venerdì 14 febbraio 2014

C'è tutta una vita davanti per vincere altre maglie

La Sala dei Grandi della Provincia di Arezzo è piena all'inverosimile. Come tutti gli anni, del resto. Bambini, genitori, nonni. Ragazzi in tenuta borghese. Autorità politiche e autorità ciclistiche. Giornalisti. Ricordi e obiettivi per la stagione che sta scaldando i motori. Un simpatico e gradevolissimo siparietto che va in scena non so da quanti anni ormai, e per tanti di essi vi ho preso parte. Prima come accompagnatore di mio fratello, quando ancora le istituzioni si potevano permettere di offrire la cena, un secolo fa. Poi come atleta. Poi come allenatore. Poi come giornalista.

Il primo articolo su carta stampata da me pubblicato riguardava proprio la festa provinciale del ciclismo. Era il 10 febbraio 2011. In realtà era firmato Luca Tritti: ero entrato come stagista da due giorni e il redattore che lo impaginò non mi conosceva nemmeno. (A parte l'umiliazione, ho comunque un aneddoto da raccontare ai nipoti).

E ora? Ora non lo so perché ci vengo, ma sono qui.

C'è l'Elena, una che col ciclismo prova strenuamente a vivere. Lei insiste, io ho mollato. Lei racconta le storie del ciclismo. Ha imparato da Nicola, lui che racconta storie nobili per corse nobili, lui che prima raccoglie i suoi Soldati e gli dice di guidare la bici anche con la testa, e poi via, scatenate l'inferno!, si trasforma nella Voce della battaglia.
C'è Antonio il presidente. Un presidente operaio, il ciclismo dev'esser fatto dagli operai. Con tre figli grandicelli, di cui due ciclisti, inseguiti in giro per il mondo. Le domeniche pomeriggio al centro commerciale, queste sconosciute.

E poi, più o meno composti nelle sontuose sedie, loro. Gli atleti. Giovani, giovanissimi. Hanno perso tutti un pomeriggio buono per allenarsi (il tempo costa più dell'oro nella vita del ciclista-studente), ma ci sono. C'è Davide, un campione italiano from via dell'Ulivo. Ci sono Andrea e Daniele, loro in bacheca hanno una maglia bianca e amaranto. Ma, ragazzi ascoltatemi, c'è tutta una vita davanti per vincere altre maglie. Io la mia l'ho vinta che avevo già smesso di correre, 23 giugno 2013, Appiano Gentile.
Ci sono anche le ragazzine, una curiosa novità rispetto ai miei tempi. Veronica e Sofia, Giulia e Angelica. Letizia e tutte le altre della nuova squadra. Che passano con apparente disinvoltura dai primi vestitini del sabato sera alle antiestetiche calzemaglie della mattina dopo.
Ché la calzamaglia, poi, è una condanna. L'ho sempre odiata. Un'intercapedine da carcerati fra il nostro motore umano e la natura.

Quanto cazzo è meravigliosa la prima sensazione del vento sulle ginocchia quando arriva aprile?

Ci sono poi tutti i dirigenti storici del nostro ciclismo. Dal Ciampi al grande Beppone, dal Casucci detto Pilo ai due Roberti e i due Franceschi. Il Carnasciali. C'è Fabio e c'è Luca. Uno al quale poteva piacere solo l'incessante scorrere delle ruote perché non sta mai fermo.

C'è anche Daniele Tortoli, in un video-ricordo di Fabrizio Biondi (li ho intervistati tutti e due, tiè). C'è Alfredo, attraverso un messaggio etere lanciato sullo schermo. Alfredo, lui. Il nome basta, come per Dante Alighieri.

Poi, più su, sugli scranni, siedono le autorità. Ma le autorità non mi ispirano.

Accanto a me, invece, siede un signore sui 75 anni, accento valdarnese. Pian piano che la manifestazione procede, si avvicina a me.
Tu in che squadra corri?
E perché hai smesso?
E lei, la ragazza, correva anche lei?
Vedo però che c'è un bel movimento di ragazzini giovani.
Poi all'improvviso prende una borsa nera da sotto la sedia. L'apre. Sfila una vecchia foto impolverata e ci soffia sopra.
“Questa è una foto del 1947 della squadra dell'Aquila di Montevarchi. Son venuto fin qui per incontrare vecchi compagni che non rivedo da anni”. Si guarda attorno. “Ma mi sa che son tutti morti”.

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