lunedì 7 dicembre 2015

"In Italia così forte c'è solo lui!"

Un anno fa, più o meno in questi giorni, usciva il primo singolo del tredicesimo album di Lorenzo Jovanotti Cherubini. Il #jova era già all'apice nel 2014 - anzi a esser precisi, se proprio dovessimo trovare un traguardo simbolico della sua leadership nazionale, mi piace seguire l'autorevole opinione di Ernesto Assante che fissa questo momento al 4 agosto 2013

Comunque, dicevamo, il #jova era già all'apice nel dicembre 2014, prima di presentare il nuovo album pieno zeppo di contenuti (30 canzoni!); il videoclip interattivo de Gli immortali; il tour infinito nell'estate più calda dal 1903; il tour invernale, più intimo e riflessivo; l'edizione amarcord de La Stampa; il libro di Massimo Poggini; il docu-film per Sky.

Ecco le 7 canzoni che rivelano il percorso artistico e spiegano i motivi di questa leadership sudata nel tempo. Ce n'è abbastanza per tutti.

1.Ragazzo fortunato (1992). Scanzonato, ingenuo, sgrammaticato (perché non c'è niente che ho bisogno, a me mi fai impazzire). Ma anche un Jovanotti cazzuto: la sua parabola qui inizia e qui finisce, nel senso che gli elementi del primo #jova, un giovane adulto degli anni 90 che non ha conosciuto la guerra né il 68 né gli anni di piombo, che sa tante cose ma che fa di tutto per non dimostrarlo, tornano oggi nelle sue ultime canzoni.

2.Chissà se stai dormendo (1992). Immediatezza e genuinità: molte delle canzoni d'amore di Jovanotti hanno questo sapore delicato, si sfiorano le emozioni, si tratteggiano con la matita. E poi restano lì. Sussurrate. Prendete i testi, per esempio: #jova è sempre stato bravo, dal lontano 1992, a percepire gli sguardi, i dettagli, i movimenti, il battito d'ali delle farfalle. Un po' come faceva Max Pezzali (leader indiscusso dei troppo maltrattati anni 90), un po' come fa oggi Tiziano Ferro. I sentimenti non si raccontano, i sentimenti si evocano.
Vedi anche: Dove ho visto te, Come musica, Raggio di sole, Serenata rap, Mi fido di te, Stella cometa.

3.Penso positivo (1994). “Io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa che
passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa”: il mondo si divide fra coloro che considerano questi versi un mantra (i fan) e coloro che li considerano una blasfemia (i cristiani fondamentalisti e i non fan). Detto che per me è più di un mantra, noterei come il bombardamento quasi ossessivo di messaggi e parole chiave così forti quanto così banali, pensa positivo! - non si molla un cazzo - solocosebelle, sia oggi un tormentone fin troppo ricorrente nella società, nella politica, nei media. E soprattutto nei social. E lui lo cantava 21 anni fa.

4.Fango (2007). Uno dei pochi testi che hanno ricevuto un premio, lo prendiamo come emblema del #jova che sa anche scrivere e – quando il contesto lo richiede – sente il dovere morale di sforzarsi per scavare in profondità. E' in assoluto il #jova che mi piace di più. Terra degli uomini, brano mai uscito come singolo e sconosciuto ai più, è già stato proposto in due tour dal 2013 ad oggi: non lo canta nessuno, ma sul climax finale tutti applaudono.
Vedi anche: Ora, La notte dei desideri.

5.A te (2008). La canzone più usata al taglio della torta nei matrimoni italiani. Non occorre aggiungere altro.
 
6.Megamix (2011). Oppure Tanto (2005) oppure ancora L'astronauta (2015). #jova è, prima di tutto, un eccezionale sperimentatore. Magari maldestro, magari rudimentale. Magari poco artistico, diciamo. Però è lunga la lista di brani con una loro struttura particolare, bagaglio concreto e tangibile dell'eclettismo straripante di un musicista nato dj.

7.Ti porto via con me (2013). Forse la più rappresentativa di un lungo filone a cavallo fra gli anni 00 e gli anni 10 (Baciami ancora, Tutto l'amore che ho, Il più grande spettacolo, Mezzogiorno): un vero e proprio genere nuovo di canzonette d'amore, celebrato dai critici (in primis l'Ernesto Assante di cui sopra) come modello per tutti i colleghi contemporanei, che accelera il battito della melodia, alza il ritmo, fa ballare, abbatte i toni drammatici delle canzonette simil-Sanremo. E' il genere che amano le adolescenti e – forse per questo – a me non fa impazzire. Ma riconosco l'innovazione.

BONUS TRACK: L'ombelico del mondo (1994). Perché su L'ombelico del mondo viene giù lo stadio.
(L'evidente salto in questa classifica, dal 1994 al 2007, non è voluto. Ma probabilmente non è neanche un caso. Il #jova del "cancella il debito" non è mai piaciuto a nessuno. Neanche a se stesso)

lunedì 5 ottobre 2015

Padri e figlie

Padri e figlie


Un film di Gabriele Muccino. Con Russell Crowe, Amanda Seyfried, Aaron Paul, Diane Kruger, Quvenzhané Wallis.
Voto MyMovies: 3 stelle
Voto Cavalli selvaggi: 5 e mezzo
 
Premessa fondamentale: l'unico film di Muccino degno di rilievo nella storia del cinema contemporaneo, secondo me, è anche l'unico il cui concept combacia perfettamente con la cifra stilistica del regista. Regista che ha il merito, indubbiamente, di trasmettere una poetica forte per quanto discutibile e una tecnica cinematografica ben riconoscibile. Le sfumature melodrammatiche de L'ultimo bacio sono state traslocate uguali a se stesse dall'altra parte dell'oceano, con risultati un po' stonati, quando più quando meno. Ero convinto di ciò anche senza guardare Padri e figlie, ma sono andato comunque perché da più parti si parlava di “Muccino che finalmente raggiunge la maturità artistica”. Ho un'altra concezione di maturità artistica, il buon Gabriele capirà.

Tematiche di impatto struggente; storie tragiche; risvolti scenici molto americanizzati (compreso l'immancabile lieto fine). In Padri e figlie ritroviamo il Muccino che si cala molto volentieri nella parte del “tu vuoi fare l'americano”.

Una bambina di 5 anni perde la mamma in un incidente stradale e rischia di perdere anche il babbo, famoso scrittore, con problemi di salute e soprattutto problemi economici. La bambina verrà contesa fra il Bravissimo babbo e la Cattivissima zia (sorella della defunta madre): tutto visto e rivisto. Non basta che la bambina, una volta cresciuta (nel film ha 30 anni ma l'attrice ne dimostra molti meno, va bè), si scopi tutti i maschi che incontra per accattivare lo spettatore. Pochi acuti, pochi guizzi, molti dialoghi stereotipati. 

Si scopre ben presto come finirà questo ping-pong di flash back fra il 1989 e il 2014, fra la bambina innamorato del babbo-eroe e la donna innamorata di niente. Tranquilli, non serve aver studiato Freud per capire che alla fine Kate si sposa con un uomo che è la copia esatta del babbo.

Qua e là notiamo alcuni sprazzi di classe in regia (come per esempio i movimenti di camera nella casa dei due protagonisti), ma da un film senza una solida storia alle fondamenta, e senza investimenti in scenografia e fotografia, ci si potrebbe aspettare una manifattura più delicata, più sopraffina. Il finale – forzato e senza connessione logica con la successione degli eventi - non aiuta per niente il giudizio. Da apprezzare semmai (ATTENZIONE SPOILER) che la scena della morte di Russell Crowe sia accostata alla scena dell'emancipazione definitiva di Kate, anche se temporalmente i due momenti sono separati 25 anni. Un'ottima scelta di montaggio che salva il salvabile e offre un'interpretazione leggermente più profonda.

martedì 15 settembre 2015

Grazie prof. Google

Dietro al nuovo logo di Google è già partita una vera guerra internazionale di idee, roba che la “questione immigrati” è una scemenza al confronto. Il Post ne dà ampia documentazione. E – forse forse – tutta questa risonanza è meritata e legittima. Nel senso che, al di là dell'urgenza storica e del dramma umanitario dei profughi in Europa (di fronte ai quale nessuno può restare impunito, sia chiaro), Google accomuna più di 3 miliardi di persone ogni giorno. Google è storia, che lo vogliate o meno.




L'immagine, che pare una vignetta satirica per lo stile, è passata per caso su Facebook. E potrebbe essere l'immagine di copertina di una tesi di laurea in una di quelle materie fighe tipo web design.

Fra le tanti cose bellissime che potremmo scrivere dentro la tesi ammirando l'evoluzione dei loghi Google nel corso del tempo, ce ne sarebbe una che probabilmente non avrebbe riferimento bibliografico perché trattasi di tematica ancora inesplorata e che sotto sotto incute terrore (ne parlavo anche qui).

Lo stile minimal e smart del nuovo logo, ideato più che altro per agevolare la sua fruizione su tutti i dispositivi perché graficamente pulito, è anche uno stile post-barocco. Via i fronzoli, via i serif, via i rilievi della prima – leggendaria – versione.
E la Storia insegna che, generalmente, dopo il Barocco si riparte da zero.
Non si può che migliorare, quindi.

La cosa bellissima che scriverei dentro la tesi è questa: grazie a Google abbiamo scoperto che gli anni 10 sono più belli degli anni 00.
E naturalmente abbiamo paura a dirlo.

giovedì 27 agosto 2015

Appunti vari dall'Expo

(Scrivere un pensiero su Expo – che non per forza debba avere la pretesa di definirsi recensione – significa scrivere un poema. Forse, per non dimenticarsi di nessuno, sarebbe meglio scrivere un commento per ogni padiglione. Ma per sua stessa natura l'Expo è uno, l'Expo è totalità, quindi “spacchettizzare” il sito è ingiusto. Ammiro i giornalisti e i commentatori che riescono a dare un giudizio completo su questo immenso carrozzone nello spazio di un editoriale, io me ne tiro fuori. Tento e spero di farmi furbo: bypasso il problema con la formuletta del “diario”)

Day 1
Viaggio misto macchina+treno Rogoredo/Rho: una combinazione nata quasi per caso e cervellotica che però forse è la più efficace e comoda (si evita il costo del parcheggio e allo stesso tempo si evita il costo esorbitante dei Frecciarossa: grazie Enrico). Ingresso alle 12 da Triulza, già non c'è più fila. Nell'isola Expo (tutta l'area è circondata e attraversata da un canale e dei laghetti, pare che sia fatto apposta, il flusso d'acqua rilassa) il sole appena filtrato dalla foschia illumina delle strane statue di materiale sintetico e il Padiglione Zero. Non c'è un albero, non ci sono coperture. Dopo appena 3 minuti abbiamo già comprato il finto passaporto. 

Lo Zero, essendo quasi per tutti il primo, è subito mitragliato di foto. Il gigantesco
maxischermo che incessante proietta l'andamento della borsa del cibo, come fossimo a Wall Street, è lungimirante e profetico: qui tutti parlano di alimentazione ma lo fanno in una lingua che è arabo per i nostri nonni agricoltori. La ricorderemo a lungo, questa considerazione.

Si esce e via di fretta nel decumano, dove iniziamo a fare quello che faremo per altre 24 ore: camminare. Il decumano sembra il campo di calcio di Holly e Benji, non si vede mai la fine. Però è pulito, incredibilmente pulito da cicche (vietato fumare) e cartacce, ben riparato (benché la tettoia sia discretamente oscena) e purtroppo costellato da blasfemi banchini pieni di cibo finto. Uno dietro all'altro Angola e Brasile, poi di corsa nei cluster esotici. Piano piano si intuisce che esternamente quasi tutte le strutture fanno colpo e, chi più chi meno, già nella forma comunicano qualcosa. Che cosa, difficile saperlo. Ma certo è che, ad esempio, il cluster del riso specchiato sulle risaie è idea banale ma maledettamente accattivante. Bambini estasiati dall'esplosione di colori e immagini, per loro è un mondo fiabesco formato da tanti giocattoli enormi

Beviamo un caffè veloce in qualche paese latino, un mojito da 8€ a Cuba, riempiamo le bottiglie d'acqua alle fontane ed arriva la prima grossa scottatura (letterale e traslata):
gli Emirati Arabi. Quasi 2 ore di fila per un cortometraggio in HD girato bene, con un finale shock sulle note di una canzoncina di Fedez, ma dal messaggio ambiguo.

Dopo la Coop futuristica, all'ora di cena o quasi, si incrocia il cardo. Lo oltrepassiamo senza patemi d'animo. Diamo un'occhiata esterna a Svizzera, Germania, Giappone e Austria, ma alla fine ci fermiamo nel Regno Unito. Un alveare. Il Regno Unito è un alveare.


Boh, forse per fruire di certe attrazioni sarebbe necessario essere un po' più soli al mondo, e godere del ronzio reale (!!!) delle api, ma io questa non l'ho capita.
Cena in Svizzera, 10€ per una salsiccia e una raclette take-away. 

Dopo-cena in Italia, all'immancabile show dell'Albero della Vita. Ottimo esempio di tecnologia applicata
all'arte, ma i fuochi d'artificio di Ferragosto a Porto Recanati mi erano piaciuti di più (avrei voluto darvene dimostrazione-video ma l'Albero non l'ho potuto filmare, le annunciate postazioni caricabatteria io non le ho viste e il telefono si è scaricato alle 8).
Da notare che la sera gli ingressi in Expo si raddoppiano, gli fa un baffo viale Ceccarini al decumano. Aggrotto la fronte: da quando un'esposizione universale è diventata un incrocio fra Mirabilandia e il Papeete?

Day 2
Non potevamo dire di essere stati in Expo se non avessimo provato l'ebbrezza della fila ai tornelli. Detto fatto. Entrati, e subito via verso la Svizzera. Prenotiamo la visita alle torri per le 2 e questo ci tarpa le ali perché dalle 11 alle 2 non c'è tempo per mettersi in fila per il Giappone (addio Giappone, ti guarderemo in cartolina). Un salto nella sopravvalutata Austria e poi proviamo con la Germania, contando uno ad uno i visitatori in fila. Entriamo a pelo, non prima di essere rimasti ammaliati dal prestigiatore ammazza-tempo e dall'ormai leggendario seedboard. La Germania resta monca, lo show non possiamo vederlo. 

Ci tuffiamo quindi in Svizzera alle cui hostess diamo senza dubbio il premio come miglior personale addetto: lo scopo svizzero è quello di far riflettere sulla razionalizzazione e conservazione delle materie prime attraverso la formula nota delle torri che scendono, e le guide sono bravissime nel ruolo. Inutile girarci attorno, tutti noi siamo avvolti da un impronunciabile senso di colpa per aver messo in borsa anche solo 2 rondelle di mela essiccata

Quindi pranzo al Padiglione Basmati - 800 metri abbondanti a piedi per un ottimo basmati con pollo a soli 7€. Infine, tentiamo con l'Italia ma ci accorgiamo (dopo più di un giorno...) che la fila per l'Italia è lunga metà cardo, cioè più di 3 ore. Ci rinuncio fieramente, chiedendomi per quale strano senso del gusto il nostro padiglione sia interamente bianco. Il bianco non ci appartiene come colore: ok i messaggi etici, ok l'architettura ma quasi tutti i paesi si “mostrano” con una struttura che richiama la loro identità (dagli USA tamarri e alle dune degli Emirati, dai campi gialli della Cina ai mulini dell'Olanda), noi ci siamo presentati con un monolite bianco. Siamo il paese della neve?
Un buon 70% di Expo è comunque completato. Trascinando le gambe ci incamminiamo verso Triulza. Di corsa (ancora!), per non perdere il treno, ci fermiamo al gift shop che è disadorno, con pochi gadget e poca fantasia nel realizzarli. Altro che Riccione, anche a Marina di Grosseto farebbero di meglio. Va bè, dormo lo stesso stanotte.

Di una teoria sono però convinto, se mi è permesso: sarà ipocrita, sarà uno spreco, sarà semplicemente un carrozzone vacuo più simile a Mirabilandia che non a un momento di riflessione internazionale sul futuro del mondo, ma credo senza la benché minima ombra di dubbio che l'Expo meriti di esser visitato. Uno sforzo collettivo di intelligenza, tecnica, tecnologia; uno sforzo così devastante ed enorme; uno sforzo che per quanto possibile tiene conto pure della sostenibilità. Una cosa così ci fa partecipi e talvolta pure gratificati di noi stessi: dell'Uomo e dell'Umanità.


mercoledì 19 agosto 2015

Il Conero non è una montagna delle Dolomiti


Dove vai al mare?
Sul Conero
Sul... che?
Qui, vado qui al mare.
Riviera del Conero vista dal Passo del Lupo
In Toscana (e presumo anche Liguria, Lazio ed Emilia), 1 persona su 10 è stata al Conero, 2 lo hanno visto in cartolina, 2 ne hanno sentito parlare.
5 su 10 pensano che sia una montagna dolomitica.
Eppure, in pieno Adriatico e a poche decine di chilometri dalla Riviera, abbiamo mare pulito, natura, collina, arte (Ancona, Loreto, Recanati), pesce buono e vino buono, sabbia e scogli, acque basse e acque profonde, snorkeling e beach volley. Se si dovesse rinunciare per motivi logistici a lunghe trasferte nel sud, il Conero offre a tutto il centro Italia un'alternativa validissima anche per un semplice weekend.
Ma non lo sa quasi nessuno.
Michele Serra ha appena celebrato su Repubblica la Tovaglia a quadri di Anghiari e tutto il background sociale, umano e culturale che ne sta alla base. Serra è rimasto estasiato dalle “case povere che il tempo ha reso nobilissime, dal cibo robusto ed eccellente”, “dalla signora che si affaccia alla finestra”, è rimasto estasiato dall'Autentico. Ce ne sono a migliaia in Italia di situazioni autentiche, il problema insormontabile è che per continuare a essere tali devono restare sottobosco, nascoste e sconosciute ai più. E della stessa "malattia" soffre forse il Conero.
È un circolo vizioso: un evento o un luogo autentico è là dove si viene colpiti dalla Bellezza – b maiuscola – di un paesaggio che mozza il fiato o di un rito ancestrale che fa accapponare la pelle (e via discorrendo). La Bellezza salverà il mondo. L'autentico merita perciò di essere visto e contemplato. Ma tanti visitatori e tanti spettatori alla lunga inquinano e deturpano l'autentico.
Credo che alla base delle difficoltà di gestione turistica del nostro smisurato patrimonio ci sia proprio la mancanza di equilibrio fra il dover conservare l'autenticità di un sito e il dover giocoforza promuoverlo per farne attrazione turistica.
O il sito è selvaggio, sconosciuto e inospitale; oppure il sito è consumato, logoro, distrutto dal business del turismo. La via di mezzo pare proprio impossibile, e forse per questo in tanti neanche ci provano. Eppure qualche timido esempio resiste (le Cinque Terre? le Crete Senesi? i laghi del nord? I borghi storici del centro Italia, fra cui Volterra, San Gimignano, Orvieto, Norcia, Todi, Pitigliano?): evidentemente la strada è percorribile.
E il Conero?
Spiaggia dei Frati, Numana
Il Conero convive da sempre con l'handicap di avere le (poche) spiagge a ridosso del promontorio. Panorama suggestivo, ma la gestione logistica deve aver fatto passare brutte nottate ai vari sindaci.
Se Sirolo, però, è il classico paesello arroccato da cui si scende in mare (anche a piedi, la passeggiata sarà salutare) per un turismo di nicchia più che giustificato; a Numana qualcuno o qualcosa ha convinto le istituzioni che si poteva fare un turismo popolare. Apriti cielo. Da Marcelli all'imbocco di Numana centro, un lungomare trafficato come Corso Buenos Aires a Milano alle 8 di mattina; parcheggi praticamente inventati alle pendici delle collina e direttamente in spiaggia (!!!). Guardi in alto, verso la collina che sale ripida fitta di vegetazione spontanea, e ringrazi il cielo che perlomeno l'abusivismo è stato tenuto a bada. Prima di partire ti chiedi cosa ci guadagni il Comune a offrire un servizio di trasporto completamente gratuito, ma arrivato a Numana lo capisci subito.
Gli sforzi di normalizzazione sono notevoli, ma il caos di una Riccione qualsiasi si abbina male a una zona che per la sua conformazione pare sia nata per altri target.
Meglio va a Sirolo, con un però. Si ha la sensazione che la città si sia seduta sugli allori.
Mare della spiaggia di S. Michele, Sirolo
Credo che nel 2015 si possa serenamente rivedere “l'impianto di discesa” al mare, sono troppi i turisti che si avventurano a proprio rischio e pericolo su sentieri impervi o dentro bus sgangherati. Basterebbe un'opera di manutenzione dei sentieri (magari segnalati un po' meglio con qualche cartellone esplicativo, perché no), una ristrutturazione degli stabilimenti balneari, una modernizzazione del parco mezzi. E, soprattutto, una valorizzazione dello spettacolare Passo del Lupo che porta a un belvedere da perdere i sensi ma che... in teoria è chiuso per ordinanza.
Le spiagge comunque, a parte lo scenario da favola, sono molto “normali” e affollate all'inverosimile in alta stagione, l'acqua è pulita ma non del tutto cristallina (a 150 cm di profondità si vede il fondale solo di mattina e solo se il mare è calmo). Da apprezzare semmai la varietà del tipo di spiaggia, c'è di tutto, dalla sabbia fine agli scogli. Per tutti i gusti.
Due Sorelle viste dal Passo del Lupo
Allucinante invece la gestione delle visite alle Due Sorelle: centinaia di turisti ogni giorno sbarcano come profughi su una caletta selvaggia per la modica cifra di 25 euro per testa. 
E prenderei questo spunto per una considerazione finale, a puro titolo esemplificativo, nel pieno rispetto di chi ci lavora e ci si impegna:
le Due Sorelle via mare così gestite sono il turismo-che-consuma;
le Due Sorelle a piedi sono il non-turismo perché non accessibile a tutti;
le Due Sorelle  a piedi su un sentiero valorizzato e messo in sicurezza (1€ a ingresso per compensare i costi di manutenzione) sarebbe la giusta via di mezzo.

lunedì 10 agosto 2015

Il primo Palio della mia vita

Il primo Palio della mia vita, benché ne abbia visti a decine prima di questo. A questo pensavo la domenica sera, quando tutto era finito, con litri e litri di adrenalina che si erano dispersi tutti nel giro di mezzora. Sentivo i muscoli sciogliere la tensione accumulata negli ultimi – difficili – giorni, temevo che non avrei mai preso sonno. Invece dormii come un agnellino: il primo Palio della mia vita. Così, semplicemente.
 

Il Palio è un rito autentico con il quale un popolo o una comunità tenta di rinforzare il proprio senso di appartenenza, e lo fa attraverso la riproposizione – nel qui ed ora – di un preciso aneddoto di vita vissuta o episodio di storia: momento catartico che celebra e omaggia le radici e le origini di quel dato popolo. Nello specifico, il momento topico è la corsa di cavalli in tondo in onore della Madonna della Grazia del Rivaio che recupera e riassume contemporaneamente diverse figure storiche (dall'omaggio religioso al ricordo delle corse di cavalli alla lunga dell'800), ma che soprattutto ripropone la tradizione cavalleresca del soldato chiamato ad allenarsi durante i periodi di pace per farsi trovare pronto in caso di guerra.
Per farla breve il Palio è questo: una battaglia in tempo di pace. Si vis pacem para bellum.

La notte della vigilia dormo. Il vino della propiziatoria contribuisce in modo
determinante. Mi sveglio che la benedizione dei cavalli e dei fantini è già finita. Cerco di non guardare il telefono, ma tanto sui gruppi Whatsapp c'è un inquietante silenzio di tomba. Il tempo delle chiacchiere è finito. Io non sfilo, non sto dietro ai cavalli, non sono un dirigente. Ma il non fare niente forse è ancor peggio. Pranzo, e volo via in bici. Sia lodato il Signore per il primo Palio della storia con meno di 25 gradi. La musica aiuta a non pensare.

Il Palio è storia, il Palio è cultura quando per cultura s'intende “insieme di conoscenze e costumi di un popolo”. Il Palio è misticismo, è religione, è una via-per-qualcosa-d'altro. Non è solo una corsa di cavalli (molto spesso pilotata) con fantini sardi, il Palio è tutto quello che fai e che dai per vincerlo, è scalare il Mont Ventoux, è raggiungere in bici lo Stelvio. Il Palio è esperienza totalizzante – in periodo di Palio tuo padre è il presidente, i tuoi fratelli sono i rionali, la tua casa è la sede, la tua chiesa è la stalla.

Arrivo alla stalla che il corteo storico è già iniziato. Da vicolo dei Galli a malapena si sentono i tamburi riecheggiare sui muri della città. Tutto è in attesa, alla stalla. Le gambe mi costringono a muovermi perché la frenesia è lancinante. Salgo in Piazza, un fiume di gente invade la Festa castiglionese, vedi i foulard colorati al collo, vedi i figuranti aprire sorrisi sempre più convinti man mano che si avvicinano al Parterre.

Il Palio rompe i vincoli sociali, il Palio è oltre la realtà dei fatti, il Palio in fin dei conti è una tragedia greca. Il Palio può pure trasformarsi in sceneggiata, qualora mancasse il pathos.

Torno all'ovile, dai miei fratelli. Pronti per l'ormai leggendario corteo. Si cammina verso il campo di battaglia e si canta, un popolo unito che si auto-incita e abbatte i livelli altissimi di tensione, una processione laica, lenta e suggestiva. E' il riscaldamento di Bolt prima dei  Mondiali, è il pugile con l'accappatoio addosso che dà i pugni all'aria fuori dal ring, è la Nazionale di calcio all'inno, è l'haka del rugby. E' il predatore felino che si china nell'erba prima di attaccare. Lì in quei minuti c'è tutto (anche troppo, purtroppo) quello che uno desidera avere nel momento in cui decide di offrire la sua anima al rione.

Il popolo giallorosso fa ingresso nella Piazza. E cala il silenzio.

Succede quello che succede: in quei 3 secondi della partenza guardo il mossiere e dentro di me urlo “vero che schiacci, vero?” e invece non schiaccia un bel niente. Sembra un film. I 3 secondi sono lunghi troppo lunghi diventano 4 poi 5 e io sento che un anno sta andando in fumo il cielo diventa bianco la disperazione poi i secondi diventano 10 poi i cavalli ripassano dalla mossa. E arriva la rabbia.

Ho rischiato pure il daspo. Io, mai una rissa in vita mia, paura di sgusciare i conigli.

Foto Matteo Tavanti
Torniamo ancora all'ovile, per l'ultima volta.
Una prima – grossa – secchiata di adrenalina la scarichiamo all'arrivo del presidente. Che ci vede e si commuove. Un padre non può restare indifferente quando qualcuno rompe il giocattolino dei suoi figli.

Il primo Palio della mia vita, benché ne abbia visti a decine prima di questo.

domenica 26 aprile 2015

Amsterdam è la Napoli del Nord

Data: 2 gennaio 2012
Fonte: Facebook

Qual è la prima cosa che ti colpisce di Amsterdam? I coffe shop? Le vetrine? Macchè, questi clichè non colpiscono perché li conosciamo tutti, anche prima di partire. Le cose che colpiscono subito della “Venezia del nord” sono: le grandissime vetrate sulle abitazioni, i gradini delle scale ripidi e stretti,i e infine loro, le temutissime e aggressive biciclette. Ma come, non lo sapevi? Certo. Ma i ciclisti ad Amsterdam non sono i padroni della strada, sono i padroni del mondo. Una mandria inferocita che sbuca da ogni dove e ti terrorizza con il semplice trillo di un misero campanello.

Detto questo, Amsterdam, dal punto di vista architettonico-artistico-culturale (e per culturale intendo l’anima della città) delude assai. Edifici tutte uguali, nessun monumento degno di nota, esaltazione sfavillante del consumismo nel Centrum. Si salvano alcune zone, come Rembrandtplein o la zona dei musei. Caro sindaco di Amsterdam, c’era bisogno di installare la scritta Iamsterdam – ovviamente meta bramata da tutti i turisti – proprio lì? Insomma, a conti fatti Firenze è cento volte più bella.

Poi ovviamente ci sono i musei. Ma, premesso che a me Van Gogh non mi fa impazzire, ormai chi mi conosce sa che il giudizio della città non si valuta in base alle opere d’arte che contiene. E non è del tutto vero che ad Amsterdam si va solo per scopare e fumare. Tantissime le famiglie con bambini al seguito – sbalordito da quelle che passeggiavano tranquille nella bolgia dei petardi – e tanti, che non fumano e che sono donne, che apprezzano lo stesso la città. Sinceramente, io rimango: perplesso. 

E veniamo, quindi, al succo di Amsterdam - se avete visto il doppio senso è perché siete maliziosi. Ora, innanzitutto la cosa che più stride di Amsterdam è che dentro i locali tutto è lecito e invece per strada niente è lecito. Se ti beccano con una birra in mano sei passibile di verbale. Questo sarebbe l’abc del decoro urbano: l’immagine viene prima di tutto. Bravo sindaco. Peccato che tale codice di buoni comportamenti non venga rispettato, sarà forse che ho avuto la sfortuna di capitare per Capodanno. E che mi è anche capitato di uscire la notte, quando gli affollatissimi e illuminatissimi negozi di Kalverstraat restituiscono il buio e l’angoscia tipica di una città piena di drogati (il dizionario di Italiano usa questo termine, scusate se me ne approprio). Una doppia faccia che stride, come stride la totale assenza di forze dell’ordine nella notte più animata, e quindi più pericolosa, dell’anno. 

Eccoci al punto: Amsterdam, osannata come capitale della perversione, appare ridicola in questa sua gloriosa missione perché è evidente che la città (rappresentata dagli abitanti, dai canali sporchi, dai poliziotti, dagli autisti del tram, dai commercianti di souvenirs) ne farebbe volentieri a meno, ma che – o bere o affogare – è costretta a calarsi nel ruolo. Della serie: avevamo iniziato per un buon scopo, regolarizzare la prostituzione e il consumo di marijuana, ci siamo trovati a dover sorridere a mandrie di italiani perennemente con gli occhi rossi e l’uccello ritto. 

E non sempre gli amsterdamiamesi riescono nell’impresa di calmare i bollenti spiriti: la Kalverstraat di cui prima, alle 15 del primo gennaio, ancora è un fiume di rifiuti. Sindaco, per carità di Dio, siccome ti pago la tassa di soggiorno, fai lo sforzo di dare almeno gli straordinari all’Aisa!A scanso di equivoci: io me so divertito!

mercoledì 4 marzo 2015

"[Roma] è una specie di giungla, tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene"

Un po' Barcellona e un po' Madrid, un po' Atene e un po' (molto poco) Parigi. 
Città mediterranea, città non mondiale, città così ancorata al proprio ego provincialistico da autodefinirsi ROMA CAPITALE. Ma capitale de che? 


Metropoli mai globalizzata davvero, o forse metropoli globalizzata per prima, ante litteram, due millenni fa. Quando l'India e la Cina erano aliene, il Brasile doveva essere scoperto e l'America addirittura doveva essere ancora creata.
Roma del dialetto grezzo e gretto, Roma cafona, Roma ladrona, Roma storia e poesia. 

Arte sublime e metropolitane sporche. Le tombe dei padri della Patria e le scritte oscene sui muri. La maestosità estetica dei Fori Imperiali e i selfie a San Pietro. I borseggiatori. L'angoscia di Termini e l'angoscia di contare in tutto il perimetro interno della stazione una (UNA) macchinetta automatica funzionante di biglietti per l'Atac, peraltro non implementata per accettare carte e bancomat. L'impiegato della Gnam che ti traventa addosso i biglietti gratis della prima domenica del mese (ma ve lo immaginate voi, se lo facesse a un turista straniero? Cosa penserebbe degli italiani il povero malcapitato?).

Roma latina, Roma cristiana, Roma italiana, Roma europea. Roma mondiale (ma solo in via del Corso, e neanche tutto). Roma è tanto, è tutto, è troppo. Troppe anime non ne fanno una. Sembra quasi che il cittadino romano medio si sia rintanato tempo fa nella categoria culturale del “burino” per scappare e rifuggire dalle tante identità che hanno guadato il Tevere negli ultimi 2700 anni. Come dargli torto.
Troppa storia tutta insieme allarga lo spirito e spezza il cuore.
Troppa storia tutta insieme è bella da vedere.
Troppa storia tutta insieme non so se riuscirei a viverla.

sabato 7 febbraio 2015

Un commento medio sull'Italiano medio

Partiamo dalla fine: che piaccia o non piaccia, Italiano medio – esordio cinematografò di
Maccio Capatonda – passerà agli annali di questa stagione per una curiosa e forse storica caratteristica: è l'unico film comico-demenziale che piace alla critica più snob ma lascia amareggiate ampie porzioni di pubblico popolare. L'Italiano medio sembra non piacere all'Italiano medio.



È anche per questo strano fenomeno, ma non solo per questo, che ho voluto lasciare il mio commento medio sull'Italiano medio.



Abruzzese, proveniente dalla provincia più provincia che non si può, bruttino, quasi ripugnante nelle sue caratterizzazioni, Maccio Capatonda al secolo Marcello Macchia “nasce” con i finti-trailer di Maidiregol, programma satirico rivoluzionario di un'altra epoca, carico di una comicità acuta e sottile (sarà un caso che lì si sono fatti le ossa Paola Cortellesi, Raul Cremona, Fabio De Luigi e il Mago Forrest?). I finti-trailer, geniali nella loro idea, sono stati i genitori di gran parte del successo dei youtuber odierni: veloci, immediati, montaggio semplice ma efficace, tono surreale ma ambientazione realistica. 

Dopo una veloce apparizione a La7, Maccio e i suoi compari ridanno vita allo Zoo di 105, sobbarcandosi un'ingente mole di lavoro autoriale, mettendosi in gioco giorno dopo giorno in un contesto molto problematico e dimostrando di avere tante cartucce nella fondina. 

Ma la vera esplosione arriva con la prima serie di Mario, su Mtv, una specie di sit-com di cui non si potrebbe dare definizione più precisa perché è il prodotto stesso ad essere nuovo, mai sperimentato. Là appare anche Nino Frassica, il padre putativo di Maccio Capatonda, portatore sano di un tipo di comicità ormai morta.

Quello stile che Maccio Capatonda ha ripreso e ha riadattato in chiave post-moderna.


La comicità di Maccio, affiancato fin dall'inizio dal fedelissimo Herbert Ballerina e dal più saccente Ivo Avido (che infatti è anche il produttore di tutti i loro lavori), è semplice e complessa al tempo stesso. Semplice perché si basa quasi esclusivamente su caratterizzazioni spinte all'eccesso e su continui e insensati giochi di parole; complessa perché non sempre si ride al volo, non sempre si percepisce a cosa si riferisce la parodia. Prendete come metro di paragone la celebra saga di Scary Movie: si rideva solo se si conosceva il film che veniva parodiato


E a volte capita che si rida davvero poco. Come nel film, appunto. Che resta però un unicum. Per il coraggio di fare un film sul Niente; per gli attori in bilico fra una non-recitazione una recitazione volutamente brutta; per i dialoghi studiati per essere quanto più banali possibili; per la fotografia elementare che divide il mondo a colori. E, soprattutto, almeno secondo me, per l'aver portato al successo una satira che, giocando con le parole, prende in giro la desertificazione linguistica dei nostri tempi (non ditemi che prima c'è stato Checco Zalone perché Checco Zalone è arrivato dopo Maidiregol...).

L'espressione #machecazzomenefregaamme, uno degli hashtag più usati degli ultimi 10 giorni, è stata creata nel film per parodiare coloro che l'avrebbero usata in modo compulsivo e nauseante nella realtà. Cioè, una parodia ante-litteram, una parodia arrivata prima dell'originale.



Ma, fondamentalmente, ma che cazzo me ne frega. A me.

sabato 31 gennaio 2015

Ronda Ghibellina, diario di un debuttante

La sveglia suona presto e suona forte. Balzo dal letto e ho una strana sensazione euforica che mi percuote. Scendo giù, passo davanti alla finestra, è buio pesto. Mi scaldo il latte (il caffè è già fatto, siano lodati i babbi delle 5) e mi sforzo di fare colazione: quattro wafer Loacker al cacao. 13 chilometri a corsa barra camminata non sono tanti, ma sono comunque almeno 2.000 calorie da bruciare, lo sforzo fisico mattutino più intenso da almeno tre anni a questa parte. Approcciare tale avventura a digiuno non è da consigliare.

Non ho mai amato correre a piedi. E, forse, non ho mai corso davvero. Io non corro, io mi trascino dietro le gambe. E per questo mi fa fatica, perchè sento all'improvviso tutta l'insostenibile pesantezza della gravità. Ho iniziato a farlo, in modo serio e soprattutto seriale, solo tre mesi fa, e solo perché avevo perso l'abitudine di prendere la bici e volare via  sulle ruote, e l'Abitudine è la più grande facoltà dell'uomo. Persa quella sei disorientato. Poi le ferie, e soprattutto quella miracolosa consapevolezza di poter reggere almeno un'ora di calcetto senza chiamare il 118. Ecco che ci ho preso gusto.

Mi cambio, indosso il vestiario accuratamente preparato la sera prima, come ai tempi del ciclismo. Sistemo il nodo al laccio della calzamaglia, controllo che lo scaldacollo sia tutto dentro il bavero del giubbetto termico, attacco il pettorale. Il primo numero di maglia 5 anni e mezzo dopo. E poi via, in macchina, ore 7,10. Al raduno c'è già un sacco di gente, ma neanche la metà di quanta ce ne fosse stata poi al momento della partenza.

La Ronda Ghibellina, perché no? Il percorso corto misura 13 chilometri, se stringi i denti nei 3-4 chilometri più duri verso Fonte Partini, poi è una passeggiata. E così ho iniziato a fare sul serio, non tanto per mere ambizioni di risultato ma semplicemente per rispetto di chi la approccia con professionalità.

Pronti via, io rimango al palo. Nel senso che, timido e anonimo nelle ultime posizioni, trascorrono almeno 30 secondi dallo start prima che io possa mettermi in movimento. Poi, però, è uno show lungo due ore. Euforia, adrenalina, sento che non sono solo con le mie manie, mi sento partecipe di qualcosa più grande di me, i piedi schizzano sull'asfalto, uno dopo l'altro, regolo il cuore, regolo il grip, regolo la battuta. In fin dei conti, regolo me stesso. Intorno una folla, una massa, un fiume di persone – grandi e piccini, nonni e nipoti, atleti e amatori, professionisti e buontemponi – che si muovono tutti a tempo seguendo quel meraviglioso spartito dello sport
Sento già caldo dopo 3 minuti.

Nelle ultime due settimane di questa pazza e ultra-veloce preparazione, ho alternato uscite in montagna sul percorso gara a sedute in pianura. Vado pure a correre di notte (!), ovviamente non sulla strada. Al giovedì mi sento pronto. Cioè no, ma devo convincermi di esserlo.

Il calore diventa ardore, l'ardore diventa sudore, il sudore evapora. Si sale, e più si sale più piove. Lacrime di pioggia che si infrangono sui fitti rami, non serve rievocare D'Annunzio per spiegare l'effetto che fa sentire la pioggia dentro un bosco. Il fiume si “rompe” a metà salità, da lì in poi si creano gruppetti e anime solitarie. Il silenzio che circonda 700 impavidi atleti sparsi e spersi nella macchia, rotto ogni tanto da qualche timido gridolino di chi scivola sulle rocce viscide, il silenzio che accompagna con rispetto il loro sforzo, è una delle esperienze mistiche più devastanti che abbia mai provato. Di tanto in tanto – la scalata alla prima salita durerà circa 70 minuti, ma sembra non finisca mai – incontro per la strada compagni affaticati, li aiuto a salire sui gradoni rocciosi, altri li incito, altri ancora si fermano e incitano me.

Vergogna e inadeguatezza. Questo ho provato quando il sabato pomeriggio sono andato a punzonarmi (che soddisfazione! non solo nel ciclismo si usa questa parola). A cena ho evitato gli alcolici e ho calibrato bene il menu. Mi vien da ridere, al pensiero.

Poi il sentiero si apre e c'è il ristoro. Per me il primo e anche l'ultimo. Non credo di aver mai conosciuto i volontari che c'erano lassù, ma non so perché per tre minuti sono stati i miei migliori amici. Saluto e mi butto giù in picchiata. 

L'ultimo tratto di discesa, successivo al bivio dei percorsi, è una specie di enorme scivolo verso valle, senza sentieri senza vegetazione, un canalone cosparso di rovi e sassi traditori che mi vien voglia di rotolare come quei protagonisti di film western. In fondo recupero una ragazza, ci beviamo insieme gli ultimi metri, fra i primi crampi che addentano avidi il tricipite femorale e un boato di contentezza nel cuore.

E penso: lo sport è l'unico modo che l'uomo ha per conoscere se stesso.
Per corpore ad mentem.

E penso, ancora: chissà cosa avrei provato se avessi fatto la 44 km!

mercoledì 7 gennaio 2015

American Sniper

American Sniper
Di Clint Eastwood. Con Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman

Voto MyMovies: 4 stelle
Voto Cavalli Selvaggi: 6+


Uscito esattamente 5 anni dopo, per American Sniper vale un po' il discorso fatto per Hereafter. Il tema è forte e di sicuro interesse – la storia reale di un cecchino texano diventato leggenda, ogni colpo un ucellino si direbbe ad Arezzo; il messaggio c'è e l'orgoglio patriottico americano è salvo. Però, qui come in Hereafter, il film ha un grosso problema: è asettico, freddo, non crea immedesimazione. Non credo di avere le competenze per indagare sulle cause, ma ho intuito qualche stonatura sui tempi e i modi della rappresentazione visiva:
1. Troppo spazio viene lasciato alla parte introduttiva (fra cui la stancante ripetizione dei cliché cinematografici sull'addestramento);
2. Regia e sceneggiatura sono più piatte dell'elettroencefalogramma di un morto, e il fatto che si tratti di una storia di guerra peraltro biografica suona più come facile giustificazione che non come attenuante;
3. Il finale è raffazzonato, tirato via, con scene montate così così e passaggi fondamentali che risultano forzati. Lo spettatore esce della sala chiedendosi come sia possibile che a un reduce di guerra con gravi disturbi post-traumatici possa bastare una visita di 10 minuti dallo psicologo per diventare felice.

La trama è la storia reale di un cecchino texano, Chris Kyle, che si arruola nei Seals a 30 anni suonati, convinto fin da bambino che il suo ruolo nel mondo sia quello del pastore del gregge, pronto a difendere le pecore dai lupi malvagi. Spedito in Iraq nel 2003, il suo compito è coprire le spalle ai soldati a terra uccidendo, appostato sui tetti dei palazzi e grazie alla sua mira letale, tutti i sospetti nemici. 

Il film alterna le scene di guerra alle scene del ritorno a casa, dove via via si evocano sempre più i disturbi post-traumatici di Chris, dallo sguardo vacuo quando riabbraccia la moglie ai gesti schizofrenici quando sente qualsiasi rumore metallico, immergendoci efficacemente in uno psicodramma che incute quasi terrore. Ma, appunto, è terrore. Non c'è empatia, non c'è compassione. E potrebbe anche essere una scelta di Clint Eastwood, quella di estraniare il dramma di un eroe malato dal fervore del popolo che lo acclama, ma allora perché la meravigliosa e toccante sequenza finale, realizzata con immagini vere del vero corteo funebre del cecchino (morto 2 anni fa)?

La sequenza finale, in ogni caso, è chiusa da un'ultimissima scena dove, come da consuetudine del grande Clint, arriva quel dettaglio o quel particolare in cui è racchiuso tutto il messaggio del film. Ecco, forse riflettendo su questo dettaglio si può interpretare meglio la volontà del regista, ma resta il fatto che i capolavori di Clint Eastwood sono ben altri.

Ottimo Bradley Cooper, non mi ha convinto invece Sienna Miller. Personaggi marginali tutti gli altri, a partire dal cecchino nemico di cui - oggettivamente - se ne poteva fare anche a meno. Non si può ridurre una guerra su scala planetaria alla gara di tiro a segno fra due tiratori esaltati.

Ps, il cecchino spara anche al bambino del trailer. E anche a sua madre.