martedì 21 aprile 2020

Che differenza c'è fra una mezza maratona e un Negroni?

L'ultima volta che ho corso su strade “lontano” da dove abito era inizio marzo, il giorno successivo al decreto del “tutti-a-casa” il più memorabile di tutti gli interventi di Conte. Ho girato alla zona industriale facendo i 2000, prima e (probabilmente?) volta in vita mia, peraltro registrando parziali che (probabilmente!) rimpiangerò per sempre. Dev'essere il destino, pensai, dev'essere il destino che ti fa andare forte quando non conta, oppure è la doverosa punizione della dea Olimpia verso chi fa sport non-responsabilmente. Quella sera non c'era un'anima, per le strade grigie e asettiche della periferia castiglionese.



Nel maggio 2008 piovve 19 giorni di fila. Così è, se vi pare. Poco o tanto, brevi temporali o pioggerellina plumbea autunnale, ma per 19 giorni consecutivi non mollò il colpo. Eravamo in ritiro a Terranuova e, se così non vi pare io non ci posso far niente ma vi giuro che è vero, in quel periodo mi svegliavo di soprassalto, di notte, con il terrore di sentire le gocce sul tetto. E, spesso, il terrore era reale. Avevamo i rulli nel garage che fungeva anche da sede e da officina, eppure li evitavamo come la peste. Un giorno di quelli beccai il temporale sul Faeto mentre facevo Sfr, ero tipo alla terza ripetuta, mi ricordo come fosse ora i quadricipiti duri come il marmo sui quali scorrevano le goccioline, zigzagando veloci fra i bulbi turgidi della pelle d'oca. Tornai subito in ritiro, il Polar segnò a malapena 37 chilometri.



Ho continuato a correre, a casa. Dentro il posticcio e direi burocratico raggio dei 200 metri, ma talvolta anche fuori, seppur di poco, seppur su mulattiere e sentieri campestri. Sono pienamente consapevole che il “buon senso” non rappresenti né un alibi né un'attenuante, e del resto non ha alcun senso fornire delle giustificazioni. Semplicemente ho fatto due conti: un tapis roulant mi sarebbe costato più di cento gin tonic (facciamo 200, se consideriamo i gin tonic casalinghi quarantena style). Non c'è ridere né scandalizzarsi, la dea Olimpia lo sa: spero di non banalizzare troppo da dover irritare i santoni della preparazione atletica, ma in fondo in fondo la corsa e il gin sono solo forme diverse dello stesso processo che avviene nella nostra buffa testolina. Il rilascio di endorfine.



Nel febbraio 2005 nevicò. Al quarto giorno senza bici, ormai rassegnato ad attendere anche il quinto in preda a una crisi di nervi incalcolabile, feci un giro ad Arezzo con i miei genitori. Obi e Ipercoop, che lusso. A metà pomeriggio, mentre tornavamo, all'Olmo spuntò un pallido sole decadente. Mi si illuminarono gli occhi. Non c'era bisogno di fare calcoli con l'orologio, ero già all'epoca super allenato nel sapere quante ore di luce restassero prima del tramonto, e decisi che 50 minuti di allenamento sarebbero stati più che sufficienti. Nella fretta però mi vestii a cazzo, il tempo-a-neve delle ultime 96 ore aveva ghiacciato le correnti d'aria, e faceva talmente freddo che dopo 15 chilometri alzai bandiera bianca. Indecorosamente.



Correre per stare meglio. Correre per essere felici. Correre per dimagrire. Correre per mangiare di più. Per superare i colleghi di lavoro, per gonfiare il petto sui social, per sconfiggere i demoni interiori. Alzare le ginocchia, elevarsi da terra, saltare verso il cielo. Sembra di volare, per un attimo infinito. Ma è solo un fottuto equivoco. Un dannatissimo palliativo, sì, ma un palliativo di cui abbiamo bisogno. C'è tutto e niente, come è nella natura beffarda e paradossale di qualsiasi palliativo, in questa stupida corsa “per-nessun-dove” ai laghetti dello zuccherificio o nelle stradine del Giuncheto, mai così affollate dai tempi in cui i miei antenati ci “mangiarono” il vescovo.



Tirli, provincia di Grosseto, agosto 2009. In preda a una crisi di tosse, al termine della leggera salitella che porta al paesino maremmano, fermo la bici sulla sinistra all'ombra di un albero. Più avanti quattro vecchietti giocano a carte al tavolo di un circolino Arci. Tossisco secco e sudo freddo. La mia “carriera” agonistica finisce lì. Colpito e affondato dalla suina (citazione non casuale).



Siamo partiti deridendo il cinese che a inizio febbraio si era sciroppato una maratona in camera da letto e siamo arrivati con estrema nonchalance, e assolutamente in versione all the world, alle corse sulle scale; all'everesting fra piano terra e piano notte; all'ironman in giardino.

Nel mezzo il dramma umano di una categoria, professionisti amatori e ragazzini, che è costretta a tutto pur di ingoiare la propria pastiglia benedetta, snaturando il concetto stesso di sport, preso a calci, storpiato, deturpato. Sui rulli come sopra un tappeto, che scorre all'indietro e cazzo il fatto che scorra proprio all'indietro dovrebbe spiegare tutto!, il “correre per nessun-dove” durante la quarantena sale di livello, dal senso metaforico a quello letterale. 

In un mare di sudore e tossine che impregnano gli ambienti di casa (con viva pace delle condizioni igieniche, eh), il muoversi da fermo violenta le sensazioni visive, uditive, olfattive del nostro cervello, che normalmente con il moto all'aria aperta gode della reazione della natura al passaggio dell'uomo, e viceversa.

Il muoversi da fermo deprime le nostre aspirazioni ancestrali, negando il principio di libertà inteso come libertà di movimento.

Il muoversi da fermo è tutto ciò che odiavamo da bambini.


E allora chi ce lo fa fare, e allora perché insistere, e allora perché non metabolizzare i valori mentali e le capacità fisiche maturati con l'allenamento sportivo, perché non far vedere agli amici del divano cosa abbiamo imparato correndo d'inverno, al buio, sotto la pioggia?

Perché qualcosa dovremmo aver pur imparato, vero?, e sennò che differenza ci sarebbe fra una mezza maratona e un Negroni?

domenica 5 aprile 2020

L'ambizione epica e il coraggio storico di The Crown

In uno dei primi episodi della terza stagione di The Crown, il vulcanico Filippo, marito della regina Elisabetta, fa realizzare un documentario televisivo sulla Famiglia Reale con l'intenzione di mostrare a tutto il popolo inglese la routine quotidiana di Palazzo e avvicinare così la gente comune alla vita dei Windsor, in un periodo storico di crescente disaffezione. 
“Il popolo vi ha visto come delle persone normali, her majesty” dice non-ricordi-chi a Elisabetta II dopo la messa in onda, “ma è proprio questo il punto: la gente NON vuole vedervi normali. Il popolo ha bisogno di sentirvi diversi, di un altro livello”. Ha bisogno di avvertire l'affascinante e misterioso alone di sacralità che vi circonda. E' il senso dell'istituzione, è la fede in chi questa istituzione non solo la rappresenta ma la incarna, in pelle, ossa e spirito.
Senza neanche pensarci un secondo in più, la regina fa distruggere la registrazione.

Questo siparietto, simpatico e metacinematografico, è probabilmente il più significativo di tutta la serie, la chiave di volta che scardina i meccanismi ben oliati di una delle produzioni Netflix in assoluto più riuscite (insieme a Narcos e Stranger things) che si basa sulla ricostruzione coraggiosa e ambiziosa della storia del regno di Elisabetta II. Per tornare all'episodio di prima, sarei curioso di sapere come Lei abbia reagito oggi, 50 anni dopo, all'uscita di The Crown: non ho approfondito la cosa, pare che si sia espressa molto banalmente con il suo famigerato “silenzio assenso” (su cui furbescamente gli autori insistono molto anche nella finzione della serie...), eppure la sceneggiatura entra nel cuore della Famiglia Reale, scava con martello e scalpello nel profondo dei suoi personaggi, sia nel bene che nel male, con tono ora drammatico, ora da soap opera e ora comedy – si vedano gli imprevedibili e apprezzati momenti fra il comico e il sarcastico, come le freddure di Filippo o l'elegante irriverenza di Anna. 

Ne viene fuori in quadro tratteggiato “a tutto tondo”, disegnato in una grande tavolozza di diverse prospettive, dalle quali emerge in 3D il dramma umano di chi è vittima del proprio personaggio, di chi deve annullare la propria individualità in nome dell'identità del proprio ruolo. Un ruolo che implica il dovere ancestrale di inchinare la propria testa al cospetto dell'Istituzione. Un ruolo che non è solo pubblico, ma è culturale, societario, antropologico, storico. Il che, vogliate scusarmi se sento il bisogno di specificarlo, pone questo tipo di personaggi su un livello ben diverso dagli attori, dalle modelle o dai calciatori. Benché riempiano tutti le stesse pagine dei giornali di gossip. L'argomento non solo è predominante ma è a tratti totalizzante, tanto da ambire a presentarsi al pubblico inglese e mondiale con intento pedagogico o, per certi versi, addirittura epico. In questo senso sono memorabili alcuni monologhi e dialoghi, per i quali non ho alcuna notizia su quanto siano più o meno attinenti alla realtà.

Da Filippo che si vede annientare le sue aspirazioni perché “il tuo lavoro è Lei”, riferito alla regina ovviamente; ad Elisabetta stessa secondo cui “la miglior strategia è sempre quella di chiudere un occhio”; alla regina madre che, con totale nonchalance, dichiara più volte che il compito dei Reali è “quello di non fare e dire niente pubblicamente, anche il minimo cenno o gesto sarebbe già una presa di posizione, e i Reali non possono permetterselo. Non fare niente è l'unica cosa da fare, ed è anche la più difficile di tutte”.

La serie, diretta da svariati nomi che mantengono sempre un livello di regia pulito e senza voli pindarici, ha anche il grande merito di affidarsi ad attori oltre che bravissimi anche incredibilmente assomiglianti agli originali, sia nei gesti (encomiabile lo studio sulle espressioni facciali di Elisabetta, che ne evidenziano la proverbiale risolutezza, soprattutto perché si ripetono identici in due attrici diverse!) che nelle posture, e in questo senso l'attore che fa Carlo è micidiale. 
Non colpisce la fotografia, troppo didascalica in queste luci dilatate che entrano dai finestroni a ogni ora del giorno, come se Buckingham Palace fosse un castello fiabesco; molto bene invece la sceneggiatura che non solo è ben calibrata fra eventi storici e aneddoti privati, ma che riesce a ritagliare segmenti di vita significativi e mai banali. Come la lunga scena dell'approccio fra Margaret e Tony e quella, più avanti, dell'acquisto del costume da bagno; o del dolore collettivo della tragedia di Aberfan; oppure ancora il breve “esilio” di Carlo in Galles.

venerdì 3 aprile 2020

Sono tutti miei compagni di banco (Omaggio a Radio 105)

Non credo di avere il benché minimo primato come centocinquista, neanche quello di centocinquista migliore di Castiglioni, visto che in cima alla classifica resiste, inarrivabile, il caro Nico Bonanni. Ma ho surfato su queste frequenze fm un numero di ore sufficiente a definirmi un affezionato spettatore. Beh sì, ascoltatore.

A Radio 105 sono arrivato passando da RIN – Radio Italia Network – la radio di Los Cuarenta, Fabiola, Toni H e Lady Helena. Toni-Toni Acca! E che ne sanno i 2000, dannazione. A caratteri cubitali, RIN, scritto con la penna nera, sia sul banco di scuola che sulla scrivania di casa, dove la radio stereo mugugnava per tutto il pomeriggio. Le equazioni venivano meglio. Non esiste più, lo stereo. È un peccato. Altri 5 o 6 anni e sarebbe diventato oggetto d'antiquariato. 

Insomma, a quel tempo (come direbbe la Bibbia), a 105 si viveva lo scambio mattina-pomeriggio fra i due Marchi del network giallo, Mazzoli & Galli, un passaggio epocale e per certi versi rischioso che la storia ha però decretato rivelarsi assolutamente vincente. Ho quest'immagine in testa, del Soldato Inverno da Ciclista: la camera da letto fredda, triste e un po' spenta, alle due del pomeriggio; il vento che muove le avvolgibili color verde ramato; la necessità di spogliarmi e indossare la calzamaglia nera col fondello slavato; la forza di volontà da trovare in chissà quale pertugio del mio cervello, per uscire in bici. In tasca, il walkman con le cuffie. E le scenette dello Zoo, che perlomeno mi facevano ridere. Sarebbe poetico scrivere adesso che la conversione a 105 passò dalle risate lugubri quella stanza umida e grigia. In realtà fu complice RIN, che inspiegabilmente si sarebbe autodistrutta da lì a breve, e fu complice mia mamma, a cui piacevano le barzellette mattutine di Tutto esaurito. Tutte le mattine, in macchina, alle 7:50, mentre passavamo di fronte alla stazione per andare al liceo.

Mentre guido, mentre corro, mentre pedalo. La radio è un compagno di banco. La radio ti ascolta. Ti capisce. La radio non è esclusiva, né perentoria, la radio non ha fretta e non ha spazi bianchi ma non per questo prevarica, anzi. Lascia campo, consente di fare ciò che stavi facendo pur mantenendo la propria presenza. Con costanza e fedeltà. La radio è complice. La radio è empatica. La radio è antica, forse per qualcuno obsoleta, eppure è rivoluzionaria, perché è gratuita, è universale, è multitasking. Conserva insomma i tre caratteri più attuali e forse più eterni che non si può. La radio è (ancora) libera, o comunque più libera della televisione. La radio è la storia di chi la fa, in tuta e maglietta, senza il respiro affettato di chi deve tenere le spalle dritte e gli zigomi tirati, ma con la dizione buona e il timbro preferibilmente attraente (due doti che mi sono totalmente sconosciute, e forse in tutto ciò c'è anche un po' di sana e innocente invidia), e che ti strizza l'occhiolino con l'intimità fisica e mentale di un caro vecchio amico. Ecco, sì. La radio è intima.

Ricordo la puntata dello Zoo che fece imbestialire gli animalisti, era il gennaio del 2009, e io mi stavo allenando a Civitella.
Ricordo Alessandro Cattelan, l'eccellente Cattelan, inventore – nel suo piccolo – di un nuovo format radiofonico. Le sue interviste mentre andavo all'Università a Perugia, oppure il giorno in cui mandò in onda Vivere una vita di Mannarino, oppure quando lesse il mio messaggio nel quale gli riferivo l'ottima recensione di mio babbo al suo libro. “Mai mi sarei aspettato di colpire gli uomini sopra i 50 anni”, disse al microfono.
Ricordo Marco Galli, la sua storia, il suo carisma, la sua capacità di creare un qualcosa che la mattina, magari col ghiacchio fuori, magari devastato dal sonno, ti fa venire voglia di salire in macchina e respirare aria di famiglia. Un giorno lanciò il contest “Se tornassi indietro, cosa faresti di diverso nella tua vita”: non sono mai riuscito a dimenticarmi di uno dei tanti messaggi ricondivisi in diretta. “Se tornassi indietro, farei un figlio appena mi sarebbe possibile, invece di aspettare di ammalarmi di tumore”.
Ricordo Ross e Tony, che per ovvi motivi ho perso di... udito (un po' come è successo per il pomeridiano Dj Giuseppe, che se n'è andato all'improvviso dandomi la più grossa delusione dopo quella dell'abbandono di Cattelan), e ricordo quella mattina in cui – mentre salivo il San Pancrazio al ritorno da una distanza – scherzarono sulle sorelle Bronte e sul pistacchio, come se non sapessero che il cognome delle due scrittrici deriva proprio da lì, dal paesino siciliano.

Il “ritorno” di Fabiola; l'ascesa più che meritata di Max Brigante, capace di farsi amico centinaia di ospiti di un certo livello, e sempre molto generoso nel rispondere ai direct. E poi ancora i bravissimi Autogol; la musica di tendenza di Jake La Furia; il gradito avvento di Annie Mazzola e i sottovalutati Paolino & Martin, con le loro rubriche fra le più apprezzate di sempre, dal Siamo ancora qua al Mistery Weekend. E poi SimoJ, Lidia, Valeria Stoppelli, Carlotta Quadri – mi perdonerà se credo che il programma con Costanzo abbia un po' appiattito le sue doti. 
Mentre guido, mentre corro, mentre pedalo: loro sono tutti miei compagni di banco.

(Ritengo però che sia il momento di spedirmi i gadget vinti ad ottobre, non credete?)