American Sniper
Di Clint Eastwood. Con Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman
Voto MyMovies: 4 stelle
Voto Cavalli Selvaggi: 6+
Uscito esattamente 5 anni dopo, per
American Sniper vale un po' il discorso fatto per Hereafter. Il tema
è forte e di sicuro interesse – la storia reale di un cecchino
texano diventato leggenda, ogni colpo un ucellino si direbbe ad
Arezzo; il messaggio c'è e l'orgoglio patriottico americano è
salvo. Però, qui come in Hereafter, il film ha un grosso problema: è
asettico, freddo, non crea immedesimazione. Non credo di avere le
competenze per indagare sulle cause, ma ho intuito qualche stonatura
sui tempi e i modi della rappresentazione visiva:
1. Troppo spazio viene lasciato alla
parte introduttiva (fra cui la stancante ripetizione dei cliché
cinematografici sull'addestramento);
2. Regia e sceneggiatura sono più
piatte dell'elettroencefalogramma di un morto, e il fatto che si
tratti di una storia di guerra peraltro biografica suona più come
facile giustificazione che non come attenuante;
3. Il finale è raffazzonato, tirato
via, con scene montate così così e passaggi fondamentali che
risultano forzati. Lo spettatore esce della sala chiedendosi come sia
possibile che a un reduce di guerra con gravi disturbi
post-traumatici possa bastare una visita di 10 minuti dallo psicologo
per diventare felice.
La trama è la storia reale di un
cecchino texano, Chris Kyle, che si arruola nei Seals a 30 anni
suonati, convinto fin da bambino che il suo ruolo nel mondo sia
quello del pastore del gregge, pronto a difendere le pecore dai lupi
malvagi. Spedito in Iraq nel 2003, il suo compito è coprire le spalle ai soldati a terra uccidendo, appostato sui tetti
dei palazzi e grazie alla sua mira letale, tutti i sospetti nemici.
Il film alterna le scene di guerra alle scene del ritorno a casa,
dove via via si evocano sempre più i disturbi post-traumatici di
Chris, dallo sguardo vacuo quando riabbraccia la moglie ai gesti
schizofrenici quando sente qualsiasi rumore metallico, immergendoci
efficacemente in uno psicodramma che incute quasi terrore. Ma,
appunto, è terrore. Non c'è empatia, non c'è compassione. E
potrebbe anche essere una scelta di Clint Eastwood, quella di
estraniare il dramma di un eroe malato dal fervore del popolo che lo
acclama, ma allora perché la meravigliosa e toccante sequenza
finale, realizzata con immagini vere del vero corteo funebre del
cecchino (morto 2 anni fa)?
La sequenza finale, in ogni caso, è
chiusa da un'ultimissima scena dove, come da consuetudine del grande
Clint, arriva quel dettaglio o quel particolare in cui è racchiuso
tutto il messaggio del film. Ecco, forse riflettendo su questo
dettaglio si può interpretare meglio la volontà del regista, ma
resta il fatto che i capolavori di Clint Eastwood sono ben altri.
Ottimo Bradley Cooper, non mi ha convinto invece Sienna Miller. Personaggi marginali tutti gli altri, a partire dal cecchino nemico di cui - oggettivamente - se ne poteva fare anche a meno. Non si può ridurre una guerra su scala planetaria alla gara di tiro a segno fra due tiratori esaltati.
Ps, il cecchino spara anche al bambino
del trailer. E anche a sua madre.

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