sabato 9 gennaio 2016

Non essere cattivo

C'è qualcosa in te che dà l'impressione di affondare i denti nella carta stagnola.

Userei una citazione di Stephen King per evocare Non essere cattivo, il capolavoro postumo di Claudio Caligari. Guardare la parabola di Cesare, un sorprendentemente bravo Luca Marinelli, è come avere una pallina di carta di alluminio in bocca, che ti tritura i denti, che ti graffia le gengive, che ti elettrizza le meningi, che ti sconquassa il cervello. Non essere cattivo arriva dritto al cervello.

Una storia banale, un finale scontato, una regia apparentemente piatta. Ma tutto parte da qui, dall'apparentemente. In realtà credo che il povero Caligari abbia sistemato a puntino gli elementi della narrazione (regia-montaggio-sceneggiatura) affinché risultassero il meno visibili possibili. Come un documentario, un finto documentario. Una sorta di Naturalismo dei nostri giorni, ispirato a Pasolini, che scandaglia la società degradata della Ostia del 1995, borgata desolata e assolata, immersa in una luce de-saturata di colore, dove il cielo non è azzurro ma indaco e dove i sette veri colori dell'arcobaleno si notano solo nelle girandole appese alle lapidi del cimitero.
 
E' un registro stilistico che funziona con precisione scientifica: dalla prima scena di sballo – una sorta di manifesto – fino all'angoscia del finale, si alternano nello spettatore due sole emozioni, disperazione e compassione. Compassione e disperazione. Ma non c'è mai rabbia, né tanto meno odio, nei confronti dei due protagonisti, giovani adulti assolutamente incapaci di prendere le redini della propria vita (in ogni caso eccellenti prestazioni recitative da entrambi). La sceneggiatura procede non per intreccio ma per accumulo di episodi quotidiani, situazioni scabrose, al limite, che ogni volta si spengono stanche un attimo prima di esplodere, un attimo prima di generare la svolta narrativa o "colpo di scena" a dir si voglia. E la volta dopo si ricomincia, come se nulla fosse successo.
 
I colpi di scena non sono ammessi nei documentari, e come succede più nella realtà che nei film, non è per niente vero che sbagliando s'impara. Gli ultimi della società saranno destinati a ripetere in eterno i propri errori, questo lo sappiamo dai tempi dei romanzieri russi e francesi, ma gli ultimi della società catapultati vicino Roma, in piena era contemporanea, italianissimi fino al midollo, uomini eterosessuali, senza segni evidenti di discriminazione sociale – ecco questo genere di ultimi, così vicini a noi, vorremmo che diventassero felici, almeno nei film. E invece niente.
 
Non essere cattivo, sembra dire la bambina allo zio Cesare, e Cesare infatti non è cattivo, seppure non mostri non dico amore ma neppure rispetto neanche verso la mamma depressa e la nipotina orfana e malata, appunto. Non essere cattivo, sembra dire Caligari allo spettatore, non essere cattivo, non giudicarlo. Ma lo spettatore non ha bisogno del monito, lo spettatore non ha intenzione né interesse di condannare il ragazzotto ribelle che gira per le strade urlando a tutti, ma senza mai fare del male a nessuno, e soprattutto agitando un fero (probabilmente privo di pallottole) che non userà mai e che [SPOILER] al contrario segnerà la sua fine.
Non essere cattivo, ché qui nessuno è cattivo.
Non essere cattivo arriva dritto al cervello, come mordere la carta stagnola. O come strisciare le unghie sulla lavagna.
 

domenica 3 gennaio 2016

Parigi, bella senz'anima?


Torre Eifell, turisti in cerca di selfie
Le tre cose che mi hanno colpito della Parigi quotidiana, ovvietà per l'Italiano Medio che di norma visita Parigi come prima grande città straniera.



1) Non esistono angoli retti: gli edifici hanno forme irregolari, smussate ai vertici, o presentano angoli acuti;

2) C'è estremo bisogno di forza lavoro nel campo degli infissi: finestre e porte sono piene di spifferi;

3) Gli under26 entrano gratis in quasi tutti i musei e monumenti (la mia nota idiosincrasia nei confronti della capitale francese – durata per oltre un quarto di secolo - mi ha impedito di risparmiare un cinquantino, che potevo comodamente reinvestire nel Centro Pompidou e nella permanente di Dalì. Mannaggia).



Per il resto, tutto regolare a Parigi. In tutti i sensi. Sia sul fronte dello stato di emergenza
Pantheon, riproduzione celebrativa
(fa strano dire che uno stato di emergenza è regolare, ma verosimilmente è questo che pensano i francesi visto che la vita trascorre liscia come se non ci fossero mai stati un 7 gennaio o 13 novembre, e forse è giusto così); sia sul fronte dell'identità parigina. 

Parigi è come te la immagini prima di partire, Parigi è come te la fanno vedere in cartolina. Parigi val bene una messa, senza ombra di dubbio. Ma, oltre alla messa, cosa vale? Difficile dirlo. Pur nella sua ostentata celebrazione della storia e della cultura francese, tanto che la possiamo definire una sorta di Londra latineggiante, Parigi fa fatica ad imporre al visitatore la sua vera identità. Per citare Cocciante (sempre a tema con Parigi): la capitale oltralpe è una bella senz'anima. Il forte senso di
Louvre, visitatori nella famigerata sala 6
appartenenza e il patriottismo dei nostri cugini
, che noi italiani guardiamo con malcelata invidia e ammirazione, trasudano dai monumenti-culto della Parigi antica e della Parigi trionfale, ma è un sudore freddo, subito asciugato dal vento tagliente. Non si disperde. Non è condiviso con il forestiero. Inizialmente restiamo sinceramente commossi, soprattutto al termine di un anno drammatico come il 2015, nel cogliere da vicino il legame viscerale che c'è fra i francesi e la loro Madre Patria, ma poi alla fine qualcosa non torna: questo melodramma, questo egocentrismo, questo essere dannatamente permalosi.

Sarà che i francesi hanno inventato il Romanticismo e a me il Romanticismo non è mai
Veduta Parigi dalle torri della Cattedrale di Notre Dame
piaciuto. Sarà che la Torre Eiffel è tutto sommato frutto del caso – e, badate bene, senza Torre Eiffel molti turisti non si muoverebbero solo per vedere la Monnalisa. Sarà che i monumenti-culto sono circondati da zone poco “monumentali” a livello estetico e paesaggistico (i giardini di Tuileries e Campo di Marte mi hanno arrecato una profonda tristezza). Si salva solo Notre Dame.



Ribadito che dovrebbe essere obbligatorio per tutti i cittadini della UE andare a Parigi entro i 25 anni, anche solo per fruire dei più importanti musei francesi-ma che dico-europei-ma che dico-MONDIALI, la città offre sì altri spunti interessanti e magari insospettabili (vedi le insegne della metro come primo esempio di Art Nouveau) ma che sono comunque dettagli marginali per una metropoli che ha la pretesa di essere la città d'arte più bella e più visitata della Terra. 
Reggia di Versailles, viale che collega il castello al Grand Trianon

E', senz'altro, meglio conservata e meglio organizzata di altre - al netto di tutte le lamentele italiote, l'immenso patrimonio di Versailles è gestito oggettivamente bene, basti notare che non c'è la benché minima ombra di rifiuti per terra. E, allo stesso tempo, i musei di cui prima varrebbero il prezzo del biglietto anche se fossero vuoti.

Ma anche Roma sarebbe celebrata come Parigi, se solo in passato avesse avuto un popolo che l'amasse.