sabato 20 aprile 2019

C'era una volta lo Zio Sadam

“Nonna, vado allo zuccherificio” e via di corsa sulla mini-bmx blu con la sella gialla, lungo i 750 metri che separavano il “villaggio Trippi” dallo stabilimento della Sadam. Una scena che si ripeteva quasi quotidianamente, da dopo Ferragosto fino all'inizio della scuola, alle quattro e mezzo del pomeriggio, dopo la merenda e dopo le anonime e ripetitive corse in bicicletta attorno alla casa.

Il grande piazzale dello Zuccherificio, l'immenso parcheggio adibito all'attesa dei tir prima dello scarico, rappresentava l'attrazione estiva di fine millennio. In ammirazione delle lunghe file di camion, fra polvere, sabbia, asfalto sgretolato e pezzi ammaccati di radici, e più aumentavano i mezzi e più aumentava lo stupore, come fosse una sorta di competizione, un campionato mondiale di barbabietole da zucchero in cui l'incremento esponenziale della produzione dell'azienda diventava – forse inconsciamente, forse per semplice proprietà transitiva - una “bella cosa” per tutti, sotto quella luce calda, gialla e afosa di fine estate.

Lo Zuccherificio ha segnato la storia di molte famiglie castiglionesi. Compresa la mia nel bene e nel male (per fortuna “non troppo” nel male). Dalla sua creazione alla sua distruzione. Ci ha segnato più di quanto ne siamo consapevoli, probabilmente: per convenienza psicologica, Zio Sadam è diventato ormai un oggetto anonimo a cui non si fa più caso nello scorrere delle nostre insulse vite, come lo scaffale della farina al supermercato o come i titoli di coda del telegiornale. Eppure i suoi resti sono ancora visibili, in tutta la loro angoscia, il loro degrado, il loro senso di morte e sconfitta. La sconfitta di un Uomo che è venuto, ha trasformato e poi se n'è andato. Senza preoccuparsi di rimettere a posto i cocci.

Il ritrovo serale di Manciano City, ovvero di coloro che risiedevano e comandavano in via dell'Ulivo, era al monumento di Benigni. Sfrecciavano i tir fino a notte fonda, in un fragore di ferro e sospensioni arruginite, e noi salutavamo quasi tutti gli autisti. Talvolta rispondevano col clacson, talvolta no. E allora partiva l'amichevole e innocua sassaiola.

A 15 anni dalla morte di Zio Sadam, lo Zuccherificio non fa più notizia e, paradossalmente, è proprio questa la notizia: in un territorio, comunale e provinciale, che da alcuni anni ha improvvisamente fatto all-in sulla valorizzazione del paesaggio e delle eccellenze in chiave turistica, uno switch culturale neanche lontanamente ipotizzabile in quel giorno a metà anni 00 in cui la celebre torre centrale fu fatta demolire, abbiamo uno scempio ambientale che si estende su diversi ettari ad appena 2,8 chilometri dalle prime case del centro storico (la corsa insegna a prendere dimestichezza viscerale con le distanze, già). Eppure, sembra che Zio Sadam sia diventato invisibile. Su Il Corriere d'Arezzo, Luca Serafini scrisse in autunno un pezzo bellissimo e significativo: nella sua apparente banalità e brevità, fu “illuminante” accorgersi – non senza un pizzico di stupore – quanto di banale ci fosse ben poco in un ecomostro di queste dimensioni.

Una volta, una volta sola però, sono anche andato a pescare ai laghetti. Ero con mio babbo ed Emanuele, e forse è stata l'unica occasione in assoluto in cui ho tenuto la canna per più di mezz'ora. Era una domenica mattina di inizio estate e il ricordo più bello della giornata fu il panino al prosciutto per colazione. Era pieno di pescatori, all'epoca, e gli argini erano ricoperti di una terra biancastra e gessosa, sedimenti presenti ancora oggi, dal ponte sul Renello de La Nave (ponticello che ancora conserva il fascio littorio) fino ai terreni del Giuncheto.

C'è stato un periodo in cui però lo Zio Sadam ha fatto notizia, eccome. Una battaglia durata alcuni anni a cavallo del 2010, urlata e molto vigorosa, contro lo spauracchio di una possibile alternativa allo Zuccherificio. Convegni, comitati e tante giornalate utili per le varie campagne elettorali di quel particolare periodo storico. A quanto pare la battaglia è stata vinta, evviva!  

Ma il cadavere di Zio Sadam è sempre qui, insieme a noi, puzza di stantìo ed è abitato da istrici, lupi e cinghiali. Inerme. Sfigurato dal tempo, deturpato dalla vetegazione selvaggia. Location di gare clandestine e incontri segreti. Cimitero di rifiuti e inerti. Deposito transennato di cassonetti, che sostano silenziosi in fila indiana sotto la pioggia e sotto il sole come tanti soldatini seguendo le poco nobili orme dei loro predecessori con le ruote, un contrappasso beffardo per chi lottava per l'ambiente e oggi si ritrova una discarica al posto dello zuccherificio
Lo Zio Sadam ha ormai rinunciato ad avere un futuro roseo.
E, del resto, come dargli torto.
Ti vorrei augurare di tornar a miglior vita, un campo da golf o una pista da go-kart sai che figata, caro Zio Sadam, ma per il momento mi accontenterei di non vedere più il tuo cadavere.

venerdì 5 aprile 2019

Distillato per estirpare la tristezza apparentemente incurabile

Carica di significati, talvolta solo apparentemente evocati, talvolta addirittura subliminali, e pervasa da atmosfere e pennellate volutamente (forse un po' troppo?) epiche, Peaky Blinders ha tutti gli ingredienti per diventare la serie tv più memorabile di quest'epoca e, soprattutto, per acquisire lo status di “cult”. La fottuta banda guidata da Thomas Shelby, leader familiare di una sorta di fratelli Karamazov ambientati nell'Inghilterra industriale del primo dopoguerra, lo meriterebbe.
Vediamo perché, se ci riesco.

1)Thomas Shelby. Complesso e spigoloso, dilaniato da disturbi post-traumatici originati dall'esperienza al fronte, magistralmente messo in scena da Cillian Murphy, e “ambiguo” fin dalla sua fisionomia: troppo giovane e troppo smilzo per il peso specifico del personaggio che rappresenta. La curiosa contraddizione non influisce sulla credibilità della sua storia, anzi ne accentua lo spessore. Non è un caso che solo nel momento più basso della vicenda familiare [ATTENZIONE SPOILER], ovvero il funerale di John alla quarta stagione, Thomas riveli l'origine di tutto con un breve discorso catartico. A noi viene quasi automatico perdonarlo o comunque giustificarlo, ancor prima che lo facciano i suoi parenti.

2)La colonna sonora. Meravigliosa la sigla, geniali i brani nei vari intermezzi. Spesso stranianti e apparentemente “incoerenti” con le immagini.

3)"Distillato per estirpare la tristezza apparentemente incurabile”. La camera si sofferma a lungo sull'etichetta delle bottiglie di gin prodotto dagli Shelby. Triste è Thomas, condannato alla tristezza quasi per volere divino (esser sopravvissuto alla guerra, vedi punto 1); triste è Alfie Solomons che pur essendo un personaggio edulcolorato e a tratti goliardico finisce quasi per commuovere quando si trova nella condizione di dover tradire “l'amico” Tommy.

4)Come già visto con Tommy, la caratterizzazione dei personaggi è quasi sempre studiata al dettaglio per allontanarsi non tanto dallo stereotipo (Luca Changretta è molto più simile a Johnny Stecchino di quanto non lo sia Benigni stesso nel film!), quanto dai cliché tipici del genere. A-Arthur, il fratello più grande, non è il capofamiglia; B-John, che ha le caratteristiche per essere il ribelle del gruppo, in realtà è molto ligio alla causa; C-Zia Polly si presenta come donna saggia ma finisce per cadere in squallide tentazioni; D-Ada, la sorellina più giovane, viziata e disobbediente, che col tempo acquisisce carisma e maturità senza però perdere i suoi valori originari; E-Grace, esempio classico di spia bella e dannata, non dà mai l'impressione di credere più di tanto in quello che sta facendo (il suo doppio gioco poco credibile è una delle note dolenti della costruzione scenica, insieme all'evoluzione forzata di Michael che si trova nel giro di qualche mese da giocare con le bambole in campagna a dirigere la contabilità di un'azienda multinazionale).

5)I dialoghi memorabili. Alcuni hanno criticato l'ostentata drammaticità degli stessi, una ricerca spinta dell'epica – la si ritrova in modo evidente anche nelle reiterate e simpatiche scene di “marcia di gruppo” in slow motion – che alla lunga risulterebbe eccessiva. Per me, invece, tutto ciò è ben equilibrato dai frequenti e chirurgici momenti dissacranti, fra cui appunto molti dialoghi, che spezzano l'aurea “drammatica” come un coltello nel burro.

6)La regia. Di altissimo livello considerando che stiamo parlando di una serie.

mercoledì 3 aprile 2019

Sono i segni del Luogo, che restano sulla pelle

Non solo i segni del Tempo, anche i segni del Luogo restano netti, profondi, incisivi, nella pelle degli uomini. Al pari delle rughe, della desaturazione del colore degli occhi e dei capelli, delle dita scheletriche, sono anch'essi segni riconoscibili, autentici, nitidi. Forse fanno meno notizia, ma ci sono. Sono i resti e le scorie del confronto eterno, talvolta pacifico ma molto più spesso violento, fra l'Uomo e la Natura in cui vive.
Fra i segni del Luogo che più misteriosi e forse significativi ci sono quelli lasciati dalle isole di piccola e media dimensione.

Piazza Milano, centro storico dell'isola vulcanica di Capraia, circa 19 chilometri quadrati e 400 residenti dichiarati in mezzo al Mar Tirreno, a poche miglia dalla Corsica ma di bandiera italiana. Sono le 3 del pomeriggio di una domenica di fine marzo. Una vigilessa presidia l'incrocio dalle 7 di questa mattina, i raggi del sole primaverile scaldano e quasi accecano. Silenzio, regna il silenzio tipico ma sempre sorprendente di un posto a zero impatto acustico, benché oggi il silenzio non sia “assordante” come lo era ieri. Dal porto, l'eco nitido dell'incoraggiamento dello speaker agli atleti. Dai sentieri rocciosi dell'entroterra wild (privo di qualsivoglia insediamento umano) il rumore terroso ma pesante, complici la stanchezza e la discesa, di altri atleti in arrivo. Calpestano le lastre di pietra della piazza e seppur stacchino appena i piedi da terra, capiscono che manca poco al traguardo e il loro sguardo diventa leggero come le ali di un airone.

“E' in servizio oggi l'autobus?”
“Sì” risponde sorridendo la vigilessa, che poi rivolge lo sguardo al polso sinistro “ma riprende alle 16,30”.
Attenderemo allora un passaggio. Non abbiamo fretta.
Non c'è fretta perché non esiste il concetto stesso, di fretta.
Sei circondato dal mare, dalle onde, dal loro moto perpetuo, dallo scorrere delle stagioni che qui scandiscono radicalmente le nostre vite e le nostre abitudini. Se vuoi andare al centro commerciale, un qualsiasi fottutissimo centro commerciale, devi fare almeno 2 ore di traghetto. Non puoi avere fretta, qui.

Sorrido al pensiero, alcuni minuti più tardi, quando al tavolo esterno dell'unico barrettino aperto del centro storico mi sorseggio un gin tonic a riguardo del quale il barista mi aveva chiesto, in modo insistente, la scelta del gin. 
Sorrido perché avevo vissuti episodi analoghi in Spagna, dove la “gin experience” è un rito di riflessione, di degustazione, di socializzazione. 
Sorrido perché, effettivamente, qui nell'isola molte cose sono riflettute, non solo il gin. Sorrido perché questa mattina, nelle prime ore di una luce limpida e pulita, anche la “trail experience” è stata riflettuta, una corsa solitaria e con la sola compagnia della mia lunga ombra che non ho quasi mai visto, concentrato sul mio corpo e sui movimenti di esso per "lottare" contro le difficoltà del percorso, single track dei sentieri Cai che conducono nella punta meridionale dell'isola, con alcuni passaggi esposti dove gli echi degli uccelli o di qualche ungulato impaurito lambivano e si rispecchiavano sulle rocce con tonalità così intense e nette da far venire i brividi alla schiena
Sono i segni del Luogo, che restano sulla pelle.