lunedì 4 settembre 2017

Dunkirk

DUNKIRK

Un film di Christopher Nolan. Con Fionn Whitehead, Tom Glynn-Carney, Jack Lowden, Harry Styles
Voto MyMovies: 5 stelle
Voto Cavalli Selvaggi: 7 e mezzo
 
Non so se ho alzato così tanto l'asticella da non vederla ormai più all'orizzonte, come il buon Tamberi dopo essersi rotto una gamba, o se il movimento del mondo chiede altro e io non me ne sono accorto, ma il primo dato di fatto uscendo dalla proiezione di Dunkirk è sicuro come un macigno: dopo Tarantino, i fratelli Cohen, Virzì e mettiamoci pure Inarritu (che non è propriamente il mio idolo, ma dopo Birdman fu difficile digerire il Redivivo), ecco un altro Grande del Cinema che fa un mezzo passo falso. Secondo me, eh.

Più che l'aspettativa sul film, considerato peraltro che non ho mai amato i film di guerra, men che meno i film d'azione, dove il montaggio crea e distrugge, ho vissuto l'aspettativa sulle aspettative, con decine di recensioni entusiastiche, addirittura estasiate, che si sono succedute nel corso dell'estate. Christopher Nolan diventava finalmente il più grande regista vivente?

No. O perlomeno non ancora. Nolan è un estremo e maniacale conoscitore della materia, ha una tecnica eccelsa, ha una visione sovraumana della rappresentazione visiva. E, pur nella limpidezza di un film formalmente impeccabile, tutto questo fa fatica ad emergere nella pellicola ambientata in uno degli episodi più controversi della Seconda Guerra Mondiale. È il peccato più grande di Dunkirk, e forse il commento potrebbe anche finire qui.

Però, bè dai, Dunkirk di spunti ne offre. Innanzitutto nei messaggi subliminali, che magari non sono funzionali per la trama del film ma... lo sono per il cuore. Il nemico che non si vede mai; l'immensità del mare che irrigidisce la visuale e opprime come la claustrofobia; il volo planare del bombardiere; i personaggi senza nome, che bofonchiano, alcuni recitano male altri che non recitano affatto (le truppe spiaggiate sembrano una gigantesca collezione di burattini inumani con l'espressione corrucciata, e forse era proprio questo l'effetto desiderato). La fotografia è pazzesca, alcuni movimenti in camera da togliere il fiato, la colonna sonora (palesemente e volutamente invadente, angosciante, terrificante) scandisce il tempo, lo martella a suon di mitra e forse se lo divora pure. 

Perà manca qualcosa. Manca empatia, manca la forza dei personaggi. L'intenzione di creare pathos senza soffermarsi sulle storie e sulla Storia è nobile, ma resta anche per il genio di Nolan un'utopia vagamente sfiorata, perché nell'intreccio delle tre dimensioni temporali e spaziali manca un fil rouge “caldo” che le sciolga insieme – tutta colpa del montaggio, forse, ma si sa io odio i montaggi dei film d'azione.

Alla fine Dunkirk risulta essere un documentario realizzato con maestria, eleganza e soprattutto coerenza, e alla fine va bene così, un altro tassello di una carriera impeccale e un bel salto in avanti per chi aveva subito critiche di verosimiglianza scientifica nel Vero Capolavoro Interstellar. Ma è comunque un salto un po' nel buio per chi ambisce a vincere almeno 4-5 Oscar.

mercoledì 16 agosto 2017

La Sicilia compiuta. In latino: perfecta

 Il fatto stringente che la Sicilia sia un'isola presenta nell'opinione comune due tipici pregiudizi:
1.La Sicilia ha un'unica e forte cultura di appartenenza e – forse proprio per questo motivo? - risulta essere chiusa e bigotta.
2.La Sicilia ha una cultura prettamente legata al mare.

Si scoprirà l'acqua calda nel dire che non c'è niente di più sbagliato, eppure provarlo di persona è lievemente sorprendente. E' un po' la storia di Londra e della pioggia, tutti lo sanno che piove sempre, ma in pochi riescono a capacitarsi del numero di volte che siamo costretti a vestirsi e svestirsi del caro k-way.

Capitolo 1: Antonio da Acireale
Nel deserto umano delle prime ore della domenica pomeriggio agostana, approdiamo ai
margini del centro storico di Acireale (da visitare il Duomo, fra parentesi), già duramente colpiti da un caldo ancestrale che ostacola i movimenti e forse anche il pensiero. L'inizio non è entusiasmante – un breve tour sulla costa ionica dove si tuffano i paesi ai piedi dell'Etna, con suggestive scogliere alte e nere, spiagge di ciottoli scuri, e piccoli paesi caotici che si sviluppano su piccole strade cieche dove si ammassano piccole casine senza tetto dalle quali arriva il suono della Motogp, e poi null'altro - ma per fortuna ho in testa l'esperienza salentina, e probabilmente ho in testa anche la famigerata frase del film di Bisio, quella del piangere due volte, e quindi vado sicuro e convinto. Come quando hai mal di testa e aspetti l'effetto dell'Oki. Prima o poi troverai benefici.

Infatti va già meglio a Taormina, oddio mica tanto però: col senno di poi l'esasperazione “commerciale” della comunque bellissima cittadina messinese risulterà un tantino stonata nel contesto siciliano, ma siamo ancora al primo giorno e il main stream ci piace sicuramente più del deserto di rocce laviche. Taormina è curata, organizzata bene, ha lo show horse categorie del Teatro Antico che la traina, è chic ma non snob. Sarebbe perfetta, se non avesse disperso un po' di autenticità...

Di Taormina scopriamo con piacere Isola Bella, che nella gita di terza media ci era stata accuratamente occultata, come tutte le zone di mare del resto!, e scopriamo che, nonostante il caos e nonostante l'antropizzazione estrema del tratto Messina – Catania, qui sussiste una spiaggia libera che invidia poco alle calette delle Riserve naturali.

Da Taormina all'Etna, con il tratto Rifugio Sapienza – Rifugio Montagnola a piedi, calpestando percorsi invisibili formati da tonnellate di sabbia lavica e seguendo i piloni della ben più comoda funivia che ha il grave difetto di presentare prezzi assolutamente impopolari. Pareri personali: per chi non ha gravi problemi di deambulazione, la scalata a piedi è un'esperienza che non ha valore economico. Non c'è tempo né l'attrezzatura per proseguire oltre i 2700 metri, e resta uno dei due grandi rammarici del viaggio (l'altro è la Gola dell'Alcantara).

Capitolo 2: Marcello da Noto
Nè nella riccionesca Taormina né nelle anguste stradine dei paesi che iniziano con Aci,
potevo immaginare che nel Vallo di Noto esistesse, signore e signori, un mondo totalmente diverso. Noto dà l'impressione di un paese rigoglioso che “guida” una valle arida ma stranamente rigogliosa, è una città che ha un passato altisonante ed è un modello urbanistico (la ricostruzione dopo il terremoto del 1693 è stato un caso storico di eccezionale lavoro umano e tecnico). Noto domina la cuspide sud-orientale della Sicilia, ne è l'avamposto e al tempo stesso l'emblema, nel suo splendore Barocco mai eccessivo. Noto domina luoghi, paesi caratteristici e spiagge che è impossibile non ammirare nella loro umile autenticità. Da Scicli alle sagre con cucina a vista (detto altrimenti: un tonno dissezionato e cotto sulla griglia), da Marzamemi alla Riserva di Vendicari.

Menzione speciale per Calamosche e San Lorenzo, due spiagge incontaminate (la prima soprattutto) ma gestite alla perfezione e sorvegliate da personale dell'ente preposto, con acqua cristallina e banchi di pesci che ti serpeggiano fra le gambe.

Noto, inoltre, non ha rifiuti sulle strade. 

In questi giorni “proviamo” la visita anche ad Ortigia e Modica, però non tutte le ciambelle vengono col buco e se i 41 gradi a mezzogiorno di Ortigia ci hanno cappottato; a Modica, che non sapevo essere una città grandissima con almeno tre “centri” di cui due storici, il difficile meccanismo dei parcheggi ci ha impedito di acquistare il classico souvenir cioccolatoso.

Capitolo 3: Francesco da Trabia
Mi hanno chiesto tutti, perché Trabia? Occorreva una posizione equidistante fra Palermo, Cefalù e gli avamposti delle Madonie, ho creduto che Trabia rappresentasse il miglior compromesso possibile, premettendo peraltro che l'autostrada serve benissimo la costa settentrionale, la più “italiana” delle zone siciliane sotto l'aspetto paesaggistico, meno esotico rispetto a un'Agrigento o a una Ragusa qualsiasi. Qui i sospiri storici delle varie dominazioni, araba normanna e poi spagnola, hanno cementificato una forte cultura variopinta che prende tratti da ciascuna di esse: Palermo per la vigilia di Ferragosto si presenta come una città neanche troppo caotica, ma accogliente, simpatica e a tratti piacevolmente tamarra. Della zona si segnala il costo della vita più che onesto (fanno eccezione i ristoranti-palafitta-sul-mare di Cefalù, dove comunque - per dovere di cronaca - in piazza Duomo si può fare un pranzo veloce, 2 tranci di pizza e una birra, a 6 euro). 

Per una giornata di mare non troppo impegnativa, e consapevoli che per la Riserva dello Zingaro partirebbero altri 80 km di macchina, il dito cade su Sferracavallo, più precisamente al Barcarello, un piccolo agglomerato di casette abusive e pescatori ai piedi del Capo Gallo e frequentato da bagnanti locali in fuga dal macello di Mondello. Come per Isola Bella, non si può non apprezzare le acque discretamente cristalline in una zona presidiata da un'urbanistica carnivora, peccato semmai per i rifiuti (anche di vetro, pericolosissimi per i bambini) sulla piccola insenatura di ciottoli e sassolini.

Non fu facile entrare in percezione e comprendere la meravigliosa cultura salentina, in un ambiente fatto di persone tendenzialmente poco sorridenti (che quando ti parlano non ti guardano in faccia) e che vivono in una terra rossa e brulla, circondata dal mare ma senza falde acquifere.
Non è facile farlo con la cultura siciliana, forse non ci riuscirò mai, e va benissimo così. Una terra stratificata, un contenitore ideale di tutte le bellezze e le contraddizioni del nostro sud, che bada poco ai convenevoli, senza arroganza ma per semplice comodità, conservatrice della propria lingua e delle proprie tradizioni, molte delle quali ancorate al credo cattolico, delle sue montagne rudi ed enormi che nessuno s'immagina quanto finché non te le trovi davanti, dell'Etna che arde nella pancia di fuoco vivo da migliaia di anni accendendo lo spirito di un popolo intero, delle sue acque calde e pulite, dei suoi agrumeti, dei suoi anziani che invecchiano bene, o forse invecchiano e basta, e vi posso assicurare che non è così ovvio. 

Certamente meno introversa di altri territori del sud (Sardegna? lo stesso Salento?) e che rispetto ad essi dà l'impressione di vivere un po' meglio. Esatto. Pur nelle ammirevoli diversità interne, e nelle difficoltà logistiche (viabilità, lavoro, clima arido), la Sicilia sembra andare oltre e sembra bastare a se stessa. E' completa, compiuta, finita. Tradotto in latino: PERFECTA.

sabato 7 gennaio 2017

La vigilia di Natale in famiglia, anzi no, nelle famiglie


E' una delle poche ed ultime eredità che mi ha lasciato il Comandante: la vigilia di Natale non in famiglia ma nelle famiglie. Viaggiando su strade vuote e piombando nei cortili freddi e riscaldati solo dalle luminarie annoiate all'ora di cena, o all'ora dell'amaro (che è decisamente una fortuna), bussando ai vetri appannati dal calore interno e presentandosi in soggiorno come Babbo Natale e il suo accompagnatore. Sconquassando finalmente la serata dei bambini che fremevano dalle 3 del pomeriggio. Dalle 3 del pomeriggio del 26 dicembre dell'anno prima, s'intende.

Dieci vigilie di Natale così. Cambiano i luoghi, cambiano le famiglie, cambiano i Babbi Natali. E cambio anch'io, che vedo crescere i bambini di 10 centimetri per volta e le loro reazioni che cambiano di 10 tonalità per volta: dalla paura alla frenesia, dalla simpatia fino alla freddezza.

Per chi è giustamente ancorato alle proprie Tradizioni il gesto è assolutamente inconcepibile e forse addirittura blasfemo. Ma Babbo Natale ha un ruolo designato dall'Alto e qualcuno dovrà pur accompagnarlo. Oh, mica andiamo a divertirci noi!

Babbo Natale entra in casa e avvampa subito di caldo. Non ha bisogno di cercare il bambino o fare chissà che cosa per attirare l'attenzione, perché è lui il protagonista tanto atteso sulla scena, è la guest star della serata, e questa simpatica distrazione scioglie gli astanti, li disinibisce, li svincola dai fastidiosi clichet contenuti nel Manuale del buon parente. Ed è qui, in un'atmosfera sempre dominata da colori caldi, che scatta la scintilla e si respira il vero Focolare domestico: l'odore antico della cucina; lo zucchero a velo spruzzato sulla tovaglia rossa; i vestiti a festa; il rossetto sui biccheri di cristallo; gli addobbi raffinati che luccicano intermittenti seguendo le lucine del presepe e i ben più mortali bicchieri di plastica rossa. L'incredibile azzeramento funzionale della televisione, talvolta tenuta accesa per una semplice variazione cromatica al design. I millemila regali mostruosamente imperanti per i bambinetti e i pacchetti minuscoli per gli adulti – MA CHE SENSO HA FARSI I REGALI DA 5 EURO FRA PARENTI???

Si assiste a un rito familiare più che religioso, un rito che si ripete diverso ma straordinariamente uguale nello spirito in tutte le famiglie, povere e ricche, chi cena alle 7 e chi cena alle 10, ed è nella pura intimità del Focolare domestico che si percepisce la Festa, perché nella Festa ci si raduna tutti nessuno escluso – Unica Notte all'anno - senza pensare all'orologio, al lavoro, a che ora apre il bar e a che ora inizia il film al cinema

Babbo Natale e il suo elfo sorridono volentieri con gli astanti, bevono un bicchierino e si sentono partecipi come fossero dei normalissimi cugini. Di secondo grado, dai. Ammira e condividi tutte queste sfumature di colori rossi e verdi, di tavole piene di pandori farciti o di banali cavallucci induriti, di kiwi o ananas, di spumante dolce o vin santo. Ammira e condividi. 

Non so perché Babbo Natale si sia scelto questo lavoro così usurante, ma so che se volesse potrebbe scrivere un trattato sui significati reconditi di un rito troppo spesso violentato da Forze oscure troppo più grandi di noi, maledette e ineluttabili, che non mi permetterei neanche di nominare. O forse vorrebbe ma non lo scrive per paura di venir licenziato.


martedì 3 gennaio 2017

Lion

LION

Di Garth Davis. Con Rooney Mara, Dave Patel, Nicole Kidman, David Wenham
Voto MyMovies: 3 stelle
Voto Cavalli Selvaggi: 8-

Non “ispirato liberamente a” ma “tratto da una storia vera”, Lion - La strada verso casa è la storia straordinaria e al tempo stesso incredibilmente reale di un bambino indiano che nel 1986 si perde e si ritrova, suo malgrado, in una Calcutta mastodontica e aliena. A 1600 chilometri da casa. Garth Davis fa suo il soggetto e ci trasporta in quei luoghi, dichiarando fieramente che proprio così andarono le cose, che il piccolo Saroo è sopravvissuto nel degrado umano ed urbano di una metropoli del Terzo mondo – un altro mondo, un'altra lingua - e che solo fortuitamente è stato precettato e inserito in un orfanotrofio dove ha iniziato letteralmente un'altra vita - verrà adottato da una famiglia australiana discretamente benestante.

Detto che il film si presenta con un'immediata e ammirevole delicatezza – dalla regia invisibile all'uso dei sottotitoli; dalla colonna sonora appena accennata all'assenza di didascalie -, si rende necessario dividerlo in 2 parti: Saroo piccolo e Saroo grande.

Saroo piccolo è portatore di una carica emotiva devastante che non può non incantare lo spettatore. Silenzio e trasportazione. I sentimenti ci sono ed esplodono in tutto il loro significato ancestrale, recondito, primitivo, benché nessuno, e tanto meno una voce fuori campo (tipica del genere), ce lo venga a spiegare. Su tutti prevale la Solitudine che vola via nel vento dal buio spettrale di una angosciante stazione di periferia alla massa multiforme o anzi informe del caos di Calcutta: da un luogo non-umano a un altro dis-umano. O anche: meglio soli che male accompagnati.

Saroo grande è invece il prevedibile ritorno a casa, con una preparazione che assume toni cupi e inquietanti che saranno stati probabilmente dettati dalla vicenda reale ma che, essendo causati da problematiche psichiche profonde e non sintetizzabili in 30 minuti di girato, finiscono per risultare un tantinello distonanti. Ciò era inevitabile, non lo stesso si può dire dell'interpretazione carica di tensione, estenuante e patetica, che viene data all'indagine su Google Earth, unico momento in cui il filtro narrativo frena bruscamente la delicata visione dello spettatore, inducendolo (con la volontà di farlo?) a farsi tesi interpretative sul finale. Che non servono. 

Perché il lieto fine ci sarà. E, attraverso immagini vere registrate nel 2013 nelle quali si nota peraltro l'allucinante somiglianza fra la Kidman e il suo personaggio, ci sarà pure l'abbraccio vero fra le due madri vere, distruggendo serenamente, una volta per tutte, qualsiasi inutile tentativo di discussione sulle teorie evolutive di Darwin, Malinowski e compagnia cantante.