domenica 24 novembre 2013

Mister! Mister! Matteo non respira!


Dall'Amiata narrano che "era troppo contento per aver fatto gol, ha fatto un'esultanza che... boh, non saprei nemmeno io come definirla". Poi giù, a terra. Sull'erba. Esanime. Un grido di gioia infinita stroncato dall'Infinito.

Dietro c'è tutto. La passione, il gioco, lo sport, lo sport che a quell'età lo fai quasi per inerzia, o perché ti ci spediscono i genitori o perché lì sono i tuoi amici, c'è la sveglia presto la domenica mattina, le speranze, le docce insieme, le piccole malizie, le piccole gioie. I sorrisi e le delusioni. I genitori in tribuna che berciano e quelli a casa perché devono seguire le gesta di un altro figlio. Arbitri cornuti e allenatori frustrati. L'importanza del defibrillatore e la sua inutilità in casi come questi.  Dietro c'è il viaggio disperato da Foiano ad Abbadia San Salvatore, un'ora di macchina o forse più con la morte nel cuore.

Quello che c'è dietro lo puoi solo immaginare. 
E se sei un giornalista lo devi fare, con un grande e doloroso sforzo. L'ho saputo presto, così en passant, nel giro consueto delle telefonate della domenica, l'ho saputo molto prima del lancio de La Nazione. Poi ci ho lavorato sopra, trascorrendo una soleggiata domenica pomeriggio di inizio inverno al buio dello studio. Fra ansie e scoraggiamenti. Fra sincera tristezza e un briciolo di "ma chi me lo fa fare". Chiamo un dirigente del Foiano quando è già buio, è in macchina, con lui ci sono i genitori e l'allenatore. Dio lo benedica, è lui stesso - il dirigente - a richiamarmi un'ora più tardi. Il mister si fa passare il telefono e rievoca quei 5 minuti di tragedia. Mister! Mister! Matteo non respira! Sembra voglia sfogarsi, o semplicemente è molto gentile.

Riattacco, non prima di avergli detto: "Un forte abbraccio a tutto lo staff e ai ragazzi del Foiano".
Silenzio, sospensione. Un sospiro.
Io, al suo posto, non so neanche se avrei risposto.
Invece lui si lascia andare a un estremo moto di educazione, come se il lutto rendesse tutti più fratelli, come se il lutto impedisse di mandare a cagare un rompicoglioni che disturba il dolore.
"Ok. Grazie. A risentirci".

Quello che c'è dietro lo puoi solo immaginare.


domenica 17 novembre 2013

L'ultima ruota del carro



L'ultima ruota del carro
Di Giovanni Veronesi; con Elio Germano, Ricky Memphis, Alessandra Mastonardi, Sergio Rubini, Alessandro Haber.
Voto MyMovies: 3 stelle e 1/2
Voto Cavalli Selvaggi: 6 e 1/2 




Presupposto: la commedia all'italiana è un genere nobile. Pensare che sia un genere facile (da fare e da guardare) non solo è sbagliato, ma è anche deleterio perché si arriva al punto in cui secondo l'opinione comune basta un'ambientazione nella vita normale e una famiglia normale per fare una normale commedia italiana. Con L'ultima ruota del carro, Giovanni Veronesi riesce - o di riffa o di raffa - a fare una vera commedia all'italiana.

La spinta propulsiva del film è la vita reale di tale Ernesto Fioretti, che oggi 17 novembre 2013 vive a Roma e fa l'autista di Veronesi e altri registi. La trama non è "ispirata liberamente a", la trama è - almeno stando a quanto detto da Fioretti stesso - ancorata alla sua vita per filo e per segno, da bambino a nonno. E' lui l'ultima ruota del carro, persona normalissima con un'esistenza normalissima dalla cui prospettiva "bassa" ci apprestiamo ad osservare i piccoli grandi eventi storici degli ultimi 40 anni, dall'omicidio Moro alla caduta di Berlusconi. 

C'è un po' di tutto a dire il vero, Paolo Villaggio e i Mondiali 82, la Roma di Batistuta e Gianni Agnelli, un'accozzaglia di cui non sempre se ne capisce il significato, il tutto mescolato alla condotta quotidiana di Ernesto che prima si sposa e ripudia il padre per un lavoro fisso, poi ripudia anche il lavoro fisso e si mette in proprio come autotrasportatore, poi entra nel mondo fascinoso e pomposo della politica, e infine torna a fare l'autotrasportatore. Qui invece un senso sembra esserci: spesso nei film gli ultimi sono dei poveretti sfigati che alla fine o si riscattano o finiscono in vera disgrazia, a seconda dei casi; qui gli ultimi invece sono ultimi dall'inizio alla fine, sono persone neutrali (quasi dei non-personaggi), sì consapevoli della loro amena vita ma non troppo intelligenti per esserne felici. Ma se ad interpretare dei non-personaggi arrivano Sergio Rubini, Alessandro Haber e Elio Germano (magistrale la sequenza di lui al volante che imita Berlusconi), allora si capisce bene che il film si fa piacere per la recitazione corale di tutti che sfiora quasi l'eccellenza.

Studiata bene anche la fotografia, più che discreta la regia. Pecca semmai un po' la sceneggiatura, banalotta e dal respiro affannoso (soprattutto nella prima parte dove scappa anche qualche sbadiglio), ma ovviamente questo è il limite più evidente in una commedia che dichiaratamente è ancorata a un'esistenza vera. E, del resto, personalmente apprezzo Veronesi più come regista che non come sceneggiatore. Nel finale ci si abbandona - forse giustamente - a sprazzi di pura retorica italiota, e la scena conclusiva non ha nulla a che vedere con il celeberrimo e celebrato Verdone in Manuale d'amore 2 (nonostante la piacevole presenza di Elisa). Ma tutto sommato la storia prende. Prende sul serio.

Metti che stasera io muoio

Facciamo un giochino. Metti che stasera io muoio.

Innanzitutto questo sarebbe l'ultimo post di Cavalli selvaggi e, visto l'argomento, avrei grosse chances di finire dritto dritto a Studio Aperto. Farebbero vedere nel servizio lo screen di questa pagina, e Salvo Sottile con il sopracciglio incazzato ci vedrebbe dietro qualcosa di losco.
Il link del post, del resto, sarebbe anche l'ultima cosa da me pubblicata in vita su Facebook, e anche qui la tragica coincidenza solleverebbe lo spirito melanconico dei romanticoni da social (spero pochi nei miei confronti), la razza di utenti che deve trovare ogni giorno una vittima da piangere per poi scordarsene immediatamente il giorno dopo.

Passiamo alle cose un pelo più serie. Tutti i miei incartamenti conservati gelosamente nello studio verrebbero bruciati (magari non subito, magari fra qualche anno) dai miei genitori. Quaderni, appunti scolastici, ricordi d'infanzia. Letterine d'amore. La speranza, perlomeno, è che non perdano tempo a leggerli. I libri no, quelli forse verrebbero perdonati della grave colpa di occupare spazio inutilmente. Ma nessuno sa che in mezzo a essi c'è un romanzo di Stefano Benni autografato, un cimelio che forse fra 50 anni - quando Benni sarà considerato il più grande scrittore italiano del post-moderno - varrà qualcosina in più del valore di copertina. E menomale che almeno adesso non ho in casa biglietti di concerti (nel 2012 tenni per sei mesi quelli per i Coldplay, l'inverno scorso quelli per Jovanotti, tutti rigorosamente nascosti...).

Lato informatico, e qui la situazione diventa ancor più seria. Premesso che in estate ho perso tutto il contenuto del mio hard disk (la frittata è già fatta, ahinoi), resta il problema degli account e delle varie info trasmesse via etere. Nessuno infatti conosce le password, che comunque conservo in un angolo nascosto della casa. L'account Gmail verrebbe chiuso automaticamente solo fra 2 o 3 anni, ingolfato da comunicati stampa, pubblicità di alberghi, newsletter di partiti politici, agenzie di lavoro, Groupon. Per fortuna l'account Virgilio è già vicino al collasso, quello Yahoo è morto da quel dì. Probabilmente perderei anche le due lire che tengo all'Unicredit e alle Poste italiane: i miei genitori, ammesso e non concesso che se ne ricorderanno, dovrebbero recuperare i vari pin (impresa impossibile: non li so nemmen'io, la mia mano destra li digita automaticamente per inerzia), e in seconda istanza recarsi agli uffici di competenza con in mano certificato di morte ed espletare tutte gli adempimenti noiosi del caso. Credo che sarebbe più conveniente rinunciarvi.
Che dire dell'account Facebook: il giorno che farò il testamento, scriverò sottolineato in rosso shoking che per prima cosa voglio che venga eliminato il mio profilo. Ma entro stasera non penso di scriverlo, quindi nessuno sa di questo desiderio, e la mia pagina continuerebbe a vivere pubblicando video fake e mettendo mi piace fasulli. Purtroppo, testamento o non, non potrò evitare che qualcuno venga a curiosare nella cronologia messaggi. Twitter, invece, faccia quello che vuole. 



Ma, prima ancora di sbrigare tutte le pratiche, i miei familiari si affannerebbero per farmi il funerale cattolico che io non voglio. Più volte ho espresso questa mia volontà, ma ho il fondato timore che mia mamma avesse sempre pensato che io scherzassi. 

C'è poco da ridere, se nemmeno tua madre sa cosa vuoi fare dopo la morte.

sabato 9 novembre 2013

Alle 4 for de Porta

Un tempo giocavamo a Snake sui nostri 3310, vestivamo le felpe della Lonsdale, e la domenica pomeriggio ci radunavamo tutti alle 4 "for de Porta".

"Vieni in pae?Se sì,fammi1sqillo".
 
Il rito irrinunciabile delle domeniche pomeriggio in paese, ogni santa domenica da ottobre a maggio, dalle 4 alle 7. Un rito che conteneva altri riti: la merenda dal Porcini, le chiacchiere al Cassero, le imboscate (nel senso di "andarsi a imboscare", non nel senso che arrivavano i carabinieri) nei vicoli. Gli intrallazzi al buio dei Pini. I pettegolezzi, le fughe, le storie di paese. Era una stupenda caccia al tesoro continua. E il Regirò, udite udite, apriva anche di pomeriggio!
Un tempo, ora non più.
Castiglion Fiorentino, Corso Italia, 3 novembre 2013, ore 16:58
Questa foto è stata scattata dall'amico Marco Di Dato (che ringrazio per averla concessa) alle 5 del pomeriggio di una delle prime domeniche propriamente invernali.
Il cuore pulsante di Castiglioni non batte più. Morto.
Guardate quest'immagine per 20 secondi: angoscia, desolazione, desertificazione.
Personalmente anche un brivido di orrifica preveggenza, visto che all'indomani del dissesto mi spinsi con noncuranza a descrivere uno scenario apocalittico molto simile. Ma, in fin dei conti, io volevo solo esorcizzare il timore che accadesse. E invece, eccoci qua.

Potremmo star qui a discutere sul dissesto, sui progetti di valorizzazione sociale e culturale, sul turismo; potremmo urlare che Castiglioni è piena di vitalità, che le iniziative non mancano (ed è vero), che l'associazionismo qui è un vanto; potremmo riempirci la bocca di tante belle parole assolutamente vacue.
Ma io mi chiedevo altre cose: se le iniziative sono tante, allora perché fuggiamo via? Perché pretendiamo che altri vengano, se poi noi per primi non viviamo la città? Cosa vogliamo in più di quello che una città di 15mila abitanti riesce ad offrire? Aveva forse ragione Ligabue con la storiella di Eddy Merckx?

venerdì 1 novembre 2013

Le Iene dal sangue dolce

Con il suo stile e il suo linguaggio ha fatto la storia della tv anni 00, e considero Davide Parenti semplicemente un genio. Le Iene sono state l'eccezione che conferma la regola, la dimostrazione che può esistere una controcultura dei mass-media. Un metodo rivoluzionario di fare televisione: il cinismo spietato dei servizi d'inchiesta mixato al sarcasmo di certe rubriche mai banali.

Qualcosa, però, si è incrinato nelle ultime due stagioni.
La luce abbagliante della retorica mediatica ha accecato Ilary Blasi e co.
Il primo sintomo: i pipponi qualunquisti di Brignano. Il secondo sintomo: il tam-tam fin troppo stuccoso sul famigerato metodo di cura Stamina. Il terzo: le immagini di agnelli con due teste fatte vedere di sfuggita nell'ambito di un servizio sull'inquinamento dei rifiuti tossici nella campagne di Napoli.

Tre indizi fanno una prova, e la prova del 9 è stata la puntata di martedì scorso. Nell'ordine: una marchetta a Checco Zalone (peraltro protagonista di una performance abulica); un servizio di Giulio Golia sulla carne di delfino servita nei ristoranti; l'ennesima crociata di Nadia Toffa contro i pedofili; uno scoop servito sul piatto da un giornalista che evidentemente ha voluto farsi un po' di promozione; ancora uno stancante excursus su Stamina; il finto-sordo che rappresenta un'altra delle millemila truffe ai danni dell'Inail e che si trova in qualsiasi report di televisioni locali.
Nel finale si salva l'eroico Enrico Lucci, forse l'unico esempio rimasto di Vera Iena.

Non ne conosciamo i motivi (c'entra qualcosa l'auditel?), ma certo Le Iene hanno perso il cinismo, l'irriverenza, la crudezza. Divergendo addirittura verso una "tv di militanza", dove i messaggi e le buone novelle si susseguono. Insomma, Le Iene si sono addolcite.

Forse agli spettatori piace così.
Ma voi ve lo immaginate Tim Roth che nel mezzo del film si alza in piedi e dice "andiamo ad uccidere quel ristoratore che serve carne di delfino!"?