venerdì 3 aprile 2020

Sono tutti miei compagni di banco (Omaggio a Radio 105)

Non credo di avere il benché minimo primato come centocinquista, neanche quello di centocinquista migliore di Castiglioni, visto che in cima alla classifica resiste, inarrivabile, il caro Nico Bonanni. Ma ho surfato su queste frequenze fm un numero di ore sufficiente a definirmi un affezionato spettatore. Beh sì, ascoltatore.

A Radio 105 sono arrivato passando da RIN – Radio Italia Network – la radio di Los Cuarenta, Fabiola, Toni H e Lady Helena. Toni-Toni Acca! E che ne sanno i 2000, dannazione. A caratteri cubitali, RIN, scritto con la penna nera, sia sul banco di scuola che sulla scrivania di casa, dove la radio stereo mugugnava per tutto il pomeriggio. Le equazioni venivano meglio. Non esiste più, lo stereo. È un peccato. Altri 5 o 6 anni e sarebbe diventato oggetto d'antiquariato. 

Insomma, a quel tempo (come direbbe la Bibbia), a 105 si viveva lo scambio mattina-pomeriggio fra i due Marchi del network giallo, Mazzoli & Galli, un passaggio epocale e per certi versi rischioso che la storia ha però decretato rivelarsi assolutamente vincente. Ho quest'immagine in testa, del Soldato Inverno da Ciclista: la camera da letto fredda, triste e un po' spenta, alle due del pomeriggio; il vento che muove le avvolgibili color verde ramato; la necessità di spogliarmi e indossare la calzamaglia nera col fondello slavato; la forza di volontà da trovare in chissà quale pertugio del mio cervello, per uscire in bici. In tasca, il walkman con le cuffie. E le scenette dello Zoo, che perlomeno mi facevano ridere. Sarebbe poetico scrivere adesso che la conversione a 105 passò dalle risate lugubri quella stanza umida e grigia. In realtà fu complice RIN, che inspiegabilmente si sarebbe autodistrutta da lì a breve, e fu complice mia mamma, a cui piacevano le barzellette mattutine di Tutto esaurito. Tutte le mattine, in macchina, alle 7:50, mentre passavamo di fronte alla stazione per andare al liceo.

Mentre guido, mentre corro, mentre pedalo. La radio è un compagno di banco. La radio ti ascolta. Ti capisce. La radio non è esclusiva, né perentoria, la radio non ha fretta e non ha spazi bianchi ma non per questo prevarica, anzi. Lascia campo, consente di fare ciò che stavi facendo pur mantenendo la propria presenza. Con costanza e fedeltà. La radio è complice. La radio è empatica. La radio è antica, forse per qualcuno obsoleta, eppure è rivoluzionaria, perché è gratuita, è universale, è multitasking. Conserva insomma i tre caratteri più attuali e forse più eterni che non si può. La radio è (ancora) libera, o comunque più libera della televisione. La radio è la storia di chi la fa, in tuta e maglietta, senza il respiro affettato di chi deve tenere le spalle dritte e gli zigomi tirati, ma con la dizione buona e il timbro preferibilmente attraente (due doti che mi sono totalmente sconosciute, e forse in tutto ciò c'è anche un po' di sana e innocente invidia), e che ti strizza l'occhiolino con l'intimità fisica e mentale di un caro vecchio amico. Ecco, sì. La radio è intima.

Ricordo la puntata dello Zoo che fece imbestialire gli animalisti, era il gennaio del 2009, e io mi stavo allenando a Civitella.
Ricordo Alessandro Cattelan, l'eccellente Cattelan, inventore – nel suo piccolo – di un nuovo format radiofonico. Le sue interviste mentre andavo all'Università a Perugia, oppure il giorno in cui mandò in onda Vivere una vita di Mannarino, oppure quando lesse il mio messaggio nel quale gli riferivo l'ottima recensione di mio babbo al suo libro. “Mai mi sarei aspettato di colpire gli uomini sopra i 50 anni”, disse al microfono.
Ricordo Marco Galli, la sua storia, il suo carisma, la sua capacità di creare un qualcosa che la mattina, magari col ghiacchio fuori, magari devastato dal sonno, ti fa venire voglia di salire in macchina e respirare aria di famiglia. Un giorno lanciò il contest “Se tornassi indietro, cosa faresti di diverso nella tua vita”: non sono mai riuscito a dimenticarmi di uno dei tanti messaggi ricondivisi in diretta. “Se tornassi indietro, farei un figlio appena mi sarebbe possibile, invece di aspettare di ammalarmi di tumore”.
Ricordo Ross e Tony, che per ovvi motivi ho perso di... udito (un po' come è successo per il pomeridiano Dj Giuseppe, che se n'è andato all'improvviso dandomi la più grossa delusione dopo quella dell'abbandono di Cattelan), e ricordo quella mattina in cui – mentre salivo il San Pancrazio al ritorno da una distanza – scherzarono sulle sorelle Bronte e sul pistacchio, come se non sapessero che il cognome delle due scrittrici deriva proprio da lì, dal paesino siciliano.

Il “ritorno” di Fabiola; l'ascesa più che meritata di Max Brigante, capace di farsi amico centinaia di ospiti di un certo livello, e sempre molto generoso nel rispondere ai direct. E poi ancora i bravissimi Autogol; la musica di tendenza di Jake La Furia; il gradito avvento di Annie Mazzola e i sottovalutati Paolino & Martin, con le loro rubriche fra le più apprezzate di sempre, dal Siamo ancora qua al Mistery Weekend. E poi SimoJ, Lidia, Valeria Stoppelli, Carlotta Quadri – mi perdonerà se credo che il programma con Costanzo abbia un po' appiattito le sue doti. 
Mentre guido, mentre corro, mentre pedalo: loro sono tutti miei compagni di banco.

(Ritengo però che sia il momento di spedirmi i gadget vinti ad ottobre, non credete?)

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