La sveglia suona presto e suona forte.
Balzo dal letto e ho una strana sensazione euforica che mi
percuote. Scendo giù, passo davanti alla finestra, è buio pesto. Mi
scaldo il latte (il caffè è già fatto, siano lodati i babbi delle
5) e mi sforzo di fare colazione: quattro wafer Loacker al cacao. 13
chilometri a corsa barra camminata non sono tanti, ma sono comunque
almeno 2.000 calorie da bruciare, lo sforzo fisico mattutino più
intenso da almeno tre anni a questa parte. Approcciare tale avventura
a digiuno non è da consigliare.
Non ho mai amato correre a piedi. E, forse, non ho mai corso davvero. Io non corro, io mi trascino dietro le gambe. E per questo mi fa fatica, perchè sento all'improvviso tutta l'insostenibile pesantezza della gravità. Ho iniziato a farlo, in modo serio e soprattutto seriale, solo tre mesi fa, e solo perché avevo perso l'abitudine di prendere la bici e volare via sulle ruote, e l'Abitudine è la più grande facoltà dell'uomo. Persa quella sei disorientato. Poi le ferie, e soprattutto quella miracolosa consapevolezza di poter reggere almeno un'ora di calcetto senza chiamare il 118. Ecco che ci ho preso gusto.
Mi cambio, indosso il vestiario
accuratamente preparato la sera prima, come ai tempi del ciclismo.
Sistemo il nodo al laccio della calzamaglia, controllo che lo
scaldacollo sia tutto dentro il bavero del giubbetto termico, attacco
il pettorale. Il primo numero di maglia 5 anni e mezzo dopo. E poi
via, in macchina, ore 7,10. Al raduno c'è già un sacco di gente, ma
neanche la metà di quanta ce ne fosse stata poi al momento della
partenza.
La Ronda Ghibellina, perché no? Il
percorso corto misura 13 chilometri, se stringi i denti nei 3-4
chilometri più duri verso Fonte Partini, poi è una passeggiata. E così
ho iniziato a fare sul serio, non tanto per mere ambizioni di
risultato ma semplicemente per rispetto di chi la approccia con
professionalità.
Pronti via, io rimango al palo. Nel
senso che, timido e anonimo nelle ultime posizioni, trascorrono
almeno 30 secondi dallo start prima che io possa mettermi in
movimento. Poi, però, è uno show lungo due ore. Euforia,
adrenalina, sento che non sono solo con le mie manie, mi sento partecipe di qualcosa più grande di me, i piedi schizzano
sull'asfalto, uno dopo l'altro, regolo il cuore, regolo il grip,
regolo la battuta. In fin dei conti, regolo me stesso. Intorno una
folla, una massa, un fiume di persone – grandi e piccini, nonni e
nipoti, atleti e amatori, professionisti e buontemponi – che si
muovono tutti a tempo seguendo quel meraviglioso spartito dello
sport.
Sento già caldo dopo 3 minuti.
Nelle ultime due settimane di questa
pazza e ultra-veloce preparazione, ho alternato uscite in montagna
sul percorso gara a sedute in pianura. Vado pure a correre di notte (!),
ovviamente non sulla strada. Al giovedì mi sento pronto. Cioè no,
ma devo convincermi di esserlo.
Il calore diventa ardore, l'ardore
diventa sudore, il sudore evapora. Si sale, e più si sale più
piove. Lacrime di pioggia che si infrangono sui fitti rami, non serve
rievocare D'Annunzio per spiegare l'effetto che fa sentire la pioggia
dentro un bosco. Il fiume si “rompe” a metà salità, da lì in
poi si creano gruppetti e anime solitarie. Il silenzio che circonda
700 impavidi atleti sparsi e spersi nella macchia, rotto ogni tanto
da qualche timido gridolino di chi scivola sulle rocce viscide, il
silenzio che accompagna con rispetto il loro sforzo, è una delle
esperienze mistiche più devastanti che abbia mai provato. Di tanto
in tanto – la scalata alla prima salita durerà circa 70 minuti, ma
sembra non finisca mai – incontro per la strada compagni
affaticati, li aiuto a salire sui gradoni rocciosi, altri li incito,
altri ancora si fermano e incitano me.
Vergogna e inadeguatezza. Questo ho
provato quando il sabato pomeriggio sono andato a punzonarmi (che
soddisfazione! non solo nel ciclismo si usa questa parola). A cena ho
evitato gli alcolici e ho calibrato bene il menu. Mi vien da ridere,
al pensiero.
Poi il sentiero si apre e c'è il
ristoro. Per me il primo e anche l'ultimo. Non credo di aver mai
conosciuto i volontari che c'erano lassù, ma non so perché per tre
minuti sono stati i miei migliori amici. Saluto e mi butto giù in
picchiata.
L'ultimo tratto di discesa, successivo al bivio dei
percorsi, è una specie di enorme scivolo verso valle, senza sentieri
senza vegetazione, un canalone cosparso di rovi e sassi traditori che mi vien voglia di rotolare come quei protagonisti di film western. In
fondo recupero una ragazza, ci beviamo insieme gli ultimi metri, fra
i primi crampi che addentano avidi il tricipite femorale e un boato
di contentezza nel cuore.
E penso: lo sport è l'unico
modo che l'uomo ha per conoscere se stesso.
Per corpore ad mentem.
E penso, ancora: chissà cosa avrei
provato se avessi fatto la 44 km!

Bravo! Abbiamo corso la stessa gara, e sono contento ti sia piaciuta quanto è piaciuta a me. Spero di incontrarti quest'anno alla 44 km.
RispondiEliminaUna domanda: cos'è il "tricipite femorale"???
Con simpatia,
Andrea.
Un atroce lapsus, probabilmente dettato dalla stanchezza :P
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