In uno dei primi episodi della terza
stagione di The Crown, il vulcanico Filippo, marito della regina
Elisabetta, fa realizzare un documentario televisivo sulla Famiglia
Reale con l'intenzione di mostrare a tutto il popolo inglese la
routine quotidiana di Palazzo e avvicinare così la gente comune alla
vita dei Windsor, in un periodo storico di crescente disaffezione.
“Il popolo vi ha visto come delle persone normali, her majesty”
dice non-ricordi-chi a Elisabetta II dopo la messa in onda, “ma è
proprio questo il punto: la gente NON vuole vedervi normali. Il
popolo ha bisogno di sentirvi diversi, di un altro livello”. Ha
bisogno di avvertire l'affascinante e misterioso alone di sacralità
che vi circonda. E' il senso dell'istituzione, è la fede in chi
questa istituzione non solo la rappresenta ma la incarna, in pelle,
ossa e spirito.
Senza neanche pensarci un secondo in
più, la regina fa distruggere la registrazione.
Questo siparietto, simpatico e
metacinematografico, è probabilmente il più significativo di tutta
la serie, la chiave di volta che scardina i meccanismi ben oliati di
una delle produzioni Netflix in assoluto più riuscite (insieme a
Narcos e Stranger things) che si basa sulla ricostruzione coraggiosa
e ambiziosa della storia del regno di Elisabetta II. Per tornare
all'episodio di prima, sarei curioso di sapere come Lei abbia reagito
oggi, 50 anni dopo, all'uscita di The Crown: non ho approfondito la
cosa, pare che si sia espressa molto banalmente con il suo famigerato
“silenzio assenso” (su cui furbescamente gli autori insistono
molto anche nella finzione della serie...), eppure la sceneggiatura
entra nel cuore della Famiglia Reale, scava con martello e scalpello
nel profondo dei suoi personaggi, sia nel bene che nel male, con tono
ora drammatico, ora da soap opera e ora comedy – si vedano gli imprevedibili e
apprezzati momenti fra il comico e il sarcastico, come le freddure di
Filippo o l'elegante irriverenza di Anna.
Ne viene fuori in quadro
tratteggiato “a tutto tondo”, disegnato in una grande tavolozza
di diverse prospettive, dalle quali emerge in 3D il dramma umano di
chi è vittima del proprio personaggio, di chi deve annullare la
propria individualità in nome dell'identità del proprio ruolo. Un ruolo che implica il dovere ancestrale di inchinare la propria testa al cospetto dell'Istituzione. Un
ruolo che non è solo pubblico, ma è culturale, societario,
antropologico, storico. Il che, vogliate scusarmi se sento il bisogno
di specificarlo, pone questo tipo di personaggi su un livello ben
diverso dagli attori, dalle modelle o dai calciatori. Benché
riempiano tutti le stesse pagine dei giornali di gossip. L'argomento
non solo è predominante ma è a tratti totalizzante, tanto da ambire a presentarsi al pubblico inglese e mondiale
con intento pedagogico o, per certi versi, addirittura epico. In
questo senso sono memorabili alcuni monologhi e dialoghi, per i quali
non ho alcuna notizia su quanto siano più o meno attinenti alla
realtà.
Da Filippo che si vede annientare le sue aspirazioni perché
“il tuo lavoro è Lei”, riferito alla regina ovviamente; ad
Elisabetta stessa secondo cui “la miglior strategia è sempre
quella di chiudere un occhio”; alla regina madre che, con totale
nonchalance, dichiara più volte che il compito dei Reali è “quello
di non fare e dire niente pubblicamente, anche il minimo cenno o
gesto sarebbe già una presa di posizione, e i Reali non possono
permetterselo. Non fare niente è l'unica cosa da fare, ed è anche
la più difficile di tutte”.
La serie, diretta da svariati nomi che
mantengono sempre un livello di regia pulito e senza voli pindarici,
ha anche il grande merito di affidarsi ad attori oltre che bravissimi
anche incredibilmente assomiglianti agli originali, sia nei gesti
(encomiabile lo studio sulle espressioni facciali di Elisabetta, che
ne evidenziano la proverbiale risolutezza, soprattutto perché si
ripetono identici in due attrici diverse!) che nelle posture, e in
questo senso l'attore che fa Carlo è micidiale.
Non colpisce la
fotografia, troppo didascalica in queste luci dilatate che entrano
dai finestroni a ogni ora del giorno, come se Buckingham Palace fosse
un castello fiabesco; molto bene invece la sceneggiatura che non solo
è ben calibrata fra eventi storici e aneddoti privati, ma che riesce
a ritagliare segmenti di vita significativi e mai banali. Come la
lunga scena dell'approccio fra Margaret e Tony e quella, più avanti,
dell'acquisto del costume da bagno; o del dolore collettivo della
tragedia di Aberfan; oppure ancora il breve “esilio” di Carlo in
Galles.

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