Ho visto Strappare lungo i bordi di Zerocalcare e ho visto E’ stata la mano di Dio di Sorrentino. La stessa sera. La stessa sera di inizio inverno, aggiungo. Il primo, Zerocalcare, è un po’ una sorpresa del mainstream, nel senso che molti di coloro che ne parlano oggi – ivi compreso il sottoscritto! – non lo avevano mai considerato prima. Il secondo, Sorrentino, anche lui c’era arrivato a sorpresa, nel mainstream, con un Oscar inaspettato e forse forse anche immeritato, e poi lì è rimasto perché un Oscar vale per sempre.
Sono piaciuti entrambi, con favori pressoché unanimi di critica e pubblico.
Direte: cosa ci chiappa il romanesco di Zerocalcare con il napoletano di Sorrentino?
Rispondo: solo due cose. Ma significative.
La prima si sbologna in scioltezza: Netflix (e fanno di tutto per farlo sapere allo spettatore, devo specificare mio malgrado).
La seconda, bè, la seconda ha a che fare con Maradona, Max Pezzali, gli zaini Invicta, Postalmarket, Freddie Mercury, il Game Boy, Cristina D’Avena. Ha a che fare con quella cosa che la lingua portoghese identifica con un termine ripreso – in passato più che oggi - con malcelato velo sarcastico: la saudade.
Ho sempre creduto che si trattasse di un normale ciclo socio-antropologico: considerando che 1) gli adulti, in quanto adulti, padroneggiano i mezzi di comunicazione e che 2) tutti gli adulti hanno nostalgia della propria gioventù, ne deriva che nell’attualità tutto l’apparato culturale di 2-3 decenni fa risulti migliore di quello di oggi. Proprietà transitiva nuda e cruda. Negli anni 90 celebravamo gli anni 60. Oggi celebriamo gli anni 80 e 90.
Ma… è tutto qui?
Guardo Zerocalcare e non posso non immedesimarmi nel protagonista, un giovanotto volenteroso ma inconcludente e vagamente inetto (chi ha definito la serie animata “La coscienza di Zero”, parafrasando quindi il capolavoro di Italo Svevo, ha centrato il bersaglio) che annichilisce la sua vita presente in quanto ancorato al passato. Un passato fatto di ricordi adolescenziali, sigarette all’intervallo, trilli di Msn, due di picche e episodi di vita vissuta più o meno scabrosi che – condivisi con un cartone animato dagli occhi ingenui - ci fanno stare bene perché esorcizzano i mostri che abitano ancora nella nostra buffa testolina.
Guardo Sorrentino e non posso non immedesimarmi nel protagonista, un
ragazzino che ama il Napoli e Maradona più della propria madre e che dice di voler fare il regista anche se in vita sua ha visto “due o tre film”. I miti di una generazione, che sono diversi nel nome ma alla fine tutti uguali fra di loro, eletti a un qualcosa di divino, di trascendentale, che persistono mentre la vita piena di lunedì mattina scorre noiosa, persistono cambiando connotati e assumendo contorni sempre più vividi, più colorati, più saturi.
Zerocalcare e Sorrentino sono due artisti consapevoli e intelligenti. Sanno maneggiare la loro rispettiva materia. Parlano entrambi di un percorso personale. Di un percorso personale completato, finito. Ma parlano anche di un percorso sociale (nel primo caso mettendo in mostra un’accezione politica dichiarata seppur a tratti contraddittoria – e mi riferisco ai continui omaggi “capitalisti” a papà Netflix), ed è qui che si eleva il valore dell’arte. Nel fotografare un momento e renderlo universale.
Il momento in cui un'ampia fetta di popolazione è rimasta invischiata nelle viscere dei propri giorni felici o che abbiamo creduto essere felici (la differenza, credetemi, è sostanzialmente invisibile) partecipando a una saudade collettiva (ancora) inconsapevole.
Mi son chiesto a volte se passeremo la nostra vita a rimpiangere gli anni precedenti all’avvento della Rete (non nascondiamoci dietro un dito: il discrimine fra un prima e un dopo si chiama Internet, chi lo nega vive su Marte). Ma poi mi son sempre risposto di no. O perlomeno ci speravo. Zerocalcare e Sorrentino, ahiloro, mi hanno convinto del contrario. Chissà se avranno ragione. Ne riparleremo fra trent’anni, davanti a un gin tonic (quello sì, non morirà mai).


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