sabato 31 gennaio 2015

Ronda Ghibellina, diario di un debuttante

La sveglia suona presto e suona forte. Balzo dal letto e ho una strana sensazione euforica che mi percuote. Scendo giù, passo davanti alla finestra, è buio pesto. Mi scaldo il latte (il caffè è già fatto, siano lodati i babbi delle 5) e mi sforzo di fare colazione: quattro wafer Loacker al cacao. 13 chilometri a corsa barra camminata non sono tanti, ma sono comunque almeno 2.000 calorie da bruciare, lo sforzo fisico mattutino più intenso da almeno tre anni a questa parte. Approcciare tale avventura a digiuno non è da consigliare.

Non ho mai amato correre a piedi. E, forse, non ho mai corso davvero. Io non corro, io mi trascino dietro le gambe. E per questo mi fa fatica, perchè sento all'improvviso tutta l'insostenibile pesantezza della gravità. Ho iniziato a farlo, in modo serio e soprattutto seriale, solo tre mesi fa, e solo perché avevo perso l'abitudine di prendere la bici e volare via  sulle ruote, e l'Abitudine è la più grande facoltà dell'uomo. Persa quella sei disorientato. Poi le ferie, e soprattutto quella miracolosa consapevolezza di poter reggere almeno un'ora di calcetto senza chiamare il 118. Ecco che ci ho preso gusto.

Mi cambio, indosso il vestiario accuratamente preparato la sera prima, come ai tempi del ciclismo. Sistemo il nodo al laccio della calzamaglia, controllo che lo scaldacollo sia tutto dentro il bavero del giubbetto termico, attacco il pettorale. Il primo numero di maglia 5 anni e mezzo dopo. E poi via, in macchina, ore 7,10. Al raduno c'è già un sacco di gente, ma neanche la metà di quanta ce ne fosse stata poi al momento della partenza.

La Ronda Ghibellina, perché no? Il percorso corto misura 13 chilometri, se stringi i denti nei 3-4 chilometri più duri verso Fonte Partini, poi è una passeggiata. E così ho iniziato a fare sul serio, non tanto per mere ambizioni di risultato ma semplicemente per rispetto di chi la approccia con professionalità.

Pronti via, io rimango al palo. Nel senso che, timido e anonimo nelle ultime posizioni, trascorrono almeno 30 secondi dallo start prima che io possa mettermi in movimento. Poi, però, è uno show lungo due ore. Euforia, adrenalina, sento che non sono solo con le mie manie, mi sento partecipe di qualcosa più grande di me, i piedi schizzano sull'asfalto, uno dopo l'altro, regolo il cuore, regolo il grip, regolo la battuta. In fin dei conti, regolo me stesso. Intorno una folla, una massa, un fiume di persone – grandi e piccini, nonni e nipoti, atleti e amatori, professionisti e buontemponi – che si muovono tutti a tempo seguendo quel meraviglioso spartito dello sport
Sento già caldo dopo 3 minuti.

Nelle ultime due settimane di questa pazza e ultra-veloce preparazione, ho alternato uscite in montagna sul percorso gara a sedute in pianura. Vado pure a correre di notte (!), ovviamente non sulla strada. Al giovedì mi sento pronto. Cioè no, ma devo convincermi di esserlo.

Il calore diventa ardore, l'ardore diventa sudore, il sudore evapora. Si sale, e più si sale più piove. Lacrime di pioggia che si infrangono sui fitti rami, non serve rievocare D'Annunzio per spiegare l'effetto che fa sentire la pioggia dentro un bosco. Il fiume si “rompe” a metà salità, da lì in poi si creano gruppetti e anime solitarie. Il silenzio che circonda 700 impavidi atleti sparsi e spersi nella macchia, rotto ogni tanto da qualche timido gridolino di chi scivola sulle rocce viscide, il silenzio che accompagna con rispetto il loro sforzo, è una delle esperienze mistiche più devastanti che abbia mai provato. Di tanto in tanto – la scalata alla prima salita durerà circa 70 minuti, ma sembra non finisca mai – incontro per la strada compagni affaticati, li aiuto a salire sui gradoni rocciosi, altri li incito, altri ancora si fermano e incitano me.

Vergogna e inadeguatezza. Questo ho provato quando il sabato pomeriggio sono andato a punzonarmi (che soddisfazione! non solo nel ciclismo si usa questa parola). A cena ho evitato gli alcolici e ho calibrato bene il menu. Mi vien da ridere, al pensiero.

Poi il sentiero si apre e c'è il ristoro. Per me il primo e anche l'ultimo. Non credo di aver mai conosciuto i volontari che c'erano lassù, ma non so perché per tre minuti sono stati i miei migliori amici. Saluto e mi butto giù in picchiata. 

L'ultimo tratto di discesa, successivo al bivio dei percorsi, è una specie di enorme scivolo verso valle, senza sentieri senza vegetazione, un canalone cosparso di rovi e sassi traditori che mi vien voglia di rotolare come quei protagonisti di film western. In fondo recupero una ragazza, ci beviamo insieme gli ultimi metri, fra i primi crampi che addentano avidi il tricipite femorale e un boato di contentezza nel cuore.

E penso: lo sport è l'unico modo che l'uomo ha per conoscere se stesso.
Per corpore ad mentem.

E penso, ancora: chissà cosa avrei provato se avessi fatto la 44 km!

2 commenti:

  1. Bravo! Abbiamo corso la stessa gara, e sono contento ti sia piaciuta quanto è piaciuta a me. Spero di incontrarti quest'anno alla 44 km.
    Una domanda: cos'è il "tricipite femorale"???
    Con simpatia,
    Andrea.

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  2. Un atroce lapsus, probabilmente dettato dalla stanchezza :P

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