giovedì 9 marzo 2023

Napoli è così. Napoli è viva

Napoli, gennaio 2023

Il 4

I tornelli della metro, alla stazione centrale, contengono a fatica le spinte di turisti, viaggiatori e studenti. Come un salame dentro la rete di corda, la massa umana straripa vomitando urla e insulti.

Se fossero in macchina, si aggrapperebbero al clacson.

Entriamo, strizzati, col fiato sul collo e sulla schiena, centinaia di sconosciuti ci accerchiano, il portafoglio blindato dentro la tasca interna del giubbotto. Trasportati dalla massa umana, prima sul treno e poi nei freddi corridoi di Toledo, alziamo il naso all’insù. Uno sciame di telefoni alzati alla volta celeste, di mosaico, mentre le scale mobili scivolano verso il blu del cielo, quello vero. Un viale brulicante di passanti, driver, motorini, furgoni, zingare. Un venditore abusivo di calze ci agguanta. Tutte le volte che arrivi in una grande città ti meravigli della capacità di tali figure commerciali di individuare il fesso del giorno: poi però, ci puoi giurare fratello, ti bastano meno di due ore per renderti conto che il fesso del giorno, se lo chiamano tale, un motivo ci sarà. Parola di (fesso) esperto. Check in da remoto e parcheggio valigie. È subito Spaccanapoli. È gennaio ma passeggiamo piacevolmente in felpa e occhiali da sole. Nell’ora di punta via San Gregorio Armeno è un ingorgo (dis)umano: i commessi si sbracciano platealmente e urlano in mezzo ai presepi. Urlano tutti, qua, ma loro forse ne hanno ragione. Urlano che, per agevolare lo spostamento di corpi in movimento, è fondamentale restare in corsia: chi sale a destra e chi scende a sinistra. In pochi obbediscono.

Quindi è la volta dei Quartieri Spagnoli. Chiudi gli occhi e immagina i Quartieri Spagnoli: vicoli scuri, colorati da panni stesi, stanchi e stinti, e Umberto Eco si rivolterà adesso nella tomba, lui che bacchettava gli allievi che usavano allitterazioni ruffiane, e poi il vroom dei motorini, pirofile di rame sfrigolano il soffritto di tante cipolle rosse, il murales di Maradona, necrologi strappati dal vento. Adesso apri gli occhi: i Quartieri Spagnoli sono come te li immagini: un posto dove il fascino dell’autentico sovrasta il senso di paura, o angoscia, o tutte e due, di un posto malfamato.

Usciamo presto per cena. Sorbillo ci aspetta poco dopo le sei. Leggerò poi che qui sfornano in media 1500 pizze al giorno. È un’industria, e alle industrie si perdona non solo il limoncello dell’Eurospin ma anche la gestione fredda, veloce e robotica, appena appena riscaldata dal musicista con chitarra. Ma è tutto corollario: la pizza è la vera pizza. Punto. Qualche ora più tardi il Napoli perde la prima partita della stagione. La città respinge un silenzio innaturale. Cinque fuochi d’artificio interrompono la calma. 

“No, non sono gli interisti. Sicuramente è una proposta di matrimonio”.

Sai che ho giurato di amarti a Napoli? E qui non sopravvive nessuno, nessuno.

 

Il 5

Mi dica, sig. Trippi, cosa è per lei il decadentismo? Il decadentismo è Spaccanapoli, è la sirena lampeggiante del van della società della monnezza che illumina a intervalli lugubri le saracinesche pregne di graffiti sporchi, evidenziando talvolta cartacce, talvolta bottiglie di birra vuote, talvolta topi morti. La colazione in uno dei bar più devoti alla fede calcistica del Napoli la mattina dopo, all’alba, quando le paste sono ancora da accomodare dentro la vetrina. Non tossisco per non urtare la sensibilità del barista, un signore smilzo con le scapole in fuori e i baffi curati, adombrato ma dignitosamente educato.

Il Cristo Velato è una di quelle cose da vedere almeno una volta nella vita. Fatevi tutta la fila che occorre. E la passeggiata continua: piazza del Plebiscito Castel dell’Ovo lungomare Caracciolo Chiaia. Nel chiosco di Donna Sofia, su una delle strade più chic e direi più nobile di tutta Napoli, addento una montanara, così definiscono la pizzetta fritta, e poi una frittata di patate incartata in una carta stagnola: l’unto mi anestetizza la fame. Benedetta Amuchina. Poco più avanti, su una piazzetta pedonale alberata, così calma e serena che manco senti la rabbia spumosa della circonvallazione che la lambisce, degusto il caffè più buono dei miei trentaquattro anni di esistenza. Dentro un vicolo scalcinato adocchiamo l’ingresso della Galleria Borbonica. Ci infiliamo.

 

Il 6

Napoli Sotterranea è un Jova Beach Party per chi soffre del complesso di superiorità morale: lo pensiamo tutti, scuotendo la testa, mentre usciamo all’aria aperta. Menomale ci pensa l’arte pasticceria di Scaturchio, con i suoi babà perfetti, e torna il sorriso. Testiamo anche la pizzeria Di Matteo. Il pomodoro, rosso fuoco, liquido e caldo, è un’esplosione di sensi, è il nucleo centrale del mondo. Lontano dal parco giochi delle pizzerie, delle tarantelle e degli artisti liberi, lungo le strade che scendono alla stazione, un uomo e una donna litigano sul balcone al primo piano, con veemenza, si tirano i capelli, gridano parole di odio. Sedie da scuola, con lo scheletro di ferro e la seduta di formica, attendono sulle strade. ‘Nnamocenne.

Per arrivare a Castel Sant’Elmo, dominato da un fortino pavimentato di pietra bianca, accecante, che ricorda molto il deserto dei Tartari, e guardato da un orologio le cui lancette scorrono in senso anti-orario, prendiamo la funicolare da Montesanto, nome che ritorna spesso nei film e nelle canzoni popolari. Montesanto è il bignami di Napoli. Oggi è la Befana e Pignasecca – il microcosmo pittoresco di Pignasecca – vende dolciumi e cianfrusaglie finalizzate al riempimento di calze. Mani ovunque spuntano, acchiappano cioccolate e caramelle, confezioni colorate che si mescolano, l’ansia del comprare. Il venditore del pesce, ovviamente, urla. Ha la voce più strutturata di Mengoni: anni e anni di parole spinte con tutto il diaframma che può. All’incrocio con via Toledo, congestionata dai saldi e dai luridi turisti mordiefuggi, dentro una Punto nera, una mamma da un ceffone ad un bambino.

Napoli è così. Napoli è viva.

 

Nessun commento:

Posta un commento