mercoledì 17 agosto 2022

E' tutto esattamente come prima. Solo un po' più forte

E poi, mentre scendiamo in corteo verso la chiesa del Rivaio, riprovo la stessa, identica, indicibile sensazione del 2016: apro la bocca per cantare, o anche solo per urlare qualcosa, ma non riesco. Le corde vocali sono tese come un nerbo. Dure come corde di marmo.

[Luglio 2020. È un sabato pomeriggio e al Ceriolo fa un caldo boia. Ci ospita la famiglia Baldoni: tanti bambini vengono a farci visita, per una passeggiata a cavallo o semplicemente per giocare in compagnia, qualche genitore è preoccupato per gli assembramenti, ma quasi tutti ci ringraziano. Col Redi, il Brillo e altri volenterosi arrangiamo una cena da più di cento persone correndo di qua e di là. Ma chi ce lo fa fare? Perché non siamo andati in piscina oggi?]
 
La mattina mi sveglia la suoneria del telefono. Sono neanche le 8. Eccoci, è sceso un fantino. Acchiappo di scatto il telefono, nel petto tum tum tum, ma leggo “Diletta Sguerri”. Luca ce l’hai due biglietti? Accidenti a te e alla tua iperattività, penso. Impasto qualche parola amara e asciutta. E trascino le gambe al bagno. Due occhi gonfi ma sorprendentemente lucidi. Per la 18esima volta negli ultimi cinquanta giorni mi passa un lampo nel cervello, è il rimbombo del mortaretto delle 18:45, lo vedo schizzare dentro la pupilla.
 
[Ottobre 2020. Ci troviamo dopo cena alla stalla. Io, il Brillo e il Barba. Facciamo presto ché scatta il coprifuoco. È passata un’estate senza Palio, ne passerà anche un’altra ma, anche se ovviamente non lo sappiamo, è già troppo così. Mi raccontano, con parole calme. Fuori è freddo e tira vento. La Festa, le cene, la musica, i canti, la bellezza del Palio, stasera, appartiene a un altro mondo. Ascolto e prendo appunti.]
 
Alla stalla c’è il classico silenzio della domenica mattina. Solo il rumore dei ventilatori. Chi dice qualcosa lo fa solo per dar fiato alla bocca. Ogni parola, adesso, è superflua. Conosco un solo un rimedio per queste situazioni: camminare. Vado a piedi da Paolo Faralli, gli restituisco biglietti e incassi, e poi gli consegno un foulard giallorosso che avevo recuperato in fondo a un cassetto, reperto di qualche rappresentanza. Luca non me lo sento più, mi scrive in quel momento la Martina. Mi fermo sotto Porta Fiorentina aggeggiando col telefono tra le mani. Che cazzo rispondo ora. Questo è il nostro treno, se non lo prendiamo è solo perché ci dimentichiamo di salire.
 
[Giugno 2021. Il sabato dopo il non-Palio, alle 4 del mattino, una ventina di rintronati si danno appuntamento al valico del Belvedere della Montanina per un trekking alla luce dell’alba in mezzo al bosco. Basta così.]
 
Il pranzo del Palio è da Gegè che, per l’occasione, ha allestito una stanza intera con addobbi giallorossi. Sembra una festa, e forse non hanno tutti i torti, perché questa effettivamente è la nostra Festa e io una botta di adrenalina così intensa e al tempo stesso così lunga non credevo di poterla mai sentire sulla mia pelle smorta, mi sono commosso prima delle Gare e manca poco piango per la benedizione ai cavalli, è tutto così incredibilmente vero, tre anni di riunioni su zoom, riunioni clandestine, cene, cenini, corse in autostrada, mentre la vita va avanti come niente fosse, mentre a casa c’è chi ti aspetta e che pazienta con amore; tre anni dove un libro ha provato a immortalare i ricordi, ma i ricordi quelli veri e quelli immortali eccoli qui, dannazione, e i libri sì, adesso li puoi anche bruciare; tre anni dove tutto può cambiare e invece ti svegli la mattina e ti accorgi che niente è cambiato, è tutto esattamente come prima.
Solo un po’ più forte.
Francesco interrompe i miei slanci.
Io vado a letto.
Ma dove vai, sono quasi le tre e fra un po’ inizia la sfilata.
Io vado a letto, non mi rompete i coglioni.
 
[Ottobre 2021. Muore mio nonno. Mio nonno muore venerdì e la domenica c’è la Scalata al Sant’Egidio di cui sono, volente o nolente, il direttore di gara. Non posso eclissarmi, fra chiamate dalla camera ardente ed iscrizioni prese durante l’omelia funebre, spero che mio nonno mi perdoni, ma in quelle ore difficili c’è chi offre il proprio aiuto, come il Barba e come tutti gli altri ragazzi che poi la domenica mattina si presentano all’alba per darmi una mano. L’hanno data a Porta Romana, ma è come se l’avessero data a me. E io non lo dimenticherò.]
 
Francesco riappare al rione poco prima delle 5, appare scosso e scompigliato. Ma lo siamo un po’ tutti in realtà. La sfilata è già passata da piazza del Collegio quindi ci incamminiamo nella direzione opposta, sperando di incrociare i nostri figuranti prima della fine del percorso. Presidente e vicepresidente, esauriti nelle fibre ma con una carica dentro che potrebbero arrivare a corsa in vetta al Sant’Egidio nonostante i 30 gradi e passa, fianco a fianco nei vicoli, nell’attesa, mentre si sta per compiere il loro destino. Sarebbe una bella scena da serie tv, peccato che lui non faccia altro che borbottare del mal di stomaco. Arriviamo in San Francesco appena in tempo. Francesco inizia ad applaudire a tutti. Dal primo dei tamburini fino all’ultima delle dame. Applaudo anche io, sono sereno. Sono sereno perché questo è l’unico posto al mondo dove vorrei essere ora. A Dio piacendo, succeda quel che succeda.
 
[Marzo 2022. Causa impegni di forza maggiore devo saltare il Cenino dei 100 giorni. Sono dispiaciuto e mi sento in colpa. Però cerco di convincermi che sia un sacrificio utile alla causa. È morto il Gigi, è morta la mamma di Stefano e della Luisa. Al lavoro sono esplosi i voucher. La primavera ci fagocita. Carlo scende. La Gioconda si infortuna. È un periodo difficile e alzando la testa davanti, talvolta, si apre una voragine. Non posso far altro che tenerla bassa e pedalare. Alex, quella sera, mentre sono in macchina sulla variante di valico diretto verso un rifugio sperduto nei pressi di Lavarone, mi manda un audio.
“Credo che sia arrivato anche il nostro momento”.
Lo conservo questo vocale, gli rispondo.]

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