Non credo di avere il benché minimo
primato come centocinquista, neanche quello di centocinquista
migliore di Castiglioni, visto che in cima alla classifica resiste,
inarrivabile, il caro Nico Bonanni. Ma ho surfato su queste frequenze
fm un numero di ore sufficiente a definirmi un affezionato
spettatore. Beh sì, ascoltatore.
A Radio 105 sono arrivato passando da
RIN – Radio Italia Network – la radio di Los Cuarenta, Fabiola,
Toni H e Lady Helena. Toni-Toni Acca! E che ne sanno i 2000, dannazione. A caratteri
cubitali, RIN, scritto con la penna nera, sia sul banco di scuola che
sulla scrivania di casa, dove la radio stereo mugugnava per tutto il
pomeriggio. Le equazioni venivano meglio. Non esiste più, lo stereo. È un peccato. Altri 5 o 6
anni e sarebbe diventato oggetto d'antiquariato.
Insomma, a quel
tempo (come direbbe la Bibbia), a 105 si viveva lo scambio
mattina-pomeriggio fra i due Marchi del network giallo, Mazzoli &
Galli, un passaggio epocale e per certi versi rischioso che la storia
ha però decretato rivelarsi assolutamente vincente. Ho
quest'immagine in testa, del Soldato Inverno da Ciclista: la camera
da letto fredda, triste e un po' spenta, alle due del pomeriggio; il
vento che muove le avvolgibili color verde ramato; la necessità di
spogliarmi e indossare la calzamaglia nera col fondello slavato; la
forza di volontà da trovare in chissà quale pertugio del mio
cervello, per uscire in bici. In tasca, il walkman con le cuffie. E le
scenette dello Zoo, che perlomeno mi facevano ridere. Sarebbe poetico
scrivere adesso che la conversione a 105 passò dalle risate lugubri
quella stanza umida e grigia. In realtà fu complice RIN, che
inspiegabilmente si sarebbe autodistrutta da lì a breve, e fu
complice mia mamma, a cui piacevano le barzellette mattutine di Tutto
esaurito. Tutte le mattine, in macchina, alle 7:50, mentre passavamo
di fronte alla stazione per andare al liceo.
Mentre guido, mentre corro, mentre
pedalo. La radio è un compagno di banco. La radio ti ascolta. Ti
capisce. La radio non è esclusiva, né perentoria, la radio non ha fretta e non ha spazi bianchi ma non per questo prevarica, anzi. Lascia campo, consente di fare ciò che stavi facendo pur
mantenendo la propria presenza. Con costanza e fedeltà. La radio è
complice. La radio è empatica. La radio è antica, forse per qualcuno obsoleta, eppure è
rivoluzionaria, perché è gratuita, è universale, è multitasking.
Conserva insomma i tre caratteri più attuali e forse più eterni che
non si può. La radio è (ancora) libera, o comunque più libera
della televisione. La radio è la storia di chi la fa, in tuta e
maglietta, senza il respiro affettato di chi deve tenere le spalle
dritte e gli zigomi tirati, ma con la dizione buona e il timbro
preferibilmente attraente (due doti che mi sono totalmente sconosciute, e forse in tutto ciò c'è anche un po' di sana e innocente invidia), e che ti strizza l'occhiolino con
l'intimità fisica e mentale di un caro vecchio amico. Ecco, sì. La
radio è intima.
Ricordo la puntata dello Zoo che fece
imbestialire gli animalisti, era il gennaio del 2009, e io mi stavo
allenando a Civitella.
Ricordo Alessandro Cattelan,
l'eccellente Cattelan, inventore – nel suo piccolo – di un nuovo
format radiofonico. Le sue interviste mentre andavo all'Università a
Perugia, oppure il giorno in cui mandò in onda Vivere una vita di
Mannarino, oppure quando lesse il mio messaggio nel quale gli
riferivo l'ottima recensione di mio babbo al suo libro. “Mai mi
sarei aspettato di colpire gli uomini sopra i 50 anni”, disse al
microfono.
Ricordo Marco Galli, la sua storia, il
suo carisma, la sua capacità di creare un qualcosa che la mattina,
magari col ghiacchio fuori, magari devastato dal sonno, ti fa venire
voglia di salire in macchina e respirare aria di famiglia. Un giorno
lanciò il contest “Se tornassi indietro, cosa faresti di diverso
nella tua vita”: non sono mai riuscito a dimenticarmi di uno dei
tanti messaggi ricondivisi in diretta. “Se tornassi indietro, farei
un figlio appena mi sarebbe possibile, invece di aspettare di
ammalarmi di tumore”.
Ricordo Ross e Tony, che per ovvi
motivi ho perso di... udito (un po' come è successo per il
pomeridiano Dj Giuseppe, che se n'è andato all'improvviso dandomi la
più grossa delusione dopo quella dell'abbandono di Cattelan), e
ricordo quella mattina in cui – mentre salivo il San Pancrazio al
ritorno da una distanza – scherzarono sulle sorelle Bronte e sul
pistacchio, come se non sapessero che il cognome delle due scrittrici
deriva proprio da lì, dal paesino siciliano.
Il “ritorno” di Fabiola; l'ascesa
più che meritata di Max Brigante, capace di farsi amico centinaia di
ospiti di un certo livello, e sempre molto generoso nel rispondere ai
direct. E poi ancora i bravissimi Autogol; la musica di tendenza di
Jake La Furia; il gradito avvento di Annie Mazzola e i sottovalutati
Paolino & Martin, con le loro rubriche fra le più apprezzate di sempre,
dal Siamo ancora qua al Mistery Weekend. E poi SimoJ, Lidia, Valeria
Stoppelli, Carlotta Quadri – mi perdonerà se credo che il programma con
Costanzo abbia un po' appiattito le sue doti.
Mentre guido, mentre
corro, mentre pedalo: loro sono tutti miei compagni di banco.
(Ritengo però che sia il momento di
spedirmi i gadget vinti ad ottobre, non credete?)

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