Il receptionist del DoubleTree
Il DoubleTree di Lower Manhattan che è targato Hilton ma che di Hilton ha solo il nome -ce ne faremo una ragione-, ha l’ingresso nell’anticamera del bar di un ristorante italiano e la reception al primo piano, raggiungibile solo tramite uno dei due soli ascensori che sono costretti giorno e notte a servire 44 piani. Bruno Barbieri boccerebbe senza pietà la categoria "location", e magari neanche valuterebbe che siamo nel cuore del quartiere finanziario della metropoli più importante del mondo occidentale, il che significa: grattacieli così alti che non ne vedi la sommità, atmosfera grigia, persone ingessate ma anche eleganza, pulizia, sicurezza, quiete dopo le 5 del pomeriggio. Ci accoglie un giovane receptionist di colore che effettua il check-in più denso e più veloce del mondo: una macchinetta automatica che in tre minuti ci inonda di informazioni di cui comprendiamo forse mezza parola.
Non so se il tipo si ricorda di me qualche giorno dopo quando, senza sforzarmi di nascondere l’enorme fatica comunicativa, tento di chiedergli istruzioni per la lavatrice. Mi intenerisce la sua pazienza e, quasi come per ricambiare il favore, decido di comprare un caffè americano. Gesticola impercettibilmente con la stessa mano gentile con la quale ci aveva "estorto" la carta di credito per la cauzione, ma questa la capisco: me lo sta offrendo. Have a good night! Il caffè americano mi fa schifo ma questo è quasi godibile.
La cameriera del Carnegie Diner
Al termine di un pranzo tipico americano (qualcuno obietterà che in America non esistano piatti tipici, figuriamoci se esistano i pranzi tipici, dal momento che non è tipico, per gli yankees, pranzare come pranzano gli europei del sud: eppure per me un hamburger con patatine ingurgitato alle 13 in un locale con sedute a mo’ di panca rivestite di pelle e i tavoli simil formica dove si ergono gli immancabili tubetti di ketchup e senape lo si può definire solo come “pranzo tipico americano”), chiediamo il conto ad una cameriera tutta agghindata e con la divisa come prevede il cliché. Quando torna, prima di arrivare al tavolo, credendo forse di non essere notata oppure, al contrario, con lo scopo preciso di attirare la mia attenzione, tira fuori dalla tasca altezza addome una penna, si appoggia ad una colonna e sottolinea con un tratto nero la sezione dello scontrino dedicata alla mancia. Poi aggiunge l’emoticon sorridente e annota thank you.
La prima cosa che penso è: a NY si è sparsa la voce che sono allergico alle mance. La seconda cosa che penso è: si nota così tanto che siamo italiani? La terza cosa è: questo è il modo giusto per guadagnarsi una mancia, non vi si insegna niente a voi, proprio niente.
Il commesso della pizzeria
Di ritorno dal tramonto sulla terrazza panoramica del 230 Fifth, che oserei definire come uno dei pochi “rooftop a misura d’uomo”, sulla Broadway fra la 26 e la 27esima strada, ci fiondiamo dentro una pizzeria a taglio, vuoi per la fame vuoi per il freddo del vento tagliente del 30esimo piano che ci ha irrigidito muscoli e ossa. Il commesso di origini italiane percepisce tempo zero che siamo italiani e il giochino quindi si alza di livello: di quale città siete? siete in luna di miele? Ha voglia di chiacchierare, io non tanta in realtà, vuoi per la fame vuoi per (…vedi sopra…), ma lui, forse mosso a compassione per due sposini toscani che stanno presumibilmente morendo di fame se si vedono obbligati a fermarsi in una pizzeria in orario di quasi chiusura pur di mettere qualcosa nello stomaco, ci offre la Coca-Cola. Mannaggia… proprio stasera che avevo deciso di non bere birra!
L’homeless nelle viscere dell’Oculus
Breve premessa curiosa (curiosa per gli inesperti di NY, s’intende): al nostro arrivo, prima di approdare all’hotel, sbuchiamo quasi per caso nell’Oculus e da lì al World Trade Center. Decisamente appesantiti dalle valigie e tristemente abbandonati dal nostro senso di orientamento che si arrende di fronte ai grattacieli, visualizziamo un milione di cose e persone ma ne metabolizziamo forse il 2%: e fu così che scambiammo per centro commerciale – che si fa ricordare per questi spazi comuni enormi, così enormi che non sembrano neanche affollati, tutti di colore bianco, bianchissimo - quello che in realtà è uno degli hub di trasporto urbani più articolati e imponenti al mondo, progettato fra gli altri da Calatrava, e che in pancia contiene almeno quattro stazioni della metro e collegamenti con treni extraurbani e il servizio navette pubblico.
È qui che, qualche giorno più tardi, dopo essere scesi dalla metro a Fulton, sbagliamo il path di uscita e ce ne accorgiamo solo dopo aver superato i tornelli, rendendo quindi impossibile l’inversione a U. Arrossisco. Mi sento inadeguato come un boomer che si prende un virus cliccando un link farlocco. Ma, che ci crediate o meno, l’occhio furbo di NY ti vede sempre e ha sempre la soluzione per te: perviene un vagabondo, forse homeless o forse solo vagabondo, ci chiede le tessere e inizia ad armeggiarle con quelle praticando alcune pieghe. Poi le restituisce e ridendo ci fa cenno di provare a inserirle nel tornello. Prima tessera luce verde. Seconda tessera luce verde. Lo ringraziamo di vero cuore e vorrei lanciargli almeno cinque dollari per mancia ma, sul più bello, arriva il treno. Dal finestrino, lo vedo salutarci scuotendo vistosamente la mano. Non sembra deluso.
Il venditore ambulante di ciambelle al Battery Park
Le strade che costeggiano il Battery Park, elegante e placido giardino con vista Statua della Libertà, uno dei non pochi angoli tranquilli di una città che vive in un prezioso, invidiabile, "caos calmo", sono presidiate da banchi ambulanti che vendono, a seconda dell’orario e delle stagioni: ciambelle e bibite; caldarroste; hot-dog e patatine fritte; kebab. Il venditore di dolciumi sta all’angolo con Stone Street, sotto il nostro hotel. Una mattina proviamo l’experience “colazione tipica da uomo d’affari con ventiquattrore d’ordinanza che è in ritardo per il primo appuntamento” e ne restiamo molto soddisfatti: appena quattro dollari per due ciambelle e un muffin, ne serviranno almeno il doppio per due espressi nel vicino Starbucks.
Tutto felice e padrone del mio destino, acquolina in bocca, la mattina dopo scendo in strada in ciabatte stropicciando alcune banconote da 1$. Arrivo all’angolo e il banchino non c’è. È sabato e gli uomini d’affari, il sabato, fanno colazione con la moglie dai capelli cotonati e il figlio campione sorseggiando succo d’arancia da una tanica.

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