E poi, mentre scendiamo in corteo verso la chiesa del Rivaio,
riprovo la stessa, identica, indicibile sensazione del 2016: apro la bocca per
cantare, o anche solo per urlare qualcosa, ma non riesco. Le corde vocali sono
tese come un nerbo. Dure come corde di marmo.
[Luglio 2020. È un sabato pomeriggio e al Ceriolo fa un
caldo boia. Ci ospita la famiglia Baldoni: tanti bambini vengono a farci
visita, per una passeggiata a cavallo o semplicemente per giocare in compagnia,
qualche genitore è preoccupato per gli assembramenti, ma quasi tutti ci
ringraziano. Col Redi, il Brillo e altri volenterosi arrangiamo
una cena da più di cento persone correndo di qua e di là. Ma chi ce lo fa fare?
Perché non siamo andati in piscina oggi?]
La mattina mi sveglia la suoneria del telefono. Sono neanche
le 8. Eccoci, è sceso un fantino. Acchiappo di scatto il telefono, nel petto tum
tum tum, ma leggo “Diletta Sguerri”. Luca ce l’hai due biglietti? Accidenti a
te e alla tua iperattività, penso. Impasto qualche parola amara e asciutta. E
trascino le gambe al bagno. Due occhi gonfi ma sorprendentemente lucidi. Per la
18esima volta negli ultimi cinquanta giorni mi passa un lampo nel cervello, è
il rimbombo del mortaretto delle 18:45, lo vedo schizzare dentro la pupilla.
[Ottobre 2020. Ci troviamo dopo cena alla stalla. Io, il
Brillo e il Barba. Facciamo presto ché scatta il coprifuoco. È passata
un’estate senza Palio, ne passerà anche un’altra ma, anche se ovviamente non lo
sappiamo, è già troppo così. Mi raccontano, con parole calme. Fuori è freddo e
tira vento. La Festa, le cene, la musica, i canti, la bellezza del Palio, stasera,
appartiene a un altro mondo. Ascolto e prendo appunti.]
Alla stalla c’è il classico silenzio della domenica mattina.
Solo il rumore dei ventilatori. Chi dice qualcosa lo fa solo per dar fiato alla
bocca. Ogni parola, adesso, è superflua. Conosco un solo un rimedio per queste
situazioni: camminare. Vado a piedi da Paolo Faralli, gli restituisco biglietti
e incassi, e poi gli consegno un foulard giallorosso che avevo recuperato in
fondo a un cassetto, reperto di qualche rappresentanza. Luca non me lo sento
più, mi scrive in quel momento la Martina. Mi fermo sotto Porta Fiorentina aggeggiando col
telefono tra le mani. Che cazzo rispondo ora. Questo è il nostro treno, se non
lo prendiamo è solo perché ci dimentichiamo di salire.
[Giugno 2021. Il sabato dopo il non-Palio, alle 4 del
mattino, una ventina di rintronati si danno appuntamento al valico del
Belvedere della Montanina per un trekking alla luce dell’alba in mezzo al bosco.
Basta così.]
Il pranzo del Palio è da Gegè che, per l’occasione, ha
allestito una stanza intera con addobbi giallorossi. Sembra una festa, e forse
non hanno tutti i torti, perché questa effettivamente è la nostra Festa e io
una botta di adrenalina così intensa e al tempo stesso così lunga non credevo
di poterla mai sentire sulla mia pelle smorta, mi sono commosso prima delle
Gare e manca poco piango per la benedizione ai cavalli, è tutto così
incredibilmente vero, tre anni di riunioni su zoom, riunioni clandestine, cene, cenini, corse in autostrada, mentre la vita va
avanti come niente fosse, mentre a casa c’è chi ti aspetta e che pazienta con amore; tre anni dove un libro ha provato a immortalare i ricordi, ma i
ricordi quelli veri e quelli immortali eccoli qui, dannazione, e i libri sì, adesso li puoi anche
bruciare; tre anni dove tutto può cambiare e invece ti svegli la mattina e ti accorgi che niente è cambiato, è tutto
esattamente come prima.
Solo un po’ più forte.
Francesco interrompe i miei slanci.
Io vado a letto.
Ma dove vai, sono quasi le tre e fra un po’ inizia la
sfilata.
Io vado a letto, non mi rompete i coglioni.
[Ottobre 2021. Muore mio nonno. Mio nonno muore venerdì e la
domenica c’è la Scalata al Sant’Egidio di cui sono, volente o nolente, il
direttore di gara. Non posso eclissarmi, fra chiamate dalla camera ardente ed
iscrizioni prese durante l’omelia funebre, spero che mio nonno mi perdoni, ma
in quelle ore difficili c’è chi offre il proprio aiuto, come il Barba e come
tutti gli altri ragazzi che poi la domenica mattina si presentano all’alba per
darmi una mano. L’hanno data a Porta Romana, ma è come se l’avessero data a me.
E io non lo dimenticherò.]
Francesco riappare al rione poco prima delle 5, appare
scosso e scompigliato. Ma lo siamo un po’ tutti in realtà. La sfilata è già
passata da piazza del Collegio quindi ci incamminiamo nella direzione opposta,
sperando di incrociare i nostri figuranti prima della fine del percorso. Presidente
e vicepresidente, esauriti nelle fibre ma con una carica dentro che potrebbero
arrivare a corsa in vetta al Sant’Egidio nonostante i 30 gradi e passa, fianco
a fianco nei vicoli, nell’attesa, mentre si sta per compiere il loro destino.
Sarebbe una bella scena da serie tv, peccato che lui non faccia altro che borbottare
del mal di stomaco. Arriviamo in San Francesco appena in tempo. Francesco inizia ad
applaudire a tutti. Dal primo dei tamburini fino all’ultima delle dame.
Applaudo anche io, sono sereno. Sono sereno perché questo è l’unico posto al
mondo dove vorrei essere ora. A Dio piacendo, succeda quel che succeda.
[Marzo 2022. Causa impegni di forza maggiore devo saltare il
Cenino dei 100 giorni. Sono dispiaciuto e mi sento in colpa. Però cerco di
convincermi che sia un sacrificio utile alla causa. È morto il Gigi, è morta la
mamma di Stefano e della Luisa. Al lavoro sono esplosi i voucher. La primavera
ci fagocita. Carlo scende. La Gioconda si infortuna. È un periodo difficile e
alzando la testa davanti, talvolta, si apre una voragine. Non posso far altro
che tenerla bassa e pedalare. Alex, quella sera, mentre sono in macchina sulla
variante di valico diretto verso un rifugio sperduto nei pressi di Lavarone, mi
manda un audio.
“Credo che sia arrivato anche il nostro momento”.
Lo conservo questo vocale, gli rispondo.]

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