martedì 9 gennaio 2024

Che tutto questo non finisca mai

 


Il giorno del tuo matrimonio non è un giorno come tutti gli altri. È fuori dal tempo e dallo spazio. In modo banalmente concreto lo capisci subito, al momento del risveglio, perché ti ritrovi in un letto non tuo o meglio: un letto non più tuo. Che è diverso da letto di una camera di albergo. La rottura della routine quotidiana e il contestuale riavvio di certi ricordi creano un cocktail letale che ti fa drizzare le antenne. L’adrenalina ti avvampa più forte di una cassa di Red Bull ingurgitata a rigore. In confronto, la serenata della sera prima è una tisana detox al finocchio.

Scendo le scale per fare colazione e il primo pensiero lucido va alla mia salute fisica. L’indole sportiva mi costringe ad effettuare il check-up come quando, da giovane, avevo qualche gara importante. Testa? Ok. Pancia? Quasi [warning: procurarsi subito l’Enterogermina!]. Gambe e braccia? Perfette. Bevo un caffè con due biscotti. Il battito è ruvido, sensibile, ma non veloce. Tempo dieci minuti e mi cambio per uscire a correre. Al rientro, mentre in cuffia va Calcutta e il sole scalda un’ideale mattina di fine estate, leggo sull’asfalto le tipiche scritte scherzose (fatte da mano per il momento ignota) e penso che la prossima volta che correrò alzerò gli occhi al cielo e invece della Torre del Cassero vedrò l’Empire State Building ma non è tanto questo che mi commuove, quanto ciò che dovrà succedere nel frattempo. Piango. È una fortuna, il sudore di settembre. Si impasta alla perfezione con le lacrime.

Dopo la lunga doccia indosso una camicia sportiva (“vieni in camicia!” si era raccomandato il Tava “così non devi sfilare maglie dalla testa”) e salgo in paese. Tutto tranquillo. Il Tava oggi ha aperto il negozio esclusivamente per me - a dire il vero ha aperto per alcuni miei invitati che avevano preso appuntamento prima di ricevere la partecipazione, ma per un attimo mi sento importante come Sfera Ebbasta. Mi sistema i capelli in sette minuti. Salto dal fioraio ma “è troppo presto per il bouquet, torna dopo mezzogiorno” e non perdo tempo a rispondere che a quell’ora la tabella di marcia prevede il pranzo: manderò qualche scagnozzo, penso. Scappo quindi dai cinesi per comprare la pompetta per i palloncini: mi dirà la mia quasi moglie che in quegli attimi è venuta a casa nostra per recuperare [omissis]. Pensa te se ci fossimo trovati per strada, lei con in mano [omissis] e io la pompetta che sarebbe stata una sorpresa della serata: “Oh mi’ chi si vede, come stai? Che ci fai con quel… coso?”. Incrocio invece la Manuela Maccarini: “Oh te, non ti dovevi sposare? Che ci fai qui?”. 

“Una giratina!”

Mia mamma è dispersa, pranzo in compagnia di mio babbo, una veloce e anonima pasta al pomodoro. Niente di memorabile per gli annali. Ce la stiamo prendendo comoda in casa Trippi. Quando arrivano gli addetti ai ricordi, Stefano ed Arianna, sono in ciabatte. I soliti convenevoli rimbalzano fra me e loro (che bella giornata! il caffè lo prendete amaro? sei emozionato?) ma in testa, dietro tutti i pensieri che sfrecciano come palle matte tirate a tutta forza contro il muro, resiste un’enorme insegna fluo a caratteri cubitali.

CHE TUTTO QUESTO NON FINISCA MAI

Finisco di lavarmi e mi cambio. Adagio. La fine della vestizione è una lenta scena cinematografica dove prestano il ruolo di comparsa parenti di varia natura. Sarebbe davvero tutto terribilmente imbarazzante se non fosse che… leggi la prima riga di questo memoriale. Poi, iniziano ad arrivare altri parenti ed amici. Già qui qualcosa si annebbia. Troppi occhi addosso, troppi volti sorridenti che vogliono partecipare alla tua gioia – qualcuno, pensate un po’!, in modo genuino e sincero. Senza dubbio, ho degli ottimi testimoni e collaboratori che non solo si ricordano ciò che dimentico io ma che soprattutto si dimenticano di cercare nel posto più ovvio le chiavi di casa mia: il mobile svuotatasche all’ingresso. Le requisisco io un attimo prima di salire sull’ammiraglia che mi porterà in chiesa, fiu. Stanotte si dorme. Forse.

Della messa ho vaghi ma delicatissimi ricordi che porterò sempre dentro. E che lì resteranno.

Delle foto idem.

Ho ritrovato sprazzi di lucidità nel maggiolone degli sposi, nel tragitto da Lo Stradone a Villa Magi - perché le foto a Lo Stradone? "E perché me lo chiedi?". A Brolio, mentre i raggi caldi ma tenui del tramonto di settembre risaltano il paesaggio delle colmate, la nostra autista Giulia manda sulla cassa bluetooth una canzone di Tiziano Ferro. Il vento scompiglia i capelli (con buona pace del Tava) e i fiori del bouquet. Io e mia moglie ci guardiamo in un modo che non ci siamo mai guardati in oltre undici anni di vita insieme. L'uno pensa dell'altra che il sorriso è magnetico, quasi irreale. Certamente inedito. Ma non è eccesso di romanticismo o drammaturgia, e se ve lo dice uno che gode dei finali tristi e si emoziona sulle canzoni dei Baustelle, fidatevi che è così.

Che tutto questo non finisca mai.

La tensione da sacramento religioso si trasforma all’improvviso in tensione “da evento stile Novemberfest” quando, arrivati alla Villa, noto che il tableau non è stato montato come da istruzioni. Panico. Panico totale. Sia per il tableau (mica per altro, ci abbiamo lavorato almeno per giorni interi), sia per l’evento in sé: se il buongiorno si vede dal mattino…

Invece tutto andrà divinamente, grazie Patrizio, grazie Mario e grazie Argonauti. Dall’ingresso scenografico all’aperitivo fino al ballo lento che –ops– in realtà non abbiamo mai ballato quella sera (ribadisco: quella sera), pur avendo già concordato la canzone con i musicisti.

Del resto, altre cose avrei voluto dire o fare. Altre, invece, non previste, sono state magicamente improvvisate. Ma non saprei rimettere in fila i pezzi: impossibile districarsi nella calda, soffice, nebbia della mia mente.

Anche quando poi saremo stanchi, troveremo il modo per navigare nel buio.

venerdì 5 gennaio 2024

I cinque personaggi di New York



Il receptionist del DoubleTree

Il DoubleTree di Lower Manhattan che è targato Hilton ma che di Hilton ha solo il nome -ce ne faremo una ragione-, ha l’ingresso nell’anticamera del bar di un ristorante italiano e la reception al primo piano, raggiungibile solo tramite uno dei due soli ascensori che sono costretti giorno e notte a servire 44 piani. Bruno Barbieri boccerebbe senza pietà la categoria "location", e magari neanche valuterebbe che siamo nel cuore del quartiere finanziario della metropoli più importante del mondo occidentale, il che significa: grattacieli così alti che non ne vedi la sommità, atmosfera grigia, persone ingessate ma anche eleganza, pulizia, sicurezza, quiete dopo le 5 del pomeriggio. Ci accoglie un giovane receptionist di colore che effettua il check-in più denso e più veloce del mondo: una macchinetta automatica che in tre minuti ci inonda di informazioni di cui comprendiamo forse mezza parola. 

Non so se il tipo si ricorda di me qualche giorno dopo quando, senza sforzarmi di nascondere l’enorme fatica comunicativa, tento di chiedergli istruzioni per la lavatrice. Mi intenerisce la sua pazienza e, quasi come per ricambiare il favore, decido di comprare un caffè americano. Gesticola impercettibilmente con la stessa mano gentile con la quale ci aveva "estorto" la carta di credito per la cauzione, ma questa la capisco: me lo sta offrendo. Have a good night! Il caffè americano mi fa schifo ma questo è quasi godibile.

 

La cameriera del Carnegie Diner

Al termine di un pranzo tipico americano (qualcuno obietterà che in America non esistano piatti tipici, figuriamoci se esistano i pranzi tipici, dal momento che non è tipico, per gli yankees, pranzare come pranzano gli europei del sud: eppure per me un hamburger con patatine ingurgitato alle 13 in un locale con sedute a mo’ di panca rivestite di pelle e i tavoli simil formica dove si ergono gli immancabili tubetti di ketchup e senape lo si può definire solo come “pranzo tipico americano”), chiediamo il conto ad una cameriera tutta agghindata e con la divisa come prevede il cliché. Quando torna, prima di arrivare al tavolo, credendo forse di non essere notata oppure, al contrario, con lo scopo preciso di attirare la mia attenzione, tira fuori dalla tasca altezza addome una penna, si appoggia ad una colonna e sottolinea con un tratto nero la sezione dello scontrino dedicata alla mancia. Poi aggiunge l’emoticon sorridente e annota thank you

La prima cosa che penso è: a NY si è sparsa la voce che sono allergico alle mance. La seconda cosa che penso è: si nota così tanto che siamo italiani? La terza cosa è: questo è il modo giusto per guadagnarsi una mancia, non vi si insegna niente a voi, proprio niente.

 

Il commesso della pizzeria

Di ritorno dal tramonto sulla terrazza panoramica del 230 Fifth, che oserei definire come uno dei pochi “rooftop a misura d’uomo”, sulla Broadway fra la 26 e la 27esima strada, ci fiondiamo dentro una pizzeria a taglio, vuoi per la fame vuoi per il freddo del vento tagliente del 30esimo piano che ci ha irrigidito muscoli e ossa. Il commesso di origini italiane percepisce tempo zero che siamo italiani e il giochino quindi si alza di livello: di quale città siete? siete in luna di miele? Ha voglia di chiacchierare, io non tanta in realtà, vuoi per la fame vuoi per (…vedi sopra…), ma lui, forse mosso a compassione per due sposini toscani che stanno presumibilmente morendo di fame se si vedono obbligati a fermarsi in una pizzeria in orario di quasi chiusura pur di mettere qualcosa nello stomaco, ci offre la Coca-Cola. Mannaggia… proprio stasera che avevo deciso di non bere birra!

 

L’homeless nelle viscere dell’Oculus

Breve premessa curiosa (curiosa per gli inesperti di NY, s’intende): al nostro arrivo, prima di approdare all’hotel, sbuchiamo quasi per caso nell’Oculus e da lì al World Trade Center. Decisamente appesantiti dalle valigie e tristemente abbandonati dal nostro senso di orientamento che si arrende di fronte ai grattacieli, visualizziamo un milione di cose e persone ma ne metabolizziamo forse il 2%: e fu così che scambiammo per centro commerciale – che si fa ricordare per questi spazi comuni enormi, così enormi che non sembrano neanche affollati, tutti di colore bianco, bianchissimo - quello che in realtà è uno degli hub di trasporto urbani più articolati e imponenti al mondo, progettato fra gli altri da Calatrava, e che in pancia contiene almeno quattro stazioni della metro e collegamenti con treni extraurbani e il servizio navette pubblico. 

È qui che, qualche giorno più tardi, dopo essere scesi dalla metro a Fulton, sbagliamo il path di uscita e ce ne accorgiamo solo dopo aver superato i tornelli, rendendo quindi impossibile l’inversione a U. Arrossisco. Mi sento inadeguato come un boomer che si prende un virus cliccando un link farlocco. Ma, che ci crediate o meno, l’occhio furbo di NY ti vede sempre e ha sempre la soluzione per te: perviene un vagabondo, forse homeless o forse solo vagabondo, ci chiede le tessere e inizia ad armeggiarle con quelle praticando alcune pieghe. Poi le restituisce e ridendo ci fa cenno di provare a inserirle nel tornello. Prima tessera luce verde. Seconda tessera luce verde. Lo ringraziamo di vero cuore e vorrei lanciargli almeno cinque dollari per mancia ma, sul più bello, arriva il treno. Dal finestrino, lo vedo salutarci scuotendo vistosamente la mano. Non sembra deluso.

 

Il venditore ambulante di ciambelle al Battery Park

Le strade che costeggiano il Battery Park, elegante e placido giardino con vista Statua della Libertà, uno dei non pochi angoli tranquilli di una città che vive in un prezioso, invidiabile, "caos calmo", sono presidiate da banchi ambulanti che vendono, a seconda dell’orario e delle stagioni: ciambelle e bibite; caldarroste; hot-dog e patatine fritte; kebab. Il venditore di dolciumi sta all’angolo con Stone Street, sotto il nostro hotel. Una mattina proviamo l’experience “colazione tipica da uomo d’affari con ventiquattrore d’ordinanza che è in ritardo per il primo appuntamento” e ne restiamo molto soddisfatti: appena quattro dollari per due ciambelle e un muffin, ne serviranno almeno il doppio per due espressi nel vicino Starbucks. 

Tutto felice e padrone del mio destino, acquolina in bocca, la mattina dopo scendo in strada in ciabatte stropicciando alcune banconote da 1$. Arrivo all’angolo e il banchino non c’è. È sabato e gli uomini d’affari, il sabato, fanno colazione con la moglie dai capelli cotonati e il figlio campione sorseggiando succo d’arancia da una tanica.