lunedì 19 agosto 2019

Lo spada è sul fuoco, sarà pronto in due minuti. Si goda la festa [Salento 2.0]


Nel mio breve curriculum da turista non era ancora successo che fosse presente un doppione. Al Salento il merito della prima volta. Prima volta in masseria, scelta fortemente voluta e accuratamente cercata, perché credevo – o perlomeno speravo – che potesse rappresentare uno strumento efficace per poter sentire sulla pelle l'anima di questo popolo, la sua storia, la sua vita vera. Questo non è il diario di viaggio di una vacanza, perché significherebbe appunto fare un doppione e il Trippi è come Paganini, odia ripetersi. Più che altro perché è maledettamente inutile. Questo è il diario dell'Autenticità che ho visto negli occhi della gente.

Torre dell'Orso: Le commesse del Market Bar California
Meta inedita. Breve insenatura sabbiosa, famosa nei trend-topic per le Due Sorelle e per i Caraibi del Salento (che in realtà è semplicemente il nome di uno stabilimento), che combatte sul fronte mare l'erosione delle onde e sul fronte terra l'erosione antropica che ha inspiegabilmente preso di mira questa marina di Melendugno, decine di villaggi accalcati su una spiaggia che misura appena 7/800 metri. Sono curioso e terrorizzato all'idea di sapere cosa ne sarà di questi lidi fra 30-40 anni mentre attendo il panino al banco gastronomia del primo alimentari che troviamo sul lungomare, il California. Le commesse dietro il vetro, due donne che alzano l'età media degli occupati nel mondo del turismo salentino, appaiono molto stanche e accaldate, ci servono senza abbozzare il minimo sorriso contando i minuti alla fine del turno. Mi chiedo da quanto tempo lavorino qui, che cosa facessero prima che Torre dell'Orso venisse sommersa di gente, case e macchine. Scelgo un panino già pronto, confidando di alleviare almeno un po' le loro pene.

San Foca: I ragazzi dell'Enoteca Re di Vino
Beccata per caso sulla via principale di San Foca, una sera in cui il programma prevedeva
la Sagra del Pesce (annullata per non meglio precisati motivi...), e preferita ai locali concorrenti sulla scorta di una veloce analisi delle recensioni (che risulteranno essere in gran parte false: è curioso questo fatto delle recensioni fittizie che “sporcano” la reputazione di alcune città sì e altre no, come fosse una malattia che colpisce a macchia di leopardo). L'enoteca – gestita da 2-3 ragazzi giovani, brillanti e spigliati - ci ha accolto con un entusiasmo che ci ha quasi disorientato. Al momento dell'ordinazione, il cameriere va contro i propri interessi avvisandoci che abbiamo scelto troppi piatti, non ce la faremmo a mangiare tutto, dice lui. Aveva ragione.

Santa Maria di Leuca: Marco, lo skipper
Scopre che io non faccio il bagno e in tre secondi ha già preso la maschera e si è tuffato nella Grotta del Soffio, “tanto ci sei te a dargli un'occhiata” riferendosi al barchino noleggiato per un'escursione completa e approfondita alle grotte sul Canale di Otranto. Forse perché siamo brave persone, o forse perché è bravo lui a fare la guida (benché a un primo sguardo non ne abbia le caratteristiche: poche parole in dialetto stretto, qualche sguardo qua e là, pochi convenevoli e tante sigarette), ci porta a una grotta sommersa nei pressi del Ciolo che non compare nei radar delle guide turistiche. Gliene siamo grati. Felice più di noi, si tuffa un'altra volta, “sono anni che non torno lì dentro” e giù nell'acqua blu.

Lecce: La signora del Mezzo Quinto
Cibo di strada in pieno centro storico a Lecce, localino gestito da una signora che è l'anima del posto: simpatica a tratti istrionica, veloce nel servire polpette e parmigiane e nel fare i conti un po' a mente e un po' a penna. Spadella qua e là, servendo decine di clienti nel giro di qualche minuto, regalando sempre delle parole di cortesia a tutti. Ho sempre ammirato gli addetti al pubblico che lavorano con questa rapidità, mi fermo quasi incantato ad osservarne le gesta, e ci ripenso anche il giorno dopo al Balnearea di Alimini (il bagno probabilmente più rinomato della spiaggia di Otranto), preso d'assalto a Ferragosto a suon di Mojito e Corona - ma chi è che ancora beve la Corona nel 2019?! - ecco insomma mentre sono lì in fila con lo scontrino da 20€ per due cocktail osservando il barista che si “incolla” gli scontrini alla fronte sudata o apre le bottiglie con la montatura degli occhiali da vista a titolo di “show”, penso che è stranamente piacevole questo particolare e inaspettato savoir faire salentino.

San Donato di Lecce: La volontaria del Fish & Gin
Il Fish & Gin è balzato al primo posto della classifica assoluta delle mie sagre preferite.
Un'organizzazione impeccabile, che qui da queste parti è comunque la prassi, accoglie il pubblico in un parco (composto da giardini non proprio vivaci, ma sai com'è, su questo dobbiamo far buon viso a cattivo gioco, sarebbe come pretendere il ghiaccio nel deserto) dove si degusta il gin accompagnandolo a cibo di strada variante pesce. Una chicca. Al banco “pesce alla brace” una volontaria della festa, una bella donna sorridente e giustamente agghindata da cameriera, sta parlando con una cliente (che, per assurdo, non pare una turista). “Tutto a posto?” chiede la cameriera, “no, sto attendendo lo spada...” risponde lei decisa. “Ma io le chiedevo se era tutto a posto così per fare due chiacchiere – ride la cameriera -, si rilassi signora, lo spada è sul fuoco, sarà pronto in due minuti. Si goda la festa”.

Masseria Bosco Mazza: Giuseppe
Chiudo con la magia della masseria. Soggiornando in una masseria speravo di percepire lo spirito salentino, impresa nella quale non ero riuscito un granché nel 2016. Non so se ci sono riuscito, ma la storia di Giuseppe, a Bosco Mazza ereditando il terreno da quattro generazioni, host ammirabile, agronomo direttamente coinvolto nella gestione, che senza tanti fronzoli e senza mai forzare un carattere riservato per “dovere di accoglienza”, ci ha aperto le porte di questo piccolo mondo a due passi dal caos di Torre dell'Orso ma incredibilmente pacifico, immerso dentro una distesa di alberi, con file interminabili di ulivi e frutteti “in sperimentazione” - è la storia emblematica di cosa significhi per il turismo ma forse un po' per tutta l'antropologia dei popoli italiani, orgogliosamente italiani direi, riscoprire l'autenticità dei luoghi storici agricoli dopo averli riadattati a strutture ricettive. Sono le storie vere, come quella di Giuseppe, che salveranno la genuinità del viaggio e il piacere della scoperta.

giovedì 1 agosto 2019

Avere 31 anni e l'estate


Mi mancano i gavettoni. I palloncini pieni d’acqua, mattinate intere per riempirli, tre minuti per scoppiarli tutti. Le sistole e le secchiate, molto più efficaci.

Mi manca il gelato del Frasca, al Bottegone. E quel mercoledì di inizio luglio, nel 2006, in cui ne mangiai tre.
Mi mancano le palle matte dell’Amico in più, al Vallone, le sere dopo le domeniche al lago. Quando al lago facevamo il bagno, e ne eravamo discretamente estasiati.

Mi manca il quintiglio, in via dell’Ulivo. O le bocce dal Gorelli. Mi manca aspettare fuori in giardino, di notte fino a tardi, le gambe distese e le mani incrociate dietro la testa a guardare la luna. Le timide cicale. Qualche motorino in lontananza. Mi manca aspettare, in quei momenti, che mia mamma tornasse dal lavoro. Che ci crediate o no, riconoscevo il rumore della Escort bianca già al semaforo della chiesa di Manciano. Il desiderio è la Red Bull delle nostre capacità sensoriali, più o meno come il gin tonic o la cocaina.

Mi mancano i lunedì mattina. Il giro di defaticamento dopo la corsa della domenica (sempre quello: Camucia - Fratta - Capannacce) con sosta all’edicola per comprare i quotidiani (i quotidiani, a 14 anni). Mi manca la ciaccia del paneo, 50 centesimi se non ricordo male e un lago di olio, una specialità gastronomica che stordiva tutti i sensori gustativi tanto era la sua potenza. E la pizza? La pizza la prendeva mia nonna, tutti i martedì, giovedì e sabato.

Mi mancano i ferragosti quando erano Ferragosti. La sublimazione della giovinezza, la glorificazione della pubertà, il Santo Patrono dei non-patentati: ecco cos’era il Ferragosto. Me li ricordo tutti, ci puoi contare. La perfetta simbiosi fra l’Estate dell’uomo e l’Estate del calendario. I colori erano più accesi quel giorno, come se un dio benevolo avesse swippato la saturazione del mondo da 0 a 100 in tre secondi, ci puoi contare anche su questo.

Mi manca il granturco e il Bacardi. Il winner taco. Mi manca il beach volley sul prato che forse, a ripensarci adesso, avremmo dovuto chiamare green volley. Mi mancano il “monumento” e la “statua”.  La frittura della rosticceria di Marina di Grosseto, in quell’unica e gloriosa giornata di mare che ci era concessa. Mi manca l’11 agosto 1999, che gli astronomi associano a una delle eclissi solari più violente del secolo, e mi manca Max Pezzali, che quella eclisse la mise nel videoclip di Grazie mille. In certi ambiti a Max Pezzali non gli insegna niente nessuno. 
E mi manca Estate di Jovanotti, a cui viene sempre preferita quella merdata de L’estate addosso, ma va bene così, almeno resta solo mia. Mia, e di quelle 37.536 persone che erano con me dentro lo stadio Franchi. L’eternità è un battito di ciglia.