A proposito di Davis
Di Joel Coen ed Ethan Coen. Con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, Ethan Phillips, Robin Bartlett.
Voto MyMovies: 4 stelle
Voto Cavalli Selvaggi: 7-
Peccato. Peccato, davvero, che un
prodotto dalle potenzialità devastanti non riesca a decollare. A
proposito di Davis (che non è la traduzione di “About Davis”,
come si potrebbe pensare, ma di Inside Llewyn Davis) è un film
“circolare” e un po' claustrofobico ambientato nei sobborghi di
New York nell'inverno del 1961. Il protagonista spiccatamente
coeniano è questo Davis, giovanotto che prova a fare il cantante
folk nell'epoca in cui il folk deve ancora essere inventato (o più
precisamente “commercializzato”) da Bob Dylan. È un perdente, un
vero loser, che riassume in sé in appena sette giorni di vita tutta
la sfiga possibile che abbia mai ricevuto l'archetipo artistico del
perdente. Non mi piace mai analizzare i film spacchettizzando
personaggi e situazioni secondo le strutture tipiche dei manuali, ma
in questo caso sono i Coen stessi, in un micidiale dialogo fra Llewin
e la donna che lui ama, che lo dicono chiaramente al pubblico.
Pubblico che uscirà dalla sala fra qualche sbadiglio e qualche
domanda di troppo sul finale. Veniamo al punto: è evidente che il
film fatichi a spiccare il volo, nonostante gli ottimi presupposti.
Musica, tanta musica live; dialoghi memorabili; personaggi bizzarri,
al limite della macchietta, ma sicuramente efficaci. Eppure non ci si
smuove da lì, dalla fastidiosa sensazione di dover per forza tifare
un Oscar Isaac che in realtà non fa niente per meritarsi il nostro
sostegno; dalle innumerevoli scene di performances musicali che,
invece di suscitare pathos, alla fine risultano stancanti. Perché?
Perché i Coen decidono di puntare la camera fissa sul cantante e di
propinarci la canzone dall'inizio alla fine, senza stacchi senza
volteggi registici, estraniando così il momento artistico-catartico
dallo scorrere della vita là fuori. Una scelta azzardata ma voluta,
e per questo giustificabile.
Detto ciò, allora, potrebbe essere
voluto anche il fatto che il film non decolli mai. A ben guardare,
infatti, nella scena più intensa e più struggente, Davis si
esibisce anima e cuore davanti a un potente manager di Chicago e qui
lo spettatore pensa che finalmente ci sarà la svolta, che finalmente
i piedi si staccheranno da terra. E invece il manager, che pur appare
rapito dalla musica come noi, dopo alcuni lunghissimi secondi di
silenzio, commenta secco: “Non ci si fanno i soldi co' sta roba”
(agghiacciante che in sala molti trovino il coraggio di ridere, è
una scena dannatamente seria mica seghe, basterebbe solo questo
dettaglio per capire chi sono i fratelli Coen). Ciò avviene a metà
della narrazione circa, e qui il film riatterra goffamente a terra
per non rialzarsi mai più. Anzi, per tornare al punto di partenza
(letteralmente).
Per tirare le somme: capiamo le intenzioni dei Coen, e per certi versi le apprezziamo pure, ma a volte le sole intenzioni non bastano. Forse si voleva più semplicemente fare un mega tributo a Bob Dylan, tratteggiando cinicamente il perdente (Davis) per mettere in risalto le doti del vincente (Dylan), che guarda caso appare in scena nel momento in cui l'altro ne esce in modo indegno, preso a calci da un vecchio. Chissà.
Rimarcato che mi sarei aspettato
qualche movimento di camera in più, colpisce la particolarissima
fotografia, che sembra sfumare i contorni, come se fosse stata
realizzata applicando il comunissimo filtro “dilata” di
Photoshop.

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