L'ultima volta che ho corso su strade
“lontano” da dove abito era inizio marzo, il giorno successivo al decreto del
“tutti-a-casa” il più memorabile di tutti gli interventi di
Conte. Ho girato alla zona industriale facendo i 2000, prima e
(probabilmente?) volta in vita mia, peraltro registrando parziali che
(probabilmente!) rimpiangerò per sempre. Dev'essere il destino,
pensai, dev'essere il destino che ti fa andare forte quando non
conta, oppure è la doverosa punizione della dea Olimpia verso chi fa
sport non-responsabilmente. Quella sera non c'era un'anima, per le
strade grigie e asettiche della periferia castiglionese.
Nel maggio 2008 piovve 19 giorni di
fila. Così è, se vi pare. Poco o tanto, brevi temporali o
pioggerellina plumbea autunnale, ma per 19 giorni consecutivi non
mollò il colpo. Eravamo in ritiro a Terranuova e, se così non vi
pare io non ci posso far niente ma vi giuro che è vero, in quel
periodo mi svegliavo di soprassalto, di notte, con il terrore di
sentire le gocce sul tetto. E, spesso, il terrore era reale. Avevamo
i rulli nel garage che fungeva anche da sede e da officina, eppure li
evitavamo come la peste. Un giorno di quelli beccai il temporale sul
Faeto mentre facevo Sfr, ero tipo alla terza ripetuta, mi ricordo
come fosse ora i quadricipiti duri come il marmo sui quali scorrevano
le goccioline, zigzagando veloci fra i bulbi turgidi della pelle
d'oca. Tornai subito in ritiro, il Polar segnò a malapena 37 chilometri.
Ho continuato a correre, a casa. Dentro
il posticcio e direi burocratico raggio dei 200 metri, ma talvolta
anche fuori, seppur di poco, seppur su mulattiere e sentieri
campestri. Sono pienamente consapevole che il “buon senso” non
rappresenti né un alibi né un'attenuante, e del resto non ha alcun
senso fornire delle giustificazioni. Semplicemente ho fatto due conti:
un tapis roulant mi sarebbe costato più di cento gin tonic (facciamo
200, se consideriamo i gin tonic casalinghi quarantena style). Non
c'è ridere né scandalizzarsi, la dea Olimpia lo sa: spero di non
banalizzare troppo da dover irritare i santoni della preparazione
atletica, ma in fondo in fondo la corsa e il gin sono solo forme
diverse dello stesso processo che avviene nella nostra buffa
testolina. Il rilascio di endorfine.
Nel febbraio 2005 nevicò. Al quarto
giorno senza bici, ormai rassegnato ad attendere anche il quinto in
preda a una crisi di nervi incalcolabile, feci un giro ad Arezzo con
i miei genitori. Obi e Ipercoop, che lusso. A metà pomeriggio,
mentre tornavamo, all'Olmo spuntò un pallido sole decadente. Mi si illuminarono gli occhi. Non
c'era bisogno di fare calcoli con l'orologio, ero già all'epoca
super allenato nel sapere quante ore di luce restassero prima del
tramonto, e decisi che 50 minuti di allenamento sarebbero stati
più che sufficienti. Nella fretta però mi vestii a cazzo, il tempo-a-neve
delle ultime 96 ore aveva ghiacciato le correnti d'aria, e faceva
talmente freddo che dopo 15 chilometri alzai bandiera bianca. Indecorosamente.
Correre per stare meglio. Correre per
essere felici. Correre per dimagrire. Correre per mangiare di più.
Per superare i colleghi di lavoro, per gonfiare il petto sui social,
per sconfiggere i demoni interiori. Alzare le ginocchia, elevarsi da
terra, saltare verso il cielo. Sembra di volare, per un attimo
infinito. Ma è solo un fottuto equivoco. Un dannatissimo palliativo,
sì, ma un palliativo di cui abbiamo bisogno. C'è tutto e niente,
come è nella natura beffarda e paradossale di qualsiasi palliativo,
in questa stupida corsa “per-nessun-dove” ai laghetti dello
zuccherificio o nelle stradine del Giuncheto, mai così affollate dai
tempi in cui i miei antenati ci “mangiarono” il vescovo.
Tirli, provincia di Grosseto, agosto
2009. In preda a una crisi di tosse, al termine della leggera
salitella che porta al paesino maremmano, fermo la bici sulla
sinistra all'ombra di un albero. Più avanti quattro vecchietti
giocano a carte al tavolo di un circolino Arci. Tossisco secco e sudo
freddo. La mia “carriera” agonistica finisce lì. Colpito e affondato dalla
suina (citazione non casuale).
Siamo partiti deridendo il cinese che a
inizio febbraio si era sciroppato una maratona in camera da letto e
siamo arrivati con estrema nonchalance, e assolutamente in versione
all the world, alle corse sulle scale; all'everesting fra piano
terra e piano notte; all'ironman in giardino.
Nel mezzo il dramma umano di una
categoria, professionisti amatori e ragazzini, che è costretta a
tutto pur di ingoiare la propria pastiglia benedetta, snaturando il
concetto stesso di sport, preso a calci, storpiato, deturpato. Sui
rulli come sopra un tappeto, che scorre all'indietro e cazzo il fatto
che scorra proprio all'indietro dovrebbe spiegare tutto!, il “correre
per nessun-dove” durante la quarantena sale di livello, dal senso
metaforico a quello letterale.
In un mare di sudore e tossine che
impregnano gli ambienti di casa (con viva pace delle condizioni igieniche, eh), il muoversi da fermo violenta le
sensazioni visive, uditive, olfattive del nostro cervello, che
normalmente con il moto all'aria aperta gode della reazione della
natura al passaggio dell'uomo, e viceversa.
Il muoversi da fermo deprime le nostre
aspirazioni ancestrali, negando il principio di libertà inteso come
libertà di movimento.
Il muoversi da fermo è tutto ciò che
odiavamo da bambini.
E allora chi ce lo fa fare, e allora
perché insistere, e allora perché non metabolizzare i valori
mentali e le capacità fisiche maturati con l'allenamento sportivo,
perché non far vedere agli amici del divano cosa abbiamo imparato
correndo d'inverno, al buio, sotto la pioggia?
Perché qualcosa dovremmo aver pur
imparato, vero?, e sennò che differenza ci sarebbe fra una mezza maratona e
un Negroni?

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