sabato 17 febbraio 2018

Il solista è albanese, cmq bravini

Incommensurabile il potenziale "scripta manent" del Mondo 2.0.
Antropologicamente parlando, è sempre molto interessante leggere questi commenti sotto il video YT di Buio e luce (2010) di La Fame di Camilla
Il cantante del gruppo era tale Ermal Meta.

(Ermal Meta è attualmente il più bravo cantautore della musica italiana: ha fatto una gavetta di quasi 15 anni prima di esplodere, presentandosi a Sanremo Giovani nel 2015 dopo esserci già stato nel 2006, nove anni dopo!, e ha scritto per una decina di interpreti (fra cui Mengoni ed Emma), ed esplodendo meritatamente solo nel 2017 con Vietato morire che avrebbe meritato la vittoria. Un capolavoro, con ispirazione autobiografica, che aveva colpito alla pancia. Forse troppo forte ("figlio mio ricorda all'uomo che tu diventerai, non sarai più grande dell'amore che dai"). Forse non eravamo ancora pronti.
Forse mancava ancora Amici, Elisa e Fabrizio Moro, che è cresciuto a pane e mainstream. E forse, oltre che l'ostracisimo della famigerata giuria demoscopica, Ermal Meta ha dovuto fare i conti con i commenti di cui sopra).

sabato 3 febbraio 2018

La Serie Perfetta esiste e si chiama Breaking Bad

Ho dato inizio alla mia nuova vita nerd un annetto fa. Ho assaggiato Narcos e The OA, ho riscoperto Dexter e mi sono inchinato a Stranger things. Sempre, però, per tutte le serie viste, tutti quanti gli esperti mi dicevano “è niente in confronto a Breaking bad”. Finché, un giorno, mi son sentito pronto.

Due mesi e mezzo per guardare le cinque stagioni che iniziano ad essere ormai, scusate il gioco di parole, stagionate. Son passati dieci anni dall'uscita del primo episodio. Ma credo ne potranno passare altri cento, Breaking bad resterà una pietra miliare. Forse LA pietra miliare. Cinque stagioni che volano via attraverso un climax DE-VA-STAN-TE, un'architettura di intreccio magistrale, una regia pulita e impeccabile e – soprattutto – una linfa vitale che ti avviluppa, ti entra nello stomaco, ti sconquassa. Come ha detto lo stesso creatore Vince Gilligan (un maledetto genio, beato lui), “chi guarda Breaking bad non solo non sa da chi parte stare, ma riflette dubbioso sul perché preferisca stare da una parte piuttosto che dall'altra”.

Di recensioni ne sono state scritte migliaia, mi sforzerò qui di elencare quelli che sono secondo me i momenti, i nodi della serie, talvolta anche “sbagliati”, sui quali si scorgono i dettami della Serie Perfetta.

1) Innanzitutto, la costruzione scenica, che sopra ho definito architettura e forse forse mi tengo buono questo termine. Breaking bad è scheletrica e vive, senza tanti orpelli e fronzoli, attorno alle storie e agli intrecci dei personaggi principali. Assomiglia ad una favola o una piece teatrale, il mondo fuori non c'è, non esiste. Si parla spesso di centro città, di “traffico” convulso, ma in realtà Albuquerque è mostrato come un paesino dove non passa mai una macchina. Sicuramente pagare scenografie e comparse per un centinaio di episodi ha i suoi costi, ma la scelta, voluta o no, riesce a modulare tutto il pensiero dello spettatore sui personaggi, enfatizza la rivalità Buoni-Cattivi ed eleva il tutto a narrazione epica.

2) Buoni e Cattivi, già. Chi sono i buoni e chi sono i cattivi? Se dovessi recensire la serie in una frase direi che “la strada per l'Inferno è lastricata di buone intenzioni”. Che è stato, attenzione, un topos letterario o cinematografico poco approfondito nella nostra letteratura moderna. Finché non è arrivato Walter White...

3) La serie ha degli errori di sceneggiatura e delle forzature, a volte clamorose (l'allontanamento strategico di Hank verso El Paso in una fase calda del business di Walt, per esempio) altre sopra le righe, direi quasi surreali (i “gemelli del gol” cugini di Tuco; la morte di Gus). Sono tasselli di un puzzle, presi a se stanti sono asimettrici e insignificanti, incastrati fra di loro mostrano un'opera d'arte. Tutto è studiato a tavolino e tutto torna, armonicamente. C'è solo un passaggio che purtroppo inceppa il meccanismo: prima e durante la fase “autolavaggio”, Hank spesso ha a che fare con Walt ma non si accorge neanche per un secondo della vita “strana” del cognato, e non gli chiede mai come passa le sue giornate.

4) Le prime due stagioni sono brutte. A tratti inguardabili. Col senno di poi è una lenta, angosciante, ma efficacissima fase di preparazione, un po' come pestare l'uva coi piedi affinché venga un buon vino. Mi chiedo chi lo guardò in prima tv come fece a resistere di fronte alle sceneggiate di Tuco Salamanca.

5) Si dice in giro che Breaking bad abbia due finali: il primo al termine dell'episodio 14 (la telefonata – molto recitata? - di Walt alla moglie, scena che segue la morte di Hank e prelude alla fuga in mezzo alla neve) e il secondo quello appunto definitivo nell'episodio 16. Il primo finale è negativo e il secondo positivo. Almeno così ci piace pensare, forse perché ci torna comodo avere una chiusura del cerchio. I due episodi finali sono “necessari”. Ci riconciliano con il mondo
Se la serie fosse terminata lì nel New Hampshire, in mezzo alla tormenta di neve che ghiaccia il cuore e contraddice l'aridità del New Mexico, sarebbe stata più bella perché avrebbe chiuso coerentemente il suo percorso di Formazione al Contrario, una Redenzione in negativo, che avrebbe colpito nello spirito anche lo spettatore che fatica ad ammetterlo ma ha sempre tifato Heisenberg; eppure una serie così non sarebbe stata perfetta. Una cosa Perfetta dev'essere, appunto, finita. Lo dice l'etimologia latina.

6) Non succede spesso e forse non succederà mai più, perché adesso le serie vengono sparate naked, e poi se fanno il botto si “plasma” il finale per trovare un seguito, altrimenti addio. In questo contesto, io trovo assolutamente geniale concepire una serie di cinque stagioni come un unicum, con un soggetto in testa fin dall'inizio e portandolo avanti con convinzione e coraggio, fregandosene di alcuni passaggi noiosi e di finali di stagione veramente nonsense.

venerdì 2 febbraio 2018

Ronda Ghibellina: diario di un neofita (3 anni dopo)

Lo sanno anche i muri, e non credo giovi ripeterlo. Lo sanno anche i muri che la causa e l'origine di tutto è Ronda Ghibellina. Dalle corsette blande con kway dei cinesi e scarpe da calcetto alla maglia professionale Compressport, è stato un viaggio fatto di una dozzina di trail competitivi, un podio, due infortuni grossi, quattro paia di scarpe (solo quattro, vorrei sottolineare il solo), due eventi urban trail organizzati e soprattutto quel vulcano di Renato che mi ha spinto dietro le quinte della Ronda per una boccata di Sano Sport Responsabile.

Innanzitutto, la vigilia è anche vigilia agonistica. Una Valligiana decisa all'ultimo, un po' per scaramanzia e un po' anche per forza. Pertanto si rende necessaria una breve sgambatina a due ruote e poi su al Palazzetto per le interviste della vigilia. Al media corner mi aspetta la Sabrina, collega di giornale, di Palio e adesso anche di sport.
Conosco Marina Plavan - vanta podi al Tor, non alla Corsa del Bastoncello, mi scuseranno gli amici valdarnotti per il confronto impari – e poi finalmente conosco dal vivo Ita Marzotto. Ci eravamo sentiti prima di Natale, e mi colpì il tono passionale dei suoi racconti che oltrepassava l'auricolare, una gioia totalizzante, accecante. La rivedo alla Ronda che è appena tornata dall'Inghilterra, mi dice “se ce la faccio io [a finire queste ultramaratone da centinaia di chilometri in autosufficienza] ce la puoi fare anche te!” e io sorrido, accondiscendente, ma dentro di me, cara Ita, so che ti sbagli di grosso

In successione intervistiamo Cristian Curi Caselli, Di Meo, Cecilia Polci, il dottor Fagnani e poi arriva Emanuele Ludovisi. “Per chi fa gare che durano non qualche ora ma giorni, a volte settimane intere, quanto è importante la famiglia?”. “E' riduttivo giudicarne l'importanza e il ruolo. E' qualcosa di oltre. Ho un bambino piccolo, pensando a lui vado sempre più forte, vorrei potergli dimostrare che con la forza di volontà si può arrivare ovunque”, e infatti lui è andato da Roma a L'Aquila a metà gennaio, solo in autosufficienza, senza alcun scopo competitivo. “Complimenti per le belle parole”, commento, anche se un intervistatore non dovrebbe mai commentare le risposte, embè, pace.


Mentre concludo di tagliuzzare e render social il nostro lavoro, arriva Christian Bohm. Il grande Christian, che ricordi dei tempi del ciclismo! Faremo la diretta streaming grazie a lui e Christian Ferrari. La diretta, signori! Io non ci credevo quando il Trava l'aveva annunciato, che figata paurosa gente: organizzata tutta in fretta in furia, probabilmente alla fine la montagna ha partorito il topolino ma l'idea c'è. Le storie anche. Vanno sapute solo raccontare.

Domenica mattina. Mi sveglio alle 6, orario di partenza della Plus che io a malincuore avevo deciso di saltare preventivando che sarebbe una giornata lunga. Molto lunga. Pronostico azzeccato. Ore 7,40 al Palazzetto, cielo sereno, giornata Perfetta, allestisco il monitor della diretta, ovviamente ci sono alcuni inconvenienti, il wifi prende poco e la corrente ha dei down pericolosi, sistema lì e tocca qui (grazie Roberto), alla fine alle 9 abbondanti posso andare a cambiarmi. 

Mi ricordo di prendere la GoPro di Stefano il dronista, e mi dimentico serenamente i concetti di “riscaldamento” e di “stretching”. Sarà (anche) per questo che dopo un trotterello felice felice di 11 km, già alle prime rampe di Cavadenti avverto i morsettini poco erotici e molto angoscianti al bicipite femorale? 

Viaggio in coppia con Enrico Sguerri (che chiuderà 13esimo e chissà se poi si sarà chiesto dove sono andato a finire), che passerà agli annali per la battuta più memorabile dell'ottava edizione di Ronda Ghibellina: “Se vuoi ti faccio passare”. Ahahahaha
Rido poco, invece, quando mi accorgo di aver rotto la zip dello zaino, siamo ormai in vetta e dalla rabbia non mi giro neanche verso il landscape. Resto senz'acqua, mi salva solo una bottiglietta di un volontario VAB. Sia lodata la Vab. Sono fradicio e il sole picchia duro. Condizioni ideali per sconfiggere i crampi, vero eh?

Insomma, alla fine corricchio alla meno peggio trascinandomi al traguardo, godendomi poco il single track all'ingiù che tanto ho desiderato negli ultimi 12 mesi e superando solo per un principio di Manifesta Superiorità di Pettorale i neofiti dell'Assassina.

All'arrivo sono accolto dall'occhio di pesce del buon Tiziano e, senza neanche ragionarci sopra, con la cauzione del chip mi compro subito una birra. Col senno di poi credo sia stata una sorta di reazione istintiva, come i cani di Pavlov.

E, dopo la doccia, un pomeriggio intero di interviste. Con Balducci e Dola, protagonisti di un bel gesto di fair play, con il giovanissimo Mariani (che fa il ciclista e io manco lo sapevo, ohssignore, un minimo di preparazione giornalistica!), il bionico Edi, una seconda birra, la Tatiana e lo sponsor Bettazzi. C'è il grande Enrico Vedilei con un occhio gonfio – è vero che usiamo spesso la metafora della battaglia, ma non prendeteci troppo sul serio; mi saluta Stumpo alle prese con la 70km e Atzori che non finisce la 45km per non “inquinare” la classifica a causa di un errore di percorso (chapeau!). I castiglionesi Serafini, Vannucci, Landucci (che motore) e un esordiente Luca Fabianelli. 

Mi presto anche ai collegamenti radio, un deja-vu dei tempi del Cozzano Calcio, con tanto di Cangeloni che non molla un centimetro (altro che Ludovisi o il Curillo!), e proprio a causa di un collegamento mi perdo l'arrivo dell'Elisa accompagnata da Marco Frontini, Marco Nardi e dalle piccole donne di casa. 
Storie di ghibellini, storie di Ronda. 
Arrivederci al 2019. 
E mi raccomando, fate sport responsabilmente.