giovedì 30 ottobre 2014

I dolori del giovane choosy

Data: 12 dicembre 2012


I giovani italiani, secondo la Fornero, sono choosy. Schizzinosi, disprezzano il cavolo nero e non amano fare lavori duri. L'uscita (oggettivamente infelice) del quasi ex ministro alzò un polverone colossale. Premetto: io non sono rimasto offeso da quelle parole. Per tre motivi: innanzitutto perché si è trattato di una considerazione generale e non rivolta ai casi individuali; poi la Fornero non è una politica di professione e, poveretta, dopo un anno di vibrante esposizione mediatica non ha ancora capito che bisognerebbe pensare fino a 10 ogni qualvolta che si apre bocca; infine perché io non mi sento choosy.
Detto questo, le parole della Fornero mi hanno spinto a una ricerca e una riflessione quasi obbligate per chi, come me, trascorre da otto mesi la sua esistenza in cerca di lavoro. Ed ecco qual è il panorama attuale della domanda/offerta. Sui giornali di annunci, sui siti e sul Centro per l'impiego le offerte sono in preoccupante e oggettivo calo: su Piazzagrande riempiono appena due colonne, sul Centro per l'impiego Valdichiana ci sono dei periodi in cui la pagina è desolatamente vuota. Ma andiamo a spulciarle queste offerte: la stragrande maggioranza (almeno l'80%) sono offerte di lavoro per agenti di vendita, rappresentanti o promoter, lavoretti nemmeno tanto difficili per i quali i guadagni sono a provvigione e che spesso richiedono la partita Iva. Si dice spesso che dobbiamo investire su noi stessi. Verissimo. Ma per chi come me viene da una serie di esperienze mortificanti, è dura trovare ancora il coraggio di investire tempo e denaro su occupazioni velleitarie, senza alcun tipo di garanzia. Peraltro queste offerte sono spesso ingannevoli, specchietti per l'allodole che mettono nella rete i disoccupati affamati. È il caso di quelli che ti promettono di diventare "personal wellness coach" e poi in realtà devi solo vendere integratori alimentari. In pratica, per guadagnare, dovresti dire ai tuoi clienti che stanno male, che hanno bisogno di sostanze integrative, anche se invece sono sani come pesci. Choosy? No, onesti.
Ci sono poi le offerte per lavori manuali, cosiddetti usuranti, a cui gli italiani rinuncerebbero perché non vogliono sporcarsi le mani. Noi le mani ce le sporcheremmo anche, sapete, ma se ti chiedono almeno tre anni di esperienza in quel settore e tu invece, povero sfigato, hai deciso di passare l'adolescenza studiando?  Se nessuno me ne dà la possibilità, come faccio io ad avere esperienza? Fino al paradosso in termini: ti offrono il contratto di apprendista, ma ti chiedono l'esperienza. Il caso limite il mese scorso: un'azienda agricola cercava raccoglitori di olive "con comprovata esperienza pluriennale". Al colloquio, evidentemente, ti interrogavano su come usare la macchinetta. Questo è il simbolo di come il mondo del lavoro sia un mondo per vecchi: tantissime le offerte riservate ai pensionati. Ne immagino il motivo, a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si indovina. Senza parlare dei tirocini: lavorare otto ore al giorno per 500 euro lordi al mese.
No no, non c'è fine al peggio: aumentano in ogni agenzia di annunci le offerte di lavoro non retribuito. Se volessi fare volontariato andrei alla Misericordia, grazie.

Ma tu per cercare lavoro stai davanti al computer? No, l'ormai diffusissimo "curriculum tour" l'ho fatto anch'io, presentando il mio cv in tutta la provincia e non solo. Da aprile ci ho consumato più di una cartuccia d'inchiostro e Legambiente mi potrebbe citare in giudizio per essere il responsabile dell'abbattimento di quattro alberi. Risultato? Cinque colloqui cinque: uno fallito, due rimandati e due che erano offerte-ciofeca. Non ho un gran cv, lo ammetto. Però esistono anche quelle aziende che mettono a ruota l'identico annuncio per mesi e mesi: dubito che dopo la prima volta nessuno abbia risposto all'annuncio, ma vanno avanti nella loro ricerca, a caccia forse della figura professionale perfetta (magari con 10 anni di esperienza). Ma se non trovi nessuno così perfetto, perché non provi a colloquiare qualcuno che ti manda il cv da mesi e forse ha voglia di lavorare?

Altra critica: ma tu cerchi lavoro solo in Valdichiana? No, lo cerco anche altrove, ma per trovarlo sarebbe molto più facile risiedere nella zona, e chi me lo paga l'affitto?

Bene inteso: lungi da me scagliarmi contro le aziende. Loro sanno di poter contare su un'altissima domanda, devono fare i conti con la crisi, in passato si sono trovate di fronte dipendenti vagabondi, non hanno tempo da perdere nella formazione, e quindi cercano di adeguarsi applicando una selezione di ferro. Però mi piacerebbe che lo ammettessero, che smentissero la Fornero e dicessero che non siamo choosy. Abbiamo passato la gioventù a sentirci dire fino alla nausea che nella vita è fondamentale studiare e poi invece, dopo che ti sei laureato, ti dicono che a 24 anni è necessario avere alle spalle quattro anni di lavoro. Oltre che farci passare per schizzinosi, ci pigliano anche per il culo.

domenica 26 ottobre 2014

No, la camicia di jeans no, non l'avevo considerata

Nella mia maniacale e arrogante fissazione di voler analizzare la società contemporanea, con tutti i suoi risvolti sociologici e antropologici, ho sempre evitato con cura di scandagliare il mondo della Moda e quindi dell'abbigliamento e dell'immagine della persona. Perché mi son sempre reputato un grande ignorante in materia. Ammesso che riesca, di tanto in tanto, a capire la teoria, e cioè le tendenze di stile, poi però non riesco mai a metterle in pratica. Io sono uno dei pochissimi uomini italiani che si fanno ancora la barba, per esempio.



Ciò premesso e chiarito, ecco l'eptalogo degli accessori di stile degli anni 00 che hanno una storia sociologica e antropologica degna di esser rievocata. Perché mica per forza dobbiamo tornare al 1999 e al Millennium Bug per dire di essere nel passato. Il passato è molto più vicino di quanto si pensi.


1. Le infradito (maschili). Storica ciabattina minimal creata per le donne, irruppe improvvisamente nel mercato maschile italiano a metà decennio. Fino al 2004, chi si presentava in spiaggia con le infradito era gay. Dopo il 2004, era gay chi non lo faceva. Da “mai” a “mai più senza”. Accessorio talmente riuscito che entrò a far parte della tradizione. 


2. Le Superga. Mi ricordo, ai miei tempi, i nostri genitori ci compravano la tuta e le scarpe da ginnastica “per la palestra”, cioè da usare per l'ora di educazione motoria e solo per quella, perché non si poteva rischiare di sporcarle e rovinarle nel fango dei giochi pomeridiani. La tuta era in acrilico, le scarpe erano Superga. 19.000 lire al mercato. Quando qualcuno, a fine decennio scorso, decise di rilanciarle, sono arrivate a costare anche più di 60 euro (120.000 lire). Le Superga sarebbero un'idea da portare come tesi di laurea in economia: i misteri e i poteri delle leggi del mercato.


3. La camicia a strisce diagonali. Vennero poi sostituite da quelle a righe verticali, poi quelle a quadretti e infine quelle in tinta unita: ma, in ogni caso, non si poteva andare a ballare senza camicia. (O perlomeno non si poteva andare senza nelle discoteche IN, perché invece in quelle OUT succedeva l'esatto contrario: in camicia ti guardavano storto. Mirage vs Essenza, Gradisca vs Red Zone, Baia Imperiale vs Cocoricò. Oggi questa distinzione razziale dei locali notturni non esiste più, e di conseguenza anche l'abbigliamento è molto meno idealista). Nell'armadio ho ancora due camice a righe diagonali. Pace all'anima loro.


4. La camicia di jeans. A proposito di camicie e di armadi. Due anni fa circa, nel riordinare camera, decisi di far fuori tutti i vestiti che non avrei più indossato per portarli a qualche associazione che si occupa di redistribuirli a chi ne ha bisogno. Nel sacco buttai anche una camicia di jeans, che avrò messo tipo tre volte ai tempi del liceo, tanto questa ormai quando la rimetto, nessuno rimetterà mai più camicie di jeans. Non aggiungo altro.


5. Gli occhiali da sole “a moscone”. Lanciati da Vasco Rossi, che per anni non si è mai fatto vedere in giro senza, erano oggettivamente ed esteticamente il modello di occhiali più brutto della storia. Eppure, se pensiamo agli anni 00 non possiamo non citarli. Per fortuna che poi tornarono i Rayban.


6. I pantaloni “acqua-in-casa”, Arezzo Style parte 1. Ripetendo ancora che non sono un esperto in materia, credo che gli irriducibili vaschisti (nel senso che fanno le vasche per il Corso, non che sono fan di Vasco) di Arezzo abbiano un merito: quello di aver portato avanti le istanze dell'acqua-in-casa anche nell'epoca in cui nel resto d'Italia ci si era accorti che si stava bene anche coprendole, le caviglie. Ora che l'acqua-in-casa è tornata avanti nei sondaggi in tutta Italia, gli esponenti più integralisti del partito hanno festeggiato tirandosi su i pantaloni a metà polpaccio. Duri e puri.


7.La felpa Fruit of the loom, Arezzo Style parte 2. Cari nipoti, oggi voglio raccontarvi una storia misteriosa. C'era un tempo in cui, ad Arezzo, la domenica pomeriggio per il Corso accadeva un fenomeno particolarissimo: tutte le persone dai 12 ai 20 anni indossavano lo stesso modello di felpa, cambiavano solo i colori. Nessuno ha mai saputo spiegare l'origine e il significato di questo fenomeno.


BONUS TRACK. I baffi. A parte che a quelli che si fanno allungare i baffi oggi nel 2014 vorrei chiedere il significato di hipster (non lo so, no), ma poi io non capisco: abbiamo fatto due guerre mondiali, siamo passati sotto le docce naziste, abbiamo inventato Internet e l'iPhone, ci siamo evoluti, e che facciamo, riproponiamo ancora i baffi? E queste barbe lunghe, poi??? Ne vogliamo parlare? Ma nessuno pensa mai ai poveri dipendenti della Gillette?

domenica 19 ottobre 2014

La Fratticciola insegna

A un certo punto, lontano dalle ciacce col prosciutto e dal vin dolce, lontano dai carri trainati dalle bestie, lontano da tutto, realtà e fiction si sono toccate.



In chiesa, nella piccolissima chiesa della Fratticciola, un ragazzotto biondo e gioviale, tutto intonacato di nero, la cui figura artistica deve essere stata ispirata dal ben più noto Don Abbondio, era pronto a consacrare in matrimonio due ragazzotti suoi coetanei, accompagnati da un corteo di parenti noglobal, vestiti tutti colorati e contro il sistema. I testimoni con le chitarre e le camicie a fiori. Sull'altare un cameraman e alcuni fotografi.
Era, ovviamente, una scenetta recitata.

Ma a un certo punto è intervenuto il prete, quello vero, che ha dato la benedizione ai figuranti del matrimonio hippie celebrato da un altro prete, finto.

Chi c'era, dopo un attimo di sincero imbarazzo dovuto al curioso cortocircuito, ha sorriso.

Siamo stati tutti più felici, dopo.

Sacro e profano, il diavolo e l'acqua santa, segno più e segno meno della corrente, Nadir e Zenit. Roma e Lazio (più Roma che Lazio, a giudicare dalle bandiere). È stato un attimo, breve, forse insignificante. L'attimo in cui la festa della Fratticciola è diventata Autentica.

Quando l'Ideale incontra il Reale e fra i due c'è intesa, allora il Rito funziona, il Rito è autentico.

Non è più un gioco.

Non si scherza con la religione e non si scherza col fuoco (e infatti qui non ci scherzano, no, qui lo venerano con i brividi sulla schiena nel falò notturno dal fortissimo valore apotropaico).
La Fratticciola insegna. Non è detto che tutti debbano imparare, e a dire il vero Lei non ha nemmeno questa pretesa. Però Lei insegna.
 

In un recinto reale, dove – guarda caso - presenziano le istituzioni fondanti di ogni società
e ogni comunità come il Matrimonio, il Lavoro, la Famiglia, la Cucina e la Musica, la Fratticciola timidamente e con modestia riproduce la società ideale. E la mostra ai giovani, affinché non cada dell'oblio. E la vive intensamente, per un giorno. E la esorcizza, forse per sempre, dal pericolo delle malignità del mondo.



La Fratticciola, con la sua festa che è un inchino alla civiltà contadina e a tutto quello che ha significato per questa gente, insegna a evitare questo:



Che silenzio. Il ronzio sommesso del vento tra i fili. Alte piante di ambrosia lungo la strada. Fienarola e nolina. Più in là, fra le pietre degli arroyos, impronte di draghi. Le montagne di pietra grezza nell'ombra del tardo pomeriggio e verso est l'ascissa scintillante delle pianure desertiche, sotto un cielo dove cortine di pioggia si allungavano scure come fuliggine lungo tutto il quadrante. Vive in silenzio il dio che ha purgato questa terra con sale e cenere