venerdì 21 febbraio 2014

Alex e Carolina, l'ultima favola che ci resta



Alex è di Vipiteno, Carolina di Bolzano. Vipiteno e Bolzano, Bolzano e Vipiteno: 66 chilometri nel Sud Tirol, 66 chilometri in un mondo troppo distante dall'Italia, eppure italiano.

Alex marcia, Carolina pattina. Alex si allena da dicembre a settembre; Carolina da agosto ad aprile. Alex deve sempre avere un contatto col terreno, Carolina deve decollare dal terreno e roteare sospesa nell'aria. 
Sono fuoriclasse di due sport dove regna l'Equilibrio: Alex gioca con l'equilibrio temporale del piede destro che stacca nel momento in cui il sinistro lo appoggia al terreno; Carolina gioca con l'equilibrio spaziale di reggersi su una gigantesca lastra di ghiaccio grazie a una sottilissima e millimetrica lama. Spazio e tempo, tempo e spazio. Centesimi di secondo e millimetri. Vite ancora relativamente brevi, ma già consumate, prosciugate dalla continua – incessante – inesorabile esasperazione delle due dimensioni. Spazio e tempo
Alex passa un terzo delle sue giornate a marciare, destro sinistro, destro sinistro. Immerso nella Natura. Carolina passa un terzo delle sue giornate su quell'ovale di ghiaccio artificiale, in un ambiente chiuso, spettrale, senza spettatori. Lontana dalla Natura.

Nel 2008 Alex e Carolina si incontrano e decidono di condividere le rispettive fredde solitudini.

Nel pieno dell'ardore fra i due amanti e nel caldo umido di Pechino – un'altra Galassia rispetto al freddo secco di Vipiteno – Alex vince la sua medaglia d'oro ai Giochi olimpici. Riesce là dove Carolina aveva prima fallito, troppe pressioni troppe attese in quel di Torino, e dove poi fallirà, a Vancouver, il destino dell'eterna promessa, del talento già sprecato, della campionessa incompiuta.
A Torino come a Vancouver, due cadute. Fisiche.

Il 30 luglio 2010 Alex si ritira dalla 50 km degli Europei di Barcellona. Problema muscolare, sì. Ma c'è dell'altro, un qualcos'altro che all'epoca non fece notizia.

Da due anni non riesco più a gioire. Una gara così, con un minimo di condizione, l'avrei dominata. In questo sport devi essere umile, avere voglia di spaccare il mondo, ma per me dopo i Giochi è tutto scontato. Non mi diverto più. Se arrivo secondo è già una delusione. Devo rispettare chi è qui e fatica, così non va bene. Devo pensarci. E ancora: Non è un problema fisico, ma ho la sensazione che il mio corpo faccia di tutto per non fare fatica.

Il 6 agosto 2012 il mondo cade addosso ad Alex, e questa sì che fu notizia.
A Barcellona come a Londra, due cadute. Morali.
Quante metafore c'abbiamo costruito attorno alla parola caduta, vero?

Carolina, dirà lei, non s'è mai accorta di nulla. Alex e Carolina non si misero insieme per sconfiggere le rispettive solitudini, si misero insieme affinché le solitudini si consolassero a vicenda.
Ma, comunque, per quanto ne sappiano i cronisti di due comunissimi fidanzatini che viaggiano anni luce distanti dalla movida e dal gossip, in giro si dirà che Carolina non abbandona mai Alex.

Se ami qualcuno decidi di stargli accanto. Non mi sono chiesta se fosse facile o difficile perché era una cosa che sentivo spiega lei a Panorama.

Il 20 febbraio 2014 Carolina vince la sua prima medaglia olimpica. Riesce là dove il suo ormai ex fidanzato non era riuscito: rialzarsi dalle cadute. Come se prima non potesse spiccare il volo, come se il fardello del suo compagno le impedisse di decollare e la imprigionasse a terra. 

Come se solamente ora avesse imparato dai suoi errori, guardandoli nel volto sofferente di lui.

Eppure oggi il mondo reale sembra essersi dimenticato di questa storia, di questa favola. Il mondo reale, per bocca di Wikipedia, ci dice che Alex Schwazer è ancora fidanzato con Carolina Kostner. 





Mentre sulla pagina di Carolina Kostner non c'è alcuna traccia di Alex Schwazer.









Ma noi sappiamo che la storia è un'altra. Wikipedia fottiti.

Londra 2012, cerimonia di apertura dei Giochi. Aldo Grasso scrive su Il Corriere della Sera: Di fronte a simili manifestazioni bisogna diventare un po’ bambini, lasciarsi trasportare, credere anche alle favole. Perché, in fondo, l’Olimpiade è l’ultima favola moderna che ci resta”.

lunedì 17 febbraio 2014

A proposito di Davis

A proposito di Davis

Di Joel Coen ed Ethan Coen. Con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, Ethan Phillips, Robin Bartlett.
Voto MyMovies: 4 stelle
Voto Cavalli Selvaggi: 7-

Peccato. Peccato, davvero, che un prodotto dalle potenzialità devastanti non riesca a decollare. A proposito di Davis (che non è la traduzione di “About Davis”, come si potrebbe pensare, ma di Inside Llewyn Davis) è un film “circolare” e un po' claustrofobico ambientato nei sobborghi di New York nell'inverno del 1961. Il protagonista spiccatamente coeniano è questo Davis, giovanotto che prova a fare il cantante folk nell'epoca in cui il folk deve ancora essere inventato (o più precisamente “commercializzato”) da Bob Dylan. È un perdente, un vero loser, che riassume in sé in appena sette giorni di vita tutta la sfiga possibile che abbia mai ricevuto l'archetipo artistico del perdente. Non mi piace mai analizzare i film spacchettizzando personaggi e situazioni secondo le strutture tipiche dei manuali, ma in questo caso sono i Coen stessi, in un micidiale dialogo fra Llewin e la donna che lui ama, che lo dicono chiaramente al pubblico. 

Pubblico che uscirà dalla sala fra qualche sbadiglio e qualche domanda di troppo sul finale. Veniamo al punto: è evidente che il film fatichi a spiccare il volo, nonostante gli ottimi presupposti. Musica, tanta musica live; dialoghi memorabili; personaggi bizzarri, al limite della macchietta, ma sicuramente efficaci. Eppure non ci si smuove da lì, dalla fastidiosa sensazione di dover per forza tifare un Oscar Isaac che in realtà non fa niente per meritarsi il nostro sostegno; dalle innumerevoli scene di performances musicali che, invece di suscitare pathos, alla fine risultano stancanti. Perché? Perché i Coen decidono di puntare la camera fissa sul cantante e di propinarci la canzone dall'inizio alla fine, senza stacchi senza volteggi registici, estraniando così il momento artistico-catartico dallo scorrere della vita là fuori. Una scelta azzardata ma voluta, e per questo giustificabile. 

Detto ciò, allora, potrebbe essere voluto anche il fatto che il film non decolli mai. A ben guardare, infatti, nella scena più intensa e più struggente, Davis si esibisce anima e cuore davanti a un potente manager di Chicago e qui lo spettatore pensa che finalmente ci sarà la svolta, che finalmente i piedi si staccheranno da terra. E invece il manager, che pur appare rapito dalla musica come noi, dopo alcuni lunghissimi secondi di silenzio, commenta secco: “Non ci si fanno i soldi co' sta roba” (agghiacciante che in sala molti trovino il coraggio di ridere, è una scena dannatamente seria mica seghe, basterebbe solo questo dettaglio per capire chi sono i fratelli Coen). Ciò avviene a metà della narrazione circa, e qui il film riatterra goffamente a terra per non rialzarsi mai più. Anzi, per tornare al punto di partenza (letteralmente).

Per tirare le somme: capiamo le intenzioni dei Coen, e per certi versi le apprezziamo pure, ma a volte le sole intenzioni non bastano.  Forse si voleva più semplicemente fare un mega tributo a Bob Dylan, tratteggiando cinicamente il perdente (Davis) per mettere in risalto le doti del vincente (Dylan), che guarda caso appare in scena nel momento in cui l'altro ne esce in modo indegno, preso a calci da un vecchio. Chissà.

Rimarcato che mi sarei aspettato qualche movimento di camera in più, colpisce la particolarissima fotografia, che sembra sfumare i contorni, come se fosse stata realizzata applicando il comunissimo filtro “dilata” di Photoshop.

venerdì 14 febbraio 2014

C'è tutta una vita davanti per vincere altre maglie

La Sala dei Grandi della Provincia di Arezzo è piena all'inverosimile. Come tutti gli anni, del resto. Bambini, genitori, nonni. Ragazzi in tenuta borghese. Autorità politiche e autorità ciclistiche. Giornalisti. Ricordi e obiettivi per la stagione che sta scaldando i motori. Un simpatico e gradevolissimo siparietto che va in scena non so da quanti anni ormai, e per tanti di essi vi ho preso parte. Prima come accompagnatore di mio fratello, quando ancora le istituzioni si potevano permettere di offrire la cena, un secolo fa. Poi come atleta. Poi come allenatore. Poi come giornalista.

Il primo articolo su carta stampata da me pubblicato riguardava proprio la festa provinciale del ciclismo. Era il 10 febbraio 2011. In realtà era firmato Luca Tritti: ero entrato come stagista da due giorni e il redattore che lo impaginò non mi conosceva nemmeno. (A parte l'umiliazione, ho comunque un aneddoto da raccontare ai nipoti).

E ora? Ora non lo so perché ci vengo, ma sono qui.

C'è l'Elena, una che col ciclismo prova strenuamente a vivere. Lei insiste, io ho mollato. Lei racconta le storie del ciclismo. Ha imparato da Nicola, lui che racconta storie nobili per corse nobili, lui che prima raccoglie i suoi Soldati e gli dice di guidare la bici anche con la testa, e poi via, scatenate l'inferno!, si trasforma nella Voce della battaglia.
C'è Antonio il presidente. Un presidente operaio, il ciclismo dev'esser fatto dagli operai. Con tre figli grandicelli, di cui due ciclisti, inseguiti in giro per il mondo. Le domeniche pomeriggio al centro commerciale, queste sconosciute.

E poi, più o meno composti nelle sontuose sedie, loro. Gli atleti. Giovani, giovanissimi. Hanno perso tutti un pomeriggio buono per allenarsi (il tempo costa più dell'oro nella vita del ciclista-studente), ma ci sono. C'è Davide, un campione italiano from via dell'Ulivo. Ci sono Andrea e Daniele, loro in bacheca hanno una maglia bianca e amaranto. Ma, ragazzi ascoltatemi, c'è tutta una vita davanti per vincere altre maglie. Io la mia l'ho vinta che avevo già smesso di correre, 23 giugno 2013, Appiano Gentile.
Ci sono anche le ragazzine, una curiosa novità rispetto ai miei tempi. Veronica e Sofia, Giulia e Angelica. Letizia e tutte le altre della nuova squadra. Che passano con apparente disinvoltura dai primi vestitini del sabato sera alle antiestetiche calzemaglie della mattina dopo.
Ché la calzamaglia, poi, è una condanna. L'ho sempre odiata. Un'intercapedine da carcerati fra il nostro motore umano e la natura.

Quanto cazzo è meravigliosa la prima sensazione del vento sulle ginocchia quando arriva aprile?

Ci sono poi tutti i dirigenti storici del nostro ciclismo. Dal Ciampi al grande Beppone, dal Casucci detto Pilo ai due Roberti e i due Franceschi. Il Carnasciali. C'è Fabio e c'è Luca. Uno al quale poteva piacere solo l'incessante scorrere delle ruote perché non sta mai fermo.

C'è anche Daniele Tortoli, in un video-ricordo di Fabrizio Biondi (li ho intervistati tutti e due, tiè). C'è Alfredo, attraverso un messaggio etere lanciato sullo schermo. Alfredo, lui. Il nome basta, come per Dante Alighieri.

Poi, più su, sugli scranni, siedono le autorità. Ma le autorità non mi ispirano.

Accanto a me, invece, siede un signore sui 75 anni, accento valdarnese. Pian piano che la manifestazione procede, si avvicina a me.
Tu in che squadra corri?
E perché hai smesso?
E lei, la ragazza, correva anche lei?
Vedo però che c'è un bel movimento di ragazzini giovani.
Poi all'improvviso prende una borsa nera da sotto la sedia. L'apre. Sfila una vecchia foto impolverata e ci soffia sopra.
“Questa è una foto del 1947 della squadra dell'Aquila di Montevarchi. Son venuto fin qui per incontrare vecchi compagni che non rivedo da anni”. Si guarda attorno. “Ma mi sa che son tutti morti”.

domenica 2 febbraio 2014

The wolf of Wall Street


The wolf of Wall Street

Di Martin Scorsese; con Leonardo Di Caprio, Johan Hill, Matthew McConaughey, Margot Robbie, Kyle Chandler.
Voto MyMovies: 4 stelle
Voto Cavalli Selvaggi: 6+

Ennesima prova della premiata ditta Scorsese-Di Caprio, la maratona di eccessi racchiusa in The wolf of Wall Street nasce e finisce con l'obiettivo lampante di regalare un assist a porta vuota per l'ex biondino del Titanic. Adesso, il gol all'Accademia di Hollywood dovrebbe essere facile come un rigore senza portiere.

The wolf è il monologo biografico dell'ascesa al successo di Jordan Belfort, broker senza scrupoli, creatosi dal nulla e al nulla destinato, che trascorre le sue giornate truffando milioni di clienti, ma soprattutto scopando e drogandosi a più non posso. La polpa del film è piena di continue perversioni – stucchevoli e senza limite. Sono il modo per somatizzare il precario equilibrio di un ambiente lavorativo dove notoriamente chi si rilassa collassa, ma anche un modo per tratteggiare con toni esasperati la “masturbazione finanziaria” (termine non mio) alla quale è destinato chi maneggia giorno e notte i fili delle piccole speranze dei piccoli investitori. 

L'incipit con Matthew McConaughey (che Di Caprio osserva come il bambino de Il sesto senso osserva Bruce Willis) è forse il miglior momento di tutte le tre ore, ed è anche il punto zero della carriera di Jordan. La versione Jordan-in-ascesa occupa poi 5 minuti, e i restanti 170 sono tutti dedicati al Jordan-già-ricco-sfondato, in cui narrativamente non succede nulla, ma è un frenetico vortice di eccessi che si ripetono e si inseguono. Un motore imballato, un motore masturbato. E Scorsese è bravo, con le sequenze schizofreniche e il montaggio “aggressivo”, a esprimere lo spirito malato di questo mondo pieno di cocainomani e puttane. 

Tutto bene, quindi. Tutto bene finché non si avverte un fastidioso velo grottesco che – non so perché – stona. Mi riferisco alle estenuanti scene delle serate brave, al viaggio a Londra e quello che ivi succede, alle lunghe e quantomai inutili litigate con la moglie super-figa. Lo scopo evidentemente era quello di immergerci dentro la testa di Jordan, dandoci in pasto le perversioni più recondite a cui possa ambire un essere umano, ma alla lunga – e tre ore di film semi-porno sono infinite – si ha quasi la nausea. Troppo rumoroso, troppo esagerato, troppo tutto. Un bel film, se fosse durato 60 minuti in meno.