Il primo Palio della mia vita, benché
ne abbia visti a decine prima di questo. A questo pensavo la domenica
sera, quando tutto era finito, con litri e litri di adrenalina che si
erano dispersi tutti nel giro di mezzora. Sentivo i muscoli
sciogliere la tensione accumulata negli ultimi – difficili –
giorni, temevo che non avrei mai preso sonno. Invece dormii come un
agnellino: il primo Palio della mia vita. Così, semplicemente.
Il Palio è un rito autentico con il
quale un popolo o una comunità tenta di rinforzare il proprio senso
di appartenenza, e lo fa attraverso la riproposizione – nel qui ed
ora – di un preciso aneddoto di vita vissuta o episodio di storia:
momento catartico che celebra e omaggia le radici e le origini di
quel dato popolo. Nello specifico, il momento topico è la corsa di
cavalli in tondo in onore della Madonna della Grazia del Rivaio che
recupera e riassume contemporaneamente diverse figure storiche
(dall'omaggio religioso al ricordo delle corse di cavalli alla lunga
dell'800), ma che soprattutto ripropone la tradizione cavalleresca
del soldato chiamato ad allenarsi durante i periodi di pace per farsi
trovare pronto in caso di guerra.
Per farla breve il Palio è questo: una battaglia in tempo di pace. Si vis pacem
para bellum.
La notte della vigilia dormo. Il vino
della propiziatoria contribuisce in modo
determinante. Mi sveglio che
la benedizione dei cavalli e dei fantini è già finita. Cerco di non
guardare il telefono, ma tanto sui gruppi Whatsapp c'è un inquietante
silenzio di tomba. Il tempo delle chiacchiere è finito. Io non
sfilo, non sto dietro ai cavalli, non sono un dirigente. Ma il non
fare niente forse è ancor peggio. Pranzo, e volo via in bici. Sia
lodato il Signore per il primo Palio della storia con meno di 25
gradi. La musica aiuta a non pensare.
Il Palio è storia, il Palio è cultura
quando per cultura s'intende “insieme di conoscenze e costumi di un
popolo”. Il Palio è misticismo, è religione, è una
via-per-qualcosa-d'altro. Non è solo una corsa di cavalli (molto
spesso pilotata) con fantini sardi, il Palio è tutto quello che fai
e che dai per vincerlo, è scalare il Mont Ventoux, è raggiungere in
bici lo Stelvio. Il Palio è esperienza totalizzante – in periodo
di Palio tuo padre è il presidente, i tuoi fratelli sono i rionali,
la tua casa è la sede, la tua chiesa è la stalla.
Arrivo alla stalla che il corteo
storico è già iniziato. Da vicolo dei Galli a malapena si sentono i
tamburi riecheggiare sui muri della città. Tutto è in attesa, alla
stalla. Le gambe mi costringono a muovermi perché la frenesia è
lancinante. Salgo in Piazza, un fiume di gente invade la Festa
castiglionese, vedi i foulard colorati al collo, vedi i figuranti
aprire sorrisi sempre più convinti man mano che si avvicinano al
Parterre.
Il Palio rompe i vincoli sociali, il
Palio è oltre la realtà dei fatti, il Palio in fin dei conti è
una tragedia greca. Il Palio può pure trasformarsi in sceneggiata,
qualora mancasse il pathos.
Torno all'ovile, dai miei fratelli.
Pronti per l'ormai leggendario corteo. Si cammina verso il campo di
battaglia e si canta, un popolo unito che si auto-incita e abbatte i
livelli altissimi di tensione, una processione laica, lenta e
suggestiva. E' il riscaldamento di Bolt prima dei Mondiali, è il pugile con l'accappatoio addosso che dà i pugni all'aria fuori dal ring, è la Nazionale di calcio all'inno, è l'haka del rugby. E' il predatore felino che si china nell'erba prima di attaccare. Lì in quei minuti c'è tutto (anche troppo, purtroppo) quello che uno desidera avere nel momento in cui decide di
offrire la sua anima al rione.
Il popolo giallorosso fa ingresso nella Piazza. E cala il silenzio.
Succede quello che succede: in quei 3
secondi della partenza guardo il mossiere e dentro di me urlo “vero
che schiacci, vero?” e invece non schiaccia un bel niente. Sembra
un film. I 3 secondi sono lunghi troppo lunghi diventano 4 poi 5 e
io sento che un anno sta andando in fumo il cielo diventa bianco la
disperazione poi i secondi diventano 10 poi i cavalli ripassano
dalla mossa. E arriva la rabbia.
Ho rischiato pure il daspo. Io, mai una rissa in vita mia,
paura di sgusciare i conigli.
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| Foto Matteo Tavanti |
Torniamo ancora all'ovile, per l'ultima
volta.
Una prima – grossa – secchiata di
adrenalina la scarichiamo all'arrivo del presidente. Che ci vede e si
commuove. Un padre non può restare indifferente quando qualcuno
rompe il giocattolino dei suoi figli.
Il primo Palio della mia vita, benché
ne abbia visti a decine prima di questo.




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