giovedì 27 agosto 2015

Appunti vari dall'Expo

(Scrivere un pensiero su Expo – che non per forza debba avere la pretesa di definirsi recensione – significa scrivere un poema. Forse, per non dimenticarsi di nessuno, sarebbe meglio scrivere un commento per ogni padiglione. Ma per sua stessa natura l'Expo è uno, l'Expo è totalità, quindi “spacchettizzare” il sito è ingiusto. Ammiro i giornalisti e i commentatori che riescono a dare un giudizio completo su questo immenso carrozzone nello spazio di un editoriale, io me ne tiro fuori. Tento e spero di farmi furbo: bypasso il problema con la formuletta del “diario”)

Day 1
Viaggio misto macchina+treno Rogoredo/Rho: una combinazione nata quasi per caso e cervellotica che però forse è la più efficace e comoda (si evita il costo del parcheggio e allo stesso tempo si evita il costo esorbitante dei Frecciarossa: grazie Enrico). Ingresso alle 12 da Triulza, già non c'è più fila. Nell'isola Expo (tutta l'area è circondata e attraversata da un canale e dei laghetti, pare che sia fatto apposta, il flusso d'acqua rilassa) il sole appena filtrato dalla foschia illumina delle strane statue di materiale sintetico e il Padiglione Zero. Non c'è un albero, non ci sono coperture. Dopo appena 3 minuti abbiamo già comprato il finto passaporto. 

Lo Zero, essendo quasi per tutti il primo, è subito mitragliato di foto. Il gigantesco
maxischermo che incessante proietta l'andamento della borsa del cibo, come fossimo a Wall Street, è lungimirante e profetico: qui tutti parlano di alimentazione ma lo fanno in una lingua che è arabo per i nostri nonni agricoltori. La ricorderemo a lungo, questa considerazione.

Si esce e via di fretta nel decumano, dove iniziamo a fare quello che faremo per altre 24 ore: camminare. Il decumano sembra il campo di calcio di Holly e Benji, non si vede mai la fine. Però è pulito, incredibilmente pulito da cicche (vietato fumare) e cartacce, ben riparato (benché la tettoia sia discretamente oscena) e purtroppo costellato da blasfemi banchini pieni di cibo finto. Uno dietro all'altro Angola e Brasile, poi di corsa nei cluster esotici. Piano piano si intuisce che esternamente quasi tutte le strutture fanno colpo e, chi più chi meno, già nella forma comunicano qualcosa. Che cosa, difficile saperlo. Ma certo è che, ad esempio, il cluster del riso specchiato sulle risaie è idea banale ma maledettamente accattivante. Bambini estasiati dall'esplosione di colori e immagini, per loro è un mondo fiabesco formato da tanti giocattoli enormi

Beviamo un caffè veloce in qualche paese latino, un mojito da 8€ a Cuba, riempiamo le bottiglie d'acqua alle fontane ed arriva la prima grossa scottatura (letterale e traslata):
gli Emirati Arabi. Quasi 2 ore di fila per un cortometraggio in HD girato bene, con un finale shock sulle note di una canzoncina di Fedez, ma dal messaggio ambiguo.

Dopo la Coop futuristica, all'ora di cena o quasi, si incrocia il cardo. Lo oltrepassiamo senza patemi d'animo. Diamo un'occhiata esterna a Svizzera, Germania, Giappone e Austria, ma alla fine ci fermiamo nel Regno Unito. Un alveare. Il Regno Unito è un alveare.


Boh, forse per fruire di certe attrazioni sarebbe necessario essere un po' più soli al mondo, e godere del ronzio reale (!!!) delle api, ma io questa non l'ho capita.
Cena in Svizzera, 10€ per una salsiccia e una raclette take-away. 

Dopo-cena in Italia, all'immancabile show dell'Albero della Vita. Ottimo esempio di tecnologia applicata
all'arte, ma i fuochi d'artificio di Ferragosto a Porto Recanati mi erano piaciuti di più (avrei voluto darvene dimostrazione-video ma l'Albero non l'ho potuto filmare, le annunciate postazioni caricabatteria io non le ho viste e il telefono si è scaricato alle 8).
Da notare che la sera gli ingressi in Expo si raddoppiano, gli fa un baffo viale Ceccarini al decumano. Aggrotto la fronte: da quando un'esposizione universale è diventata un incrocio fra Mirabilandia e il Papeete?

Day 2
Non potevamo dire di essere stati in Expo se non avessimo provato l'ebbrezza della fila ai tornelli. Detto fatto. Entrati, e subito via verso la Svizzera. Prenotiamo la visita alle torri per le 2 e questo ci tarpa le ali perché dalle 11 alle 2 non c'è tempo per mettersi in fila per il Giappone (addio Giappone, ti guarderemo in cartolina). Un salto nella sopravvalutata Austria e poi proviamo con la Germania, contando uno ad uno i visitatori in fila. Entriamo a pelo, non prima di essere rimasti ammaliati dal prestigiatore ammazza-tempo e dall'ormai leggendario seedboard. La Germania resta monca, lo show non possiamo vederlo. 

Ci tuffiamo quindi in Svizzera alle cui hostess diamo senza dubbio il premio come miglior personale addetto: lo scopo svizzero è quello di far riflettere sulla razionalizzazione e conservazione delle materie prime attraverso la formula nota delle torri che scendono, e le guide sono bravissime nel ruolo. Inutile girarci attorno, tutti noi siamo avvolti da un impronunciabile senso di colpa per aver messo in borsa anche solo 2 rondelle di mela essiccata

Quindi pranzo al Padiglione Basmati - 800 metri abbondanti a piedi per un ottimo basmati con pollo a soli 7€. Infine, tentiamo con l'Italia ma ci accorgiamo (dopo più di un giorno...) che la fila per l'Italia è lunga metà cardo, cioè più di 3 ore. Ci rinuncio fieramente, chiedendomi per quale strano senso del gusto il nostro padiglione sia interamente bianco. Il bianco non ci appartiene come colore: ok i messaggi etici, ok l'architettura ma quasi tutti i paesi si “mostrano” con una struttura che richiama la loro identità (dagli USA tamarri e alle dune degli Emirati, dai campi gialli della Cina ai mulini dell'Olanda), noi ci siamo presentati con un monolite bianco. Siamo il paese della neve?
Un buon 70% di Expo è comunque completato. Trascinando le gambe ci incamminiamo verso Triulza. Di corsa (ancora!), per non perdere il treno, ci fermiamo al gift shop che è disadorno, con pochi gadget e poca fantasia nel realizzarli. Altro che Riccione, anche a Marina di Grosseto farebbero di meglio. Va bè, dormo lo stesso stanotte.

Di una teoria sono però convinto, se mi è permesso: sarà ipocrita, sarà uno spreco, sarà semplicemente un carrozzone vacuo più simile a Mirabilandia che non a un momento di riflessione internazionale sul futuro del mondo, ma credo senza la benché minima ombra di dubbio che l'Expo meriti di esser visitato. Uno sforzo collettivo di intelligenza, tecnica, tecnologia; uno sforzo così devastante ed enorme; uno sforzo che per quanto possibile tiene conto pure della sostenibilità. Una cosa così ci fa partecipi e talvolta pure gratificati di noi stessi: dell'Uomo e dell'Umanità.


mercoledì 19 agosto 2015

Il Conero non è una montagna delle Dolomiti


Dove vai al mare?
Sul Conero
Sul... che?
Qui, vado qui al mare.
Riviera del Conero vista dal Passo del Lupo
In Toscana (e presumo anche Liguria, Lazio ed Emilia), 1 persona su 10 è stata al Conero, 2 lo hanno visto in cartolina, 2 ne hanno sentito parlare.
5 su 10 pensano che sia una montagna dolomitica.
Eppure, in pieno Adriatico e a poche decine di chilometri dalla Riviera, abbiamo mare pulito, natura, collina, arte (Ancona, Loreto, Recanati), pesce buono e vino buono, sabbia e scogli, acque basse e acque profonde, snorkeling e beach volley. Se si dovesse rinunciare per motivi logistici a lunghe trasferte nel sud, il Conero offre a tutto il centro Italia un'alternativa validissima anche per un semplice weekend.
Ma non lo sa quasi nessuno.
Michele Serra ha appena celebrato su Repubblica la Tovaglia a quadri di Anghiari e tutto il background sociale, umano e culturale che ne sta alla base. Serra è rimasto estasiato dalle “case povere che il tempo ha reso nobilissime, dal cibo robusto ed eccellente”, “dalla signora che si affaccia alla finestra”, è rimasto estasiato dall'Autentico. Ce ne sono a migliaia in Italia di situazioni autentiche, il problema insormontabile è che per continuare a essere tali devono restare sottobosco, nascoste e sconosciute ai più. E della stessa "malattia" soffre forse il Conero.
È un circolo vizioso: un evento o un luogo autentico è là dove si viene colpiti dalla Bellezza – b maiuscola – di un paesaggio che mozza il fiato o di un rito ancestrale che fa accapponare la pelle (e via discorrendo). La Bellezza salverà il mondo. L'autentico merita perciò di essere visto e contemplato. Ma tanti visitatori e tanti spettatori alla lunga inquinano e deturpano l'autentico.
Credo che alla base delle difficoltà di gestione turistica del nostro smisurato patrimonio ci sia proprio la mancanza di equilibrio fra il dover conservare l'autenticità di un sito e il dover giocoforza promuoverlo per farne attrazione turistica.
O il sito è selvaggio, sconosciuto e inospitale; oppure il sito è consumato, logoro, distrutto dal business del turismo. La via di mezzo pare proprio impossibile, e forse per questo in tanti neanche ci provano. Eppure qualche timido esempio resiste (le Cinque Terre? le Crete Senesi? i laghi del nord? I borghi storici del centro Italia, fra cui Volterra, San Gimignano, Orvieto, Norcia, Todi, Pitigliano?): evidentemente la strada è percorribile.
E il Conero?
Spiaggia dei Frati, Numana
Il Conero convive da sempre con l'handicap di avere le (poche) spiagge a ridosso del promontorio. Panorama suggestivo, ma la gestione logistica deve aver fatto passare brutte nottate ai vari sindaci.
Se Sirolo, però, è il classico paesello arroccato da cui si scende in mare (anche a piedi, la passeggiata sarà salutare) per un turismo di nicchia più che giustificato; a Numana qualcuno o qualcosa ha convinto le istituzioni che si poteva fare un turismo popolare. Apriti cielo. Da Marcelli all'imbocco di Numana centro, un lungomare trafficato come Corso Buenos Aires a Milano alle 8 di mattina; parcheggi praticamente inventati alle pendici delle collina e direttamente in spiaggia (!!!). Guardi in alto, verso la collina che sale ripida fitta di vegetazione spontanea, e ringrazi il cielo che perlomeno l'abusivismo è stato tenuto a bada. Prima di partire ti chiedi cosa ci guadagni il Comune a offrire un servizio di trasporto completamente gratuito, ma arrivato a Numana lo capisci subito.
Gli sforzi di normalizzazione sono notevoli, ma il caos di una Riccione qualsiasi si abbina male a una zona che per la sua conformazione pare sia nata per altri target.
Meglio va a Sirolo, con un però. Si ha la sensazione che la città si sia seduta sugli allori.
Mare della spiaggia di S. Michele, Sirolo
Credo che nel 2015 si possa serenamente rivedere “l'impianto di discesa” al mare, sono troppi i turisti che si avventurano a proprio rischio e pericolo su sentieri impervi o dentro bus sgangherati. Basterebbe un'opera di manutenzione dei sentieri (magari segnalati un po' meglio con qualche cartellone esplicativo, perché no), una ristrutturazione degli stabilimenti balneari, una modernizzazione del parco mezzi. E, soprattutto, una valorizzazione dello spettacolare Passo del Lupo che porta a un belvedere da perdere i sensi ma che... in teoria è chiuso per ordinanza.
Le spiagge comunque, a parte lo scenario da favola, sono molto “normali” e affollate all'inverosimile in alta stagione, l'acqua è pulita ma non del tutto cristallina (a 150 cm di profondità si vede il fondale solo di mattina e solo se il mare è calmo). Da apprezzare semmai la varietà del tipo di spiaggia, c'è di tutto, dalla sabbia fine agli scogli. Per tutti i gusti.
Due Sorelle viste dal Passo del Lupo
Allucinante invece la gestione delle visite alle Due Sorelle: centinaia di turisti ogni giorno sbarcano come profughi su una caletta selvaggia per la modica cifra di 25 euro per testa. 
E prenderei questo spunto per una considerazione finale, a puro titolo esemplificativo, nel pieno rispetto di chi ci lavora e ci si impegna:
le Due Sorelle via mare così gestite sono il turismo-che-consuma;
le Due Sorelle a piedi sono il non-turismo perché non accessibile a tutti;
le Due Sorelle  a piedi su un sentiero valorizzato e messo in sicurezza (1€ a ingresso per compensare i costi di manutenzione) sarebbe la giusta via di mezzo.

lunedì 10 agosto 2015

Il primo Palio della mia vita

Il primo Palio della mia vita, benché ne abbia visti a decine prima di questo. A questo pensavo la domenica sera, quando tutto era finito, con litri e litri di adrenalina che si erano dispersi tutti nel giro di mezzora. Sentivo i muscoli sciogliere la tensione accumulata negli ultimi – difficili – giorni, temevo che non avrei mai preso sonno. Invece dormii come un agnellino: il primo Palio della mia vita. Così, semplicemente.
 

Il Palio è un rito autentico con il quale un popolo o una comunità tenta di rinforzare il proprio senso di appartenenza, e lo fa attraverso la riproposizione – nel qui ed ora – di un preciso aneddoto di vita vissuta o episodio di storia: momento catartico che celebra e omaggia le radici e le origini di quel dato popolo. Nello specifico, il momento topico è la corsa di cavalli in tondo in onore della Madonna della Grazia del Rivaio che recupera e riassume contemporaneamente diverse figure storiche (dall'omaggio religioso al ricordo delle corse di cavalli alla lunga dell'800), ma che soprattutto ripropone la tradizione cavalleresca del soldato chiamato ad allenarsi durante i periodi di pace per farsi trovare pronto in caso di guerra.
Per farla breve il Palio è questo: una battaglia in tempo di pace. Si vis pacem para bellum.

La notte della vigilia dormo. Il vino della propiziatoria contribuisce in modo
determinante. Mi sveglio che la benedizione dei cavalli e dei fantini è già finita. Cerco di non guardare il telefono, ma tanto sui gruppi Whatsapp c'è un inquietante silenzio di tomba. Il tempo delle chiacchiere è finito. Io non sfilo, non sto dietro ai cavalli, non sono un dirigente. Ma il non fare niente forse è ancor peggio. Pranzo, e volo via in bici. Sia lodato il Signore per il primo Palio della storia con meno di 25 gradi. La musica aiuta a non pensare.

Il Palio è storia, il Palio è cultura quando per cultura s'intende “insieme di conoscenze e costumi di un popolo”. Il Palio è misticismo, è religione, è una via-per-qualcosa-d'altro. Non è solo una corsa di cavalli (molto spesso pilotata) con fantini sardi, il Palio è tutto quello che fai e che dai per vincerlo, è scalare il Mont Ventoux, è raggiungere in bici lo Stelvio. Il Palio è esperienza totalizzante – in periodo di Palio tuo padre è il presidente, i tuoi fratelli sono i rionali, la tua casa è la sede, la tua chiesa è la stalla.

Arrivo alla stalla che il corteo storico è già iniziato. Da vicolo dei Galli a malapena si sentono i tamburi riecheggiare sui muri della città. Tutto è in attesa, alla stalla. Le gambe mi costringono a muovermi perché la frenesia è lancinante. Salgo in Piazza, un fiume di gente invade la Festa castiglionese, vedi i foulard colorati al collo, vedi i figuranti aprire sorrisi sempre più convinti man mano che si avvicinano al Parterre.

Il Palio rompe i vincoli sociali, il Palio è oltre la realtà dei fatti, il Palio in fin dei conti è una tragedia greca. Il Palio può pure trasformarsi in sceneggiata, qualora mancasse il pathos.

Torno all'ovile, dai miei fratelli. Pronti per l'ormai leggendario corteo. Si cammina verso il campo di battaglia e si canta, un popolo unito che si auto-incita e abbatte i livelli altissimi di tensione, una processione laica, lenta e suggestiva. E' il riscaldamento di Bolt prima dei  Mondiali, è il pugile con l'accappatoio addosso che dà i pugni all'aria fuori dal ring, è la Nazionale di calcio all'inno, è l'haka del rugby. E' il predatore felino che si china nell'erba prima di attaccare. Lì in quei minuti c'è tutto (anche troppo, purtroppo) quello che uno desidera avere nel momento in cui decide di offrire la sua anima al rione.

Il popolo giallorosso fa ingresso nella Piazza. E cala il silenzio.

Succede quello che succede: in quei 3 secondi della partenza guardo il mossiere e dentro di me urlo “vero che schiacci, vero?” e invece non schiaccia un bel niente. Sembra un film. I 3 secondi sono lunghi troppo lunghi diventano 4 poi 5 e io sento che un anno sta andando in fumo il cielo diventa bianco la disperazione poi i secondi diventano 10 poi i cavalli ripassano dalla mossa. E arriva la rabbia.

Ho rischiato pure il daspo. Io, mai una rissa in vita mia, paura di sgusciare i conigli.

Foto Matteo Tavanti
Torniamo ancora all'ovile, per l'ultima volta.
Una prima – grossa – secchiata di adrenalina la scarichiamo all'arrivo del presidente. Che ci vede e si commuove. Un padre non può restare indifferente quando qualcuno rompe il giocattolino dei suoi figli.

Il primo Palio della mia vita, benché ne abbia visti a decine prima di questo.