenti. Tre volte li aveva utilizzati, quei maledetti rulli, prima di farsi venire la nausea. Invece dovresti crederci, caro Marzotti...
- … Anzi, lo voglio vendere, conoscete qualcuno a cui potrebbe interessare?
Banelli si volta con un sorriso d'intesa verso Marzotti e scuote lentamente la testa.
- E voi, invece, quanti chilometri avete macinato? - chiede Giulio.
- Sui campi di Fifa... tanti! - esclama Banelli, quasi urlando. In estate non mi sono allenato per quasi tre mesi. Non mi andava. Ancora non sono in forma ma che mi frega. C'è tutta la stagione davanti.
Per noi invece c'è tutta la stagione per collezionare sonore sconfitte, pensa Giulio, che non crede neanche a una parola del rivale. Sente l'inconfondibile stretta al costato che, nel vocabolario dei sentimenti dello sportivo, si traduce in paura di perdere. Non ha parole per ribattere. Ha sempre sofferto la prestanza e la caratura del ragazzone coi baffi precoci, fin da quando erano piccolissimi, ma pensava di aver superato il complesso. Ad aprile dello scorso anno, dopo l'addio ai rulli, aveva preso ad allenarsi sugli infiniti viali dell'area dismessa dell'ex zuccherificio. In certi pomeriggi, con la luce abbacinante che si rifrangeva all'orizzonte e i papaveri smunti che spuntavano dalle crepe dell'asfalto, a Giulio pareva di percorrere una di quelle strade che si vedono nei film americani. “Vado in Tennessee” diceva a sua mamma, benché non avesse idea del paesaggio tipico del Tennessee, ma gli piaceva come suonava il nome. Uno di quei pomeriggi lo affiancò una pattuglia della Polizia Municipale. “Sai che è vietato andare in bici? Dove abiti? Dovresti tornare subito a casa”. In quel momento il fantasma di Banelli gli picchiettava sulla spalla, beffardo, e Giulio sentì per la prima volta in vita sua la sensazione di vuoto sotto i piedi. Il giorno dopo sua mamma si presentò all'ufficio della Polizia e chiese una deroga straordinaria. “E' lo zuccherificio e non passa mai un'anima viva, se si esclude quella di qualche lupo”. Il permesso per allenarsi venne accordato. E allora Giulio si era immaginato Banelli seduto sul divano impegnato con Play Station ed Estathè, magari aspettando una pizza ordinata online, e più ci pensava più spingeva forte, avanti e indietro per un numero imprecisato di volte, e ogni volta uno sprint con traguardo al cancello del parcheggio dei tir, covo di rifiuti e carcasse di animali selvatici ed erbacce infestanti, e non vedeva l'ora di riattaccare il numero sulla schiena.
E pazienza se non abbiamo Just Eat, quaggiù nel Tennessee.
- A dopo Traversi, ci vediamo alla partenza.

Non ha ancora sommato più di dieci parole da quando è arrivato a Certaldo, Giulio, che si sistema scarpette, casco e guanti e si avvia al raduno di partenza insieme ai compagni.
- Vedo bene Cellai oggi, tenetelo d'occhio.
- No no no, Banelli ci mangia tutti. Avete visto che gamba!
- Io parto a tutta e vediamo come va, punto sull'effetto sorpresa. Voi copritemi le spalle.
- Hai giocato troppo a Fortnite, dammi retta.
Giulio ascolta ma non apre bocca. Prende la borraccia e beve un piccolo sorso. Poi si sistema in griglia. Prima dell'era Covid la griglia di partenza, per distanziare i corridori su modello della Moto Gp, era utilizzata solo dalla categoria dei sette anni.
Il giudice fischia il via, fra gli schiamazzi dei genitori. Dai dai, forza forza, daiii! Bastano pochi metri per riprendere confidenza con il gruppo, un gruppo di tredicenni che si sono lasciati bambini e si sono ritrovati dopo un anno e mezzo con biciclette e pensieri da adulti. Nel secondo giro iniziano le schermaglie, scatta Dedisti, una volta, due volte e ancora, il ritmo si alza, nelle vene entra in circolo l'adrenalina. Giulio segue a fatica. Ha le gambe dure, due pezzi di legno. E il cuore in gola,  quell'accelerazione di potenza applicata sulla strada che nessun allenamento del mondo, nessun rullo, nessun tutorial può farti mai provare. Sulla destra Cellai tenta la fuga, Giulio stringe i denti, e stringe più forte il manubrio tanto da far arrossare le nocche delle dita e poi si alza sui pedali raggiungendo in cinquanta metri una velocità mai toccata nel corso delle centinaia di sprint allo zuccherificio.
Poi scatta lui, senza neanche pensarci, un allungo secco e improvviso sulla sinistra. Si mette testa bassa e spinge alla morte. Il cigolio armonioso della catena, la tensione dei nervi delle braccia. Il collo rigido. Il vento gelido che entra dai lati degli occhiali e solletica le sopracciglia.
La perfezione cinetica della trance agonistica.
Dura neanche un chilometro, è un attimo, è niente. Ma è tutto.
Dietro Marzotti si fa in quattro per inseguirlo. Giulio viene inghiottito dal gruppo. Riprende fiato e si fa sfilare placidamente. Sorride. Banelli lo affianca sulla sinistra e gli rivolge un repentino sguardo accigliato, ma Giulio non se ne avvede.
Guarda avanti a sé, e sorride.

martedì 21 aprile 2020

Che differenza c'è fra una mezza maratona e un Negroni?

L'ultima volta che ho corso su strade “lontano” da dove abito era inizio marzo, il giorno successivo al decreto del “tutti-a-casa” il più memorabile di tutti gli interventi di Conte. Ho girato alla zona industriale facendo i 2000, prima e (probabilmente?) volta in vita mia, peraltro registrando parziali che (probabilmente!) rimpiangerò per sempre. Dev'essere il destino, pensai, dev'essere il destino che ti fa andare forte quando non conta, oppure è la doverosa punizione della dea Olimpia verso chi fa sport non-responsabilmente. Quella sera non c'era un'anima, per le strade grigie e asettiche della periferia castiglionese.



Nel maggio 2008 piovve 19 giorni di fila. Così è, se vi pare. Poco o tanto, brevi temporali o pioggerellina plumbea autunnale, ma per 19 giorni consecutivi non mollò il colpo. Eravamo in ritiro a Terranuova e, se così non vi pare io non ci posso far niente ma vi giuro che è vero, in quel periodo mi svegliavo di soprassalto, di notte, con il terrore di sentire le gocce sul tetto. E, spesso, il terrore era reale. Avevamo i rulli nel garage che fungeva anche da sede e da officina, eppure li evitavamo come la peste. Un giorno di quelli beccai il temporale sul Faeto mentre facevo Sfr, ero tipo alla terza ripetuta, mi ricordo come fosse ora i quadricipiti duri come il marmo sui quali scorrevano le goccioline, zigzagando veloci fra i bulbi turgidi della pelle d'oca. Tornai subito in ritiro, il Polar segnò a malapena 37 chilometri.



Ho continuato a correre, a casa. Dentro il posticcio e direi burocratico raggio dei 200 metri, ma talvolta anche fuori, seppur di poco, seppur su mulattiere e sentieri campestri. Sono pienamente consapevole che il “buon senso” non rappresenti né un alibi né un'attenuante, e del resto non ha alcun senso fornire delle giustificazioni. Semplicemente ho fatto due conti: un tapis roulant mi sarebbe costato più di cento gin tonic (facciamo 200, se consideriamo i gin tonic casalinghi quarantena style). Non c'è ridere né scandalizzarsi, la dea Olimpia lo sa: spero di non banalizzare troppo da dover irritare i santoni della preparazione atletica, ma in fondo in fondo la corsa e il gin sono solo forme diverse dello stesso processo che avviene nella nostra buffa testolina. Il rilascio di endorfine.



Nel febbraio 2005 nevicò. Al quarto giorno senza bici, ormai rassegnato ad attendere anche il quinto in preda a una crisi di nervi incalcolabile, feci un giro ad Arezzo con i miei genitori. Obi e Ipercoop, che lusso. A metà pomeriggio, mentre tornavamo, all'Olmo spuntò un pallido sole decadente. Mi si illuminarono gli occhi. Non c'era bisogno di fare calcoli con l'orologio, ero già all'epoca super allenato nel sapere quante ore di luce restassero prima del tramonto, e decisi che 50 minuti di allenamento sarebbero stati più che sufficienti. Nella fretta però mi vestii a cazzo, il tempo-a-neve delle ultime 96 ore aveva ghiacciato le correnti d'aria, e faceva talmente freddo che dopo 15 chilometri alzai bandiera bianca. Indecorosamente.



Correre per stare meglio. Correre per essere felici. Correre per dimagrire. Correre per mangiare di più. Per superare i colleghi di lavoro, per gonfiare il petto sui social, per sconfiggere i demoni interiori. Alzare le ginocchia, elevarsi da terra, saltare verso il cielo. Sembra di volare, per un attimo infinito. Ma è solo un fottuto equivoco. Un dannatissimo palliativo, sì, ma un palliativo di cui abbiamo bisogno. C'è tutto e niente, come è nella natura beffarda e paradossale di qualsiasi palliativo, in questa stupida corsa “per-nessun-dove” ai laghetti dello zuccherificio o nelle stradine del Giuncheto, mai così affollate dai tempi in cui i miei antenati ci “mangiarono” il vescovo.



Tirli, provincia di Grosseto, agosto 2009. In preda a una crisi di tosse, al termine della leggera salitella che porta al paesino maremmano, fermo la bici sulla sinistra all'ombra di un albero. Più avanti quattro vecchietti giocano a carte al tavolo di un circolino Arci. Tossisco secco e sudo freddo. La mia “carriera” agonistica finisce lì. Colpito e affondato dalla suina (citazione non casuale).



Siamo partiti deridendo il cinese che a inizio febbraio si era sciroppato una maratona in camera da letto e siamo arrivati con estrema nonchalance, e assolutamente in versione all the world, alle corse sulle scale; all'everesting fra piano terra e piano notte; all'ironman in giardino.

Nel mezzo il dramma umano di una categoria, professionisti amatori e ragazzini, che è costretta a tutto pur di ingoiare la propria pastiglia benedetta, snaturando il concetto stesso di sport, preso a calci, storpiato, deturpato. Sui rulli come sopra un tappeto, che scorre all'indietro e cazzo il fatto che scorra proprio all'indietro dovrebbe spiegare tutto!, il “correre per nessun-dove” durante la quarantena sale di livello, dal senso metaforico a quello letterale. 

In un mare di sudore e tossine che impregnano gli ambienti di casa (con viva pace delle condizioni igieniche, eh), il muoversi da fermo violenta le sensazioni visive, uditive, olfattive del nostro cervello, che normalmente con il moto all'aria aperta gode della reazione della natura al passaggio dell'uomo, e viceversa.

Il muoversi da fermo deprime le nostre aspirazioni ancestrali, negando il principio di libertà inteso come libertà di movimento.

Il muoversi da fermo è tutto ciò che odiavamo da bambini.


E allora chi ce lo fa fare, e allora perché insistere, e allora perché non metabolizzare i valori mentali e le capacità fisiche maturati con l'allenamento sportivo, perché non far vedere agli amici del divano cosa abbiamo imparato correndo d'inverno, al buio, sotto la pioggia?

Perché qualcosa dovremmo aver pur imparato, vero?, e sennò che differenza ci sarebbe fra una mezza maratona e un Negroni?

domenica 5 aprile 2020

L'ambizione epica e il coraggio storico di The Crown

In uno dei primi episodi della terza stagione di The Crown, il vulcanico Filippo, marito della regina Elisabetta, fa realizzare un documentario televisivo sulla Famiglia Reale con l'intenzione di mostrare a tutto il popolo inglese la routine quotidiana di Palazzo e avvicinare così la gente comune alla vita dei Windsor, in un periodo storico di crescente disaffezione. 
“Il popolo vi ha visto come delle persone normali, her majesty” dice non-ricordi-chi a Elisabetta II dopo la messa in onda, “ma è proprio questo il punto: la gente NON vuole vedervi normali. Il popolo ha bisogno di sentirvi diversi, di un altro livello”. Ha bisogno di avvertire l'affascinante e misterioso alone di sacralità che vi circonda. E' il senso dell'istituzione, è la fede in chi questa istituzione non solo la rappresenta ma la incarna, in pelle, ossa e spirito.
Senza neanche pensarci un secondo in più, la regina fa distruggere la registrazione.

Questo siparietto, simpatico e metacinematografico, è probabilmente il più significativo di tutta la serie, la chiave di volta che scardina i meccanismi ben oliati di una delle produzioni Netflix in assoluto più riuscite (insieme a Narcos e Stranger things) che si basa sulla ricostruzione coraggiosa e ambiziosa della storia del regno di Elisabetta II. Per tornare all'episodio di prima, sarei curioso di sapere come Lei abbia reagito oggi, 50 anni dopo, all'uscita di The Crown: non ho approfondito la cosa, pare che si sia espressa molto banalmente con il suo famigerato “silenzio assenso” (su cui furbescamente gli autori insistono molto anche nella finzione della serie...), eppure la sceneggiatura entra nel cuore della Famiglia Reale, scava con martello e scalpello nel profondo dei suoi personaggi, sia nel bene che nel male, con tono ora drammatico, ora da soap opera e ora comedy – si vedano gli imprevedibili e apprezzati momenti fra il comico e il sarcastico, come le freddure di Filippo o l'elegante irriverenza di Anna. 

Ne viene fuori in quadro tratteggiato “a tutto tondo”, disegnato in una grande tavolozza di diverse prospettive, dalle quali emerge in 3D il dramma umano di chi è vittima del proprio personaggio, di chi deve annullare la propria individualità in nome dell'identità del proprio ruolo. Un ruolo che implica il dovere ancestrale di inchinare la propria testa al cospetto dell'Istituzione. Un ruolo che non è solo pubblico, ma è culturale, societario, antropologico, storico. Il che, vogliate scusarmi se sento il bisogno di specificarlo, pone questo tipo di personaggi su un livello ben diverso dagli attori, dalle modelle o dai calciatori. Benché riempiano tutti le stesse pagine dei giornali di gossip. L'argomento non solo è predominante ma è a tratti totalizzante, tanto da ambire a presentarsi al pubblico inglese e mondiale con intento pedagogico o, per certi versi, addirittura epico. In questo senso sono memorabili alcuni monologhi e dialoghi, per i quali non ho alcuna notizia su quanto siano più o meno attinenti alla realtà.

Da Filippo che si vede annientare le sue aspirazioni perché “il tuo lavoro è Lei”, riferito alla regina ovviamente; ad Elisabetta stessa secondo cui “la miglior strategia è sempre quella di chiudere un occhio”; alla regina madre che, con totale nonchalance, dichiara più volte che il compito dei Reali è “quello di non fare e dire niente pubblicamente, anche il minimo cenno o gesto sarebbe già una presa di posizione, e i Reali non possono permetterselo. Non fare niente è l'unica cosa da fare, ed è anche la più difficile di tutte”.

La serie, diretta da svariati nomi che mantengono sempre un livello di regia pulito e senza voli pindarici, ha anche il grande merito di affidarsi ad attori oltre che bravissimi anche incredibilmente assomiglianti agli originali, sia nei gesti (encomiabile lo studio sulle espressioni facciali di Elisabetta, che ne evidenziano la proverbiale risolutezza, soprattutto perché si ripetono identici in due attrici diverse!) che nelle posture, e in questo senso l'attore che fa Carlo è micidiale. 
Non colpisce la fotografia, troppo didascalica in queste luci dilatate che entrano dai finestroni a ogni ora del giorno, come se Buckingham Palace fosse un castello fiabesco; molto bene invece la sceneggiatura che non solo è ben calibrata fra eventi storici e aneddoti privati, ma che riesce a ritagliare segmenti di vita significativi e mai banali. Come la lunga scena dell'approccio fra Margaret e Tony e quella, più avanti, dell'acquisto del costume da bagno; o del dolore collettivo della tragedia di Aberfan; oppure ancora il breve “esilio” di Carlo in Galles.

venerdì 3 aprile 2020

Sono tutti miei compagni di banco (Omaggio a Radio 105)

Non credo di avere il benché minimo primato come centocinquista, neanche quello di centocinquista migliore di Castiglioni, visto che in cima alla classifica resiste, inarrivabile, il caro Nico Bonanni. Ma ho surfato su queste frequenze fm un numero di ore sufficiente a definirmi un affezionato spettatore. Beh sì, ascoltatore.

A Radio 105 sono arrivato passando da RIN – Radio Italia Network – la radio di Los Cuarenta, Fabiola, Toni H e Lady Helena. Toni-Toni Acca! E che ne sanno i 2000, dannazione. A caratteri cubitali, RIN, scritto con la penna nera, sia sul banco di scuola che sulla scrivania di casa, dove la radio stereo mugugnava per tutto il pomeriggio. Le equazioni venivano meglio. Non esiste più, lo stereo. È un peccato. Altri 5 o 6 anni e sarebbe diventato oggetto d'antiquariato. 

Insomma, a quel tempo (come direbbe la Bibbia), a 105 si viveva lo scambio mattina-pomeriggio fra i due Marchi del network giallo, Mazzoli & Galli, un passaggio epocale e per certi versi rischioso che la storia ha però decretato rivelarsi assolutamente vincente. Ho quest'immagine in testa, del Soldato Inverno da Ciclista: la camera da letto fredda, triste e un po' spenta, alle due del pomeriggio; il vento che muove le avvolgibili color verde ramato; la necessità di spogliarmi e indossare la calzamaglia nera col fondello slavato; la forza di volontà da trovare in chissà quale pertugio del mio cervello, per uscire in bici. In tasca, il walkman con le cuffie. E le scenette dello Zoo, che perlomeno mi facevano ridere. Sarebbe poetico scrivere adesso che la conversione a 105 passò dalle risate lugubri quella stanza umida e grigia. In realtà fu complice RIN, che inspiegabilmente si sarebbe autodistrutta da lì a breve, e fu complice mia mamma, a cui piacevano le barzellette mattutine di Tutto esaurito. Tutte le mattine, in macchina, alle 7:50, mentre passavamo di fronte alla stazione per andare al liceo.

Mentre guido, mentre corro, mentre pedalo. La radio è un compagno di banco. La radio ti ascolta. Ti capisce. La radio non è esclusiva, né perentoria, la radio non ha fretta e non ha spazi bianchi ma non per questo prevarica, anzi. Lascia campo, consente di fare ciò che stavi facendo pur mantenendo la propria presenza. Con costanza e fedeltà. La radio è complice. La radio è empatica. La radio è antica, forse per qualcuno obsoleta, eppure è rivoluzionaria, perché è gratuita, è universale, è multitasking. Conserva insomma i tre caratteri più attuali e forse più eterni che non si può. La radio è (ancora) libera, o comunque più libera della televisione. La radio è la storia di chi la fa, in tuta e maglietta, senza il respiro affettato di chi deve tenere le spalle dritte e gli zigomi tirati, ma con la dizione buona e il timbro preferibilmente attraente (due doti che mi sono totalmente sconosciute, e forse in tutto ciò c'è anche un po' di sana e innocente invidia), e che ti strizza l'occhiolino con l'intimità fisica e mentale di un caro vecchio amico. Ecco, sì. La radio è intima.

Ricordo la puntata dello Zoo che fece imbestialire gli animalisti, era il gennaio del 2009, e io mi stavo allenando a Civitella.
Ricordo Alessandro Cattelan, l'eccellente Cattelan, inventore – nel suo piccolo – di un nuovo format radiofonico. Le sue interviste mentre andavo all'Università a Perugia, oppure il giorno in cui mandò in onda Vivere una vita di Mannarino, oppure quando lesse il mio messaggio nel quale gli riferivo l'ottima recensione di mio babbo al suo libro. “Mai mi sarei aspettato di colpire gli uomini sopra i 50 anni”, disse al microfono.
Ricordo Marco Galli, la sua storia, il suo carisma, la sua capacità di creare un qualcosa che la mattina, magari col ghiacchio fuori, magari devastato dal sonno, ti fa venire voglia di salire in macchina e respirare aria di famiglia. Un giorno lanciò il contest “Se tornassi indietro, cosa faresti di diverso nella tua vita”: non sono mai riuscito a dimenticarmi di uno dei tanti messaggi ricondivisi in diretta. “Se tornassi indietro, farei un figlio appena mi sarebbe possibile, invece di aspettare di ammalarmi di tumore”.
Ricordo Ross e Tony, che per ovvi motivi ho perso di... udito (un po' come è successo per il pomeridiano Dj Giuseppe, che se n'è andato all'improvviso dandomi la più grossa delusione dopo quella dell'abbandono di Cattelan), e ricordo quella mattina in cui – mentre salivo il San Pancrazio al ritorno da una distanza – scherzarono sulle sorelle Bronte e sul pistacchio, come se non sapessero che il cognome delle due scrittrici deriva proprio da lì, dal paesino siciliano.

Il “ritorno” di Fabiola; l'ascesa più che meritata di Max Brigante, capace di farsi amico centinaia di ospiti di un certo livello, e sempre molto generoso nel rispondere ai direct. E poi ancora i bravissimi Autogol; la musica di tendenza di Jake La Furia; il gradito avvento di Annie Mazzola e i sottovalutati Paolino & Martin, con le loro rubriche fra le più apprezzate di sempre, dal Siamo ancora qua al Mistery Weekend. E poi SimoJ, Lidia, Valeria Stoppelli, Carlotta Quadri – mi perdonerà se credo che il programma con Costanzo abbia un po' appiattito le sue doti. 
Mentre guido, mentre corro, mentre pedalo: loro sono tutti miei compagni di banco.

(Ritengo però che sia il momento di spedirmi i gadget vinti ad ottobre, non credete?)

martedì 17 marzo 2020

Churchill il veggente, che già sapeva degli striscioni e dell'andratuttobene

Nel tardo pomeriggio del 10 giugno 2012 la Sr71, la cara vecchia e nobile Umbro Casentinese che unisce Orvieto al Passo dei Mandrioli, era deserta. Era deserta più o meno come in questi giorni. Giocava allora l'Italia, contro la Spagna. Europei di Polonia e Ucraina del 2012. Nel silenzio irreale del cavalcavia che “cavalca” la ferrovia monorotaia umbra, fra Terontola e il Borghetto, Radio 105 mandò in programmazione per la prima volta Little talks degli Of monsters and man. Un ignoto gruppo islandese che porterò sempre nel cuore per i bpm azzeccatissimi di questo memorabile brano, memorabile non solo per me, se è vero, come è vero, che Mtv la piazzò in seguito come settima hit mondiale dell'anno (al primo posto svettò il “fenomeno” Gotye, anch'esso scoperto da Radio105 e soprattutto da AleCattelan che in quella primavera lo ruotava a sfinimento).

La strada deserta, non potevo perdermela. L'ansia e la fibrillazione, dalle tapparelle socchiuse per proteggere i primi tramonti caldi dell'estate. Vivere dall'esterno, per cogliere l'essenza del rito. Quel rito che mi aveva sommerso nell'anno di grazia 2006 a suon di gavettoni e birre al vento, ma anche – come dimenticarlo! - nel rigore famigerato di Baggio nel 1994, quando guardavamo le partite sul giardino del Farinella con la tv a penzoloni sopra il balcone e tutti noi seduti sotto.
Due ondate di piena in un torrente prevalentemente arido. Quel rito non ha mai attecchito davvero.
E' superfluo dover ammettere che mi sia chiesto più e più volte il perché.
E che, ovviamente, non abbia mai avuto risposta.

Per avere qualche indizio sarebbe utile metterlo alla prova, questo non meglio identificato Rito ma, prima ancora del Rito, il benedettissimo Popolo che lo consacra. Levare il vin dai fiaschi. Tagliare la testa al toro. Insomma ci siamo capiti.
La guerra sarebbe meglio evitarla, non abbiamo più il servizio di leva obbligatorio, ci facciamo male. I terremoti sono troppo circoscritti. Le alluvioni idem. L'invasione delle cavallette no, troppo biblica.

Adesso finalmente ce l'abbiamo, sono passati otto anni ma mi crederete se dico che speravo ne passassero almeno altri ottanta.
Una pan-de-mi-a.

Perdiamo partite di calcio come fossero guerre, e guerre come fossero partite di calcio, ci bastonava in tempi (non) sospetti il vecchio lupo Winston Churchill che forse già immaginava nella sua capa pelata gli striscioni arcobaleno, gli slogan simil-pubblicitari, gli hastag iorestoacasa e l'andràtuttobene, i canti dai balconi come fossero cori da stadio. 
Già si immaginava questo imponente ma vacuo Apparato Retorico, non molto diverso dal po-po-po di berlinese memoria, mero scudo di cartone fradicio - semplice da costruire e molto leggero - dietro il quale proteggere le proprie paranoie egoistiche, la paura del vicino di casa infetto, il terrore di saltare le vacanze, l'astinenza da aperitivi.
Ma col cartone non le vinci le guerre, se il nemico sfodera spade di ferro.

Ci stanno mettendo alla prova: e allora, coraggio. Bruciamo i cartoni e i nostri sterili orticelli, e passiamo al livello successivo. Il Noi, e non più l'Io. Facciamolo perlomeno per sbugiardare quel testone di Churchill. O per conquistare un tifoso in più.