domenica 5 aprile 2020

L'ambizione epica e il coraggio storico di The Crown

In uno dei primi episodi della terza stagione di The Crown, il vulcanico Filippo, marito della regina Elisabetta, fa realizzare un documentario televisivo sulla Famiglia Reale con l'intenzione di mostrare a tutto il popolo inglese la routine quotidiana di Palazzo e avvicinare così la gente comune alla vita dei Windsor, in un periodo storico di crescente disaffezione. 
“Il popolo vi ha visto come delle persone normali, her majesty” dice non-ricordi-chi a Elisabetta II dopo la messa in onda, “ma è proprio questo il punto: la gente NON vuole vedervi normali. Il popolo ha bisogno di sentirvi diversi, di un altro livello”. Ha bisogno di avvertire l'affascinante e misterioso alone di sacralità che vi circonda. E' il senso dell'istituzione, è la fede in chi questa istituzione non solo la rappresenta ma la incarna, in pelle, ossa e spirito.
Senza neanche pensarci un secondo in più, la regina fa distruggere la registrazione.

Questo siparietto, simpatico e metacinematografico, è probabilmente il più significativo di tutta la serie, la chiave di volta che scardina i meccanismi ben oliati di una delle produzioni Netflix in assoluto più riuscite (insieme a Narcos e Stranger things) che si basa sulla ricostruzione coraggiosa e ambiziosa della storia del regno di Elisabetta II. Per tornare all'episodio di prima, sarei curioso di sapere come Lei abbia reagito oggi, 50 anni dopo, all'uscita di The Crown: non ho approfondito la cosa, pare che si sia espressa molto banalmente con il suo famigerato “silenzio assenso” (su cui furbescamente gli autori insistono molto anche nella finzione della serie...), eppure la sceneggiatura entra nel cuore della Famiglia Reale, scava con martello e scalpello nel profondo dei suoi personaggi, sia nel bene che nel male, con tono ora drammatico, ora da soap opera e ora comedy – si vedano gli imprevedibili e apprezzati momenti fra il comico e il sarcastico, come le freddure di Filippo o l'elegante irriverenza di Anna. 

Ne viene fuori in quadro tratteggiato “a tutto tondo”, disegnato in una grande tavolozza di diverse prospettive, dalle quali emerge in 3D il dramma umano di chi è vittima del proprio personaggio, di chi deve annullare la propria individualità in nome dell'identità del proprio ruolo. Un ruolo che implica il dovere ancestrale di inchinare la propria testa al cospetto dell'Istituzione. Un ruolo che non è solo pubblico, ma è culturale, societario, antropologico, storico. Il che, vogliate scusarmi se sento il bisogno di specificarlo, pone questo tipo di personaggi su un livello ben diverso dagli attori, dalle modelle o dai calciatori. Benché riempiano tutti le stesse pagine dei giornali di gossip. L'argomento non solo è predominante ma è a tratti totalizzante, tanto da ambire a presentarsi al pubblico inglese e mondiale con intento pedagogico o, per certi versi, addirittura epico. In questo senso sono memorabili alcuni monologhi e dialoghi, per i quali non ho alcuna notizia su quanto siano più o meno attinenti alla realtà.

Da Filippo che si vede annientare le sue aspirazioni perché “il tuo lavoro è Lei”, riferito alla regina ovviamente; ad Elisabetta stessa secondo cui “la miglior strategia è sempre quella di chiudere un occhio”; alla regina madre che, con totale nonchalance, dichiara più volte che il compito dei Reali è “quello di non fare e dire niente pubblicamente, anche il minimo cenno o gesto sarebbe già una presa di posizione, e i Reali non possono permetterselo. Non fare niente è l'unica cosa da fare, ed è anche la più difficile di tutte”.

La serie, diretta da svariati nomi che mantengono sempre un livello di regia pulito e senza voli pindarici, ha anche il grande merito di affidarsi ad attori oltre che bravissimi anche incredibilmente assomiglianti agli originali, sia nei gesti (encomiabile lo studio sulle espressioni facciali di Elisabetta, che ne evidenziano la proverbiale risolutezza, soprattutto perché si ripetono identici in due attrici diverse!) che nelle posture, e in questo senso l'attore che fa Carlo è micidiale. 
Non colpisce la fotografia, troppo didascalica in queste luci dilatate che entrano dai finestroni a ogni ora del giorno, come se Buckingham Palace fosse un castello fiabesco; molto bene invece la sceneggiatura che non solo è ben calibrata fra eventi storici e aneddoti privati, ma che riesce a ritagliare segmenti di vita significativi e mai banali. Come la lunga scena dell'approccio fra Margaret e Tony e quella, più avanti, dell'acquisto del costume da bagno; o del dolore collettivo della tragedia di Aberfan; oppure ancora il breve “esilio” di Carlo in Galles.

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