domenica 4 ottobre 2020

Gregorio e Magrini, salvateci dalla retorica del ciclismo!

Ogni vittoria è un'impresa (e, se c'è l'uomo solo al comando, è impresa “d'altri tempi”, anche se ha fatto una fuga di 700 metri). Ogni salita è la salita più dura del mondo. Ogni strappo è micidiale. Ogni corridore è sempre incensato: il campione perché vince, il gregario perché si sacrifica come un martire cristiano. Chi è stato al vento “ha speso tanto” e l'importante è stare davanti. Le tappe sono tutte bellissime e le volate tutte pericolosissime. E' tutto così meravigliosamente -issimo.
 
Il ciclismo è cambiato tanto (anzi, tantissimo!) negli ultimi 10-15 anni. C'è un deciso e oggettivo livellamento in gruppo, si gioca spesso sul filo dei secondi e le corse si risolvono in “azioni-lampo” dove fa la differenza chi ha doti di forza esplosiva, magari anche breve o brevissima, il che non è meglio o peggio rispetto a un tempo. Ma, soprattutto,è cambiato il modo di raccontarlo, il ciclismo. Il linguaggio delle due ruote si è costruito una retorica tutta propria, veicolata e orchestrata da Mamma Rai, che persiste in questa politica comunicativa per mano della triade Bulbarelli, Fabbretti e De Stefano e oggi rappresentata da un esercito di opinionisti, chiamati a indorare la pillola di frasi fatte e luoghi comuni durante le lunghissime ore di diretta che, sappiamo bene, rispondono principalmente ad esigenze pubblicitarie.
 
Come succede per altri sport, in primis il calcio o la Formula 1, è opinione comune che le telecronache Rai perdano spesso il confronto con Sky o altri canali specializzati, e probabilmente ciò si spiega con il fatto che la tv generalista, per sua stessa natura, deve parlare a tutto il pubblico e deve utilizzare un linguaggio semplice. Ma sul ciclismo c'è dell'altro. C'è l'amara sensazione che ci si parli parecchio addosso, e che ci si senta quasi giustificati nel farlo, attorno ai concetti del ciclismo come sport sano, popolare ed eroico, come modello di ecologismo, sostenibilità, estetica del paesaggio, lezione di vita e tante altre cosine belline. Più che telecronache sembrano lunghi marchettoni al movimento intero, un bisogno di promozione e protezione del prodotto che pare del tutto spontaneo, “normale”, e che probabilmente parte da lontano, parte dagli anni di piombo in cui la credibilità era calata ai minimi storici. La voglia di riscatto non è ancora esaurita. Peccato che ci sia una corsa da raccontare, nel frattempo. 
 
A partire dalla snervante moda di dover annunciare i corridori, sempre e in ogni contesto, con nome e cognome (ma chi l'ha inventata questa pagliacciata?), le telecronache di Pancani, De Luca, Ballan, Bettini, Bugno, Francio e Ciccio sono talmente didascaliche, retoriche e chiuse in se stesse da risultare non solo stucchevoli ma talvolta addirittura aliene all'attualità, con errori più o meno perdonabili sulla lettura della gara e ritardi di narrazione - anche da parte di un professionista impeccabile come Pancani che quando raccontava il volley era secondo me il secondo miglior telecronista della tv di Stato, dopo Bragagna.
 
La retorica del ciclismo, evidentemente, piace. Altrimenti non se ne spiegherebbe il successo e la divulgazione così fertile, e potrei persino concordare con paron Bulbarelli – che ho il sospetto essere l'inventore di tutto ciò – che tale politica possa essere davvero d'aiuto per tutto il movimento, se non fosse che...
...Se non fosse che, invece, su Eurosport, una squadra formata da due soli commentatori porti avanti un linguaggio che si pone in palese ma credo mai dichiarata antitesi. Luca Gregorio e Riccardo Magrini. Un linguaggio brillante, veloce, moderno, intelligente nei tempi e nei cambi di ritmo, ricco di annotazioni mai banali che vanno dalla tecnica all'aneddotica privata del corridore, senza peli sulla lingua e magari con qualche errorino formale (mi riferisco a Magrini) che fa sembrare tutto più umano e "fraterno". Insomma un Bar Sport che riesce a conservare la leggerezza senza scadere nel ridicolo. Due sole voci che tengono botta allo squadrone-musone schierato dalla Rai. Due voci che forse rendono il ciclismo meno eroico, meno epico e meno filosofico. Ma che probabilmente lo rendono più simpatico agli occhi della gente.


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