La Sala dei Grandi della Provincia di
Arezzo è piena all'inverosimile. Come tutti gli anni, del resto.
Bambini, genitori, nonni. Ragazzi in tenuta borghese. Autorità
politiche e autorità ciclistiche. Giornalisti. Ricordi e obiettivi
per la stagione che sta scaldando i motori. Un simpatico e
gradevolissimo siparietto che va in scena non so da quanti anni
ormai, e per tanti di essi vi ho preso parte. Prima come accompagnatore di
mio fratello, quando ancora le istituzioni si potevano permettere di
offrire la cena, un secolo fa. Poi come atleta. Poi come allenatore.
Poi come giornalista.
Il primo articolo su carta stampata da
me pubblicato riguardava proprio la festa provinciale del ciclismo.
Era il 10 febbraio 2011. In realtà era firmato Luca Tritti: ero
entrato come stagista da due giorni e il redattore che lo impaginò
non mi conosceva nemmeno. (A parte l'umiliazione, ho comunque un aneddoto da
raccontare ai nipoti).
E ora? Ora non lo so perché ci vengo, ma sono qui.
C'è l'Elena, una che col ciclismo
prova strenuamente a vivere. Lei insiste, io ho mollato. Lei racconta
le storie del ciclismo. Ha imparato da Nicola, lui che racconta
storie nobili per corse nobili, lui che prima raccoglie i suoi
Soldati e gli dice di guidare la bici anche con la testa, e poi via,
scatenate l'inferno!, si trasforma nella Voce della battaglia.
C'è Antonio il presidente. Un
presidente operaio, il ciclismo dev'esser fatto dagli operai. Con tre
figli grandicelli, di cui due ciclisti, inseguiti in giro per il
mondo. Le domeniche pomeriggio al centro commerciale, queste
sconosciute.
E poi, più o meno composti nelle
sontuose sedie, loro. Gli atleti. Giovani, giovanissimi. Hanno perso
tutti un pomeriggio buono per allenarsi (il tempo costa più dell'oro
nella vita del ciclista-studente), ma ci sono. C'è Davide, un
campione italiano from via dell'Ulivo. Ci sono Andrea e Daniele, loro
in bacheca hanno una maglia bianca e amaranto. Ma, ragazzi
ascoltatemi, c'è tutta una vita davanti per vincere altre maglie. Io la mia
l'ho vinta che avevo già smesso di correre, 23 giugno 2013, Appiano
Gentile.
Ci sono anche le ragazzine, una curiosa
novità rispetto ai miei tempi. Veronica e Sofia, Giulia e Angelica.
Letizia e tutte le altre della nuova squadra. Che passano con
apparente disinvoltura dai primi vestitini del sabato sera alle
antiestetiche calzemaglie della mattina dopo.
Ché la calzamaglia, poi, è una
condanna. L'ho sempre odiata. Un'intercapedine da carcerati fra il
nostro motore umano e la natura.
Quanto cazzo è meravigliosa la prima sensazione del vento sulle ginocchia quando arriva aprile?
Quanto cazzo è meravigliosa la prima sensazione del vento sulle ginocchia quando arriva aprile?
Ci sono poi tutti i dirigenti storici del nostro ciclismo. Dal Ciampi al grande Beppone, dal Casucci detto Pilo ai due Roberti e i due Franceschi. Il Carnasciali. C'è Fabio e c'è Luca. Uno al quale poteva piacere solo l'incessante scorrere delle ruote perché non sta mai fermo.
C'è anche Daniele Tortoli, in un
video-ricordo di Fabrizio Biondi (li ho intervistati tutti e due,
tiè). C'è Alfredo, attraverso un messaggio etere lanciato sullo
schermo. Alfredo, lui. Il nome basta, come per Dante Alighieri.
Poi, più su, sugli scranni, siedono le
autorità. Ma le autorità non mi ispirano.
Accanto a me, invece, siede un signore
sui 75 anni, accento valdarnese. Pian piano che la manifestazione
procede, si avvicina a me.
Tu in che squadra corri?
E perché hai smesso?
E lei, la ragazza, correva anche lei?
Vedo però che c'è un bel movimento di
ragazzini giovani.
Poi all'improvviso prende una borsa
nera da sotto la sedia. L'apre. Sfila una vecchia foto impolverata e
ci soffia sopra.
“Questa è una foto del 1947 della
squadra dell'Aquila di Montevarchi. Son venuto fin qui per incontrare
vecchi compagni che non rivedo da anni”. Si guarda attorno. “Ma
mi sa che son tutti morti”.


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