L'organizzazione turistica
Se immaginiamo la Sardegna come il quadrante di un orologio, potremmo spiritosamente affermare che dalle ore 13 di San Teodoro alle ore 18 di Cagliari, l'isola viva di una pacifica siesta turistica interrotta solo dal campanile imperioso di Villasimius che suona alle 17, circa. Ma volendo usare altre similitudini, più che un campanile Villasimius è un faro, che col suo fascio di luce glamour illumina tutto il sudest della Sardegna. Il paese polarizza radicalmente i flussi dei visitatori dal Golfo del Baunei (che gioca la partita su un altro terreno e che per questo, magari non oggi, merita un capitolo a parte) a Cagliari appunto. Il risultato è che attorno a un epicentro gravido di vita -confortevole, contemporanea, internazionale- che strizza l'occhiolino al target benestante e soprattutto al target di chi si ritiene benestante, si sviluppano chilometri di costa wild, dove l'uso intenzionale del termine straniero vuole affossare nello stesso concetto le accezioni di "selvaggia" e "abbandonata a sé stessa".
Alla mente sovviene l'esempio di Piscina Rei che sorge poco a nord di Costa Rei (a proposito: Costa Rei è un paese che ha una sua ragion d’essere o solo un agglomerato di residence cresciuto come erba gramigna nel granito?), e che avrebbe tutti i requisiti per diventare, che so, Porto Giunco, la Cinta di San Teodoro, il Poetto di Cagliari o Alimini in Salento. Invece, qui, oltre ai rifiuti devi riportarti a casa pure i bisogni fisiologici. Il che, attenzione, forse è anche un bene per l'ecosistema e tutto il carrozzone. Ma non è un bene per Punta Molentis, molto più sfruttata, che a mia modestissima sensazione appare nel 2024 decisamente in "affanno respiratorio", mettiamola così. Tornando al faro, quindi, non è chiaro se è stata più forte l'attrazione naturalistica o la capacità delle istituzioni nel valorizzarla (sottolineo istituzioni: basti osservare la cura delle aiuole o dei cartelli stradali per rendersi conto che solo l'iniziativa dei privati non avrebbe permesso tutto questo), ma è invece evidente il risultato: Villasimius è egemone e ci tiene a comunicartelo.
Lodevole la rete segnaletica e informativa per le spiagge, nonché la gestione pressoché militare degli accessi: impossibile perdersi e altrettanto difficile giustificare comportamenti poco civili con le classiche scuse "mi perdoni vigile ma non sapevo dove parcheggiare!" oppure “dove getto la spazzatura? non ci sono i bidoni per la differenziata!”. Mi ha invece fatto storcere il naso il meccanismo del numero chiuso applicato a tre spiagge: probabilmente sono sì a numero chiuso, ma è un numero comunque troppo elevato e soprattutto non garantisce priorità per chi ha prenotato (e pagato!) mesi prima.
Le spiagge
Letteralmente, in una settimana fai fatica a visitarle tutte. Lascia perdere recensioni e i post acchiappacuoricini su Facebook che naturalmente l'algoritmo ti proporrà: rischi di distrarti. Capisci che a Villasimius nessuna spiaggia è uguale ad un'altra per esposizione, terreno, colore dell'acqua, profondità e che, cosa più importante di tutte, le condizioni variano quotidianamente in base al meteo e ai venti.
Porto Giunco è enorme, organizzata, per famiglie, per tutti. Sa Ruxi forse la più preziosa, abbina sabbia e scogli, è riparata dai venti di settentrione da una corroborante vegetazione (all'interno della quale sorge uno dei bar balneari più carini che abbia mai visto). Punta Molentis è il quid wow, l'attrazione per Instagram, un istmo bagnato da due mari con fondali contrapposti e caratterizzato da una sabbia durissima: sapete che vi dico? In fondo pensavo meglio (la meta intendo, non la sabbia). Ecco perché dico di non farsi trasportare dalle recensioni. Cala Sinzias è un po' l'approdo vip dei semi-vip che non vogliono sfilare in centro, mi sono fermato in un pomeriggio di nuvole basse che non rendeva merito ai colori. Di Piscina Rei ho già scritto: fa impressione per quanto è... infinita, infinita come il turchese delle sue acque. Infine Cala Caterina, raccolta, silenziosa e inspiegabilmente snobbata, a cui si accede da una stradina di pietre sconnesse su cui si affacciano graziose casette con giardino. Cala Caterina è la mia preferita, per i pesci, per il fondale, per l'intimità.
Il paese
Secondo un’interpretazione molto accreditata, il termine simius deriva da semus (scemato, scomparso), riferito all’abbandono degli indigeni all’epoca delle razzie dei Saraceni. Banalmente parlando, potremmo qui leggere un precedente storico a quello che sta avvenendo attualmente con l’assedio di visitatori, non più solo arabi ma provenienti da tutto il globo? Potremmo farlo ma non vogliamo. Godiamoci la vacanza. Villasimius sta al sudest della Sardegna così come via del Mare sta al paese. C'è solo una strada, centrale, pulita, presidiata praticamente 24h dai vigili urbani e che pare aver ricevuto recentemente un significativo restyling. Dal centro storico a monte, via del Mare punta in discesa, dritta e diretta in spiaggia, e catalizza la vita sociale. Tutto attorno il nulla o quasi: gli arcinoti villaggi turistici sono confinati a valle; sulla collina invece villette e palazzine nuove e nuovissime che si ripetono con riconosciuto gusto urbanistico ma altrettanto evidente retrogusto che sa di artificiale o artificioso. L'occhio meno esperto fatica a distinguere i residence dai condominii dei residenti, e capirai che tragedia, direte voi; e ok va bene avete ragione, ma ci pensate a un qualunque borgo medievale della Toscana che presenta edifici storici e hotel con insegne luminose senza soluzione di continuità all'interno delle mura? Ah, dite che già succede questo in alcune città? Ok cambiamo discorso, non prima di aver fornito un dato incontrovertibile: la popolazione, normalmente di circa 2.500 residenti, a luglio ed agosto aumenta fino a circa 30.000 presenze. Avete capito bene: decuplica.
Food & beverage
Il proprietario dell'azienda vitivinicola che abbiamo visitato non ha avuto riguardi: "A Villasimius si mangia male, ma male proprio". Mancherebbe, secondo lui, una visione culturale della ristorazione: i locali hanno cavalcato il boom del turismo adeguandosi tout court alle richieste di comodo dei forestieri e da lì non sono (ancora?) tornati indietro. Prova ne è che l'unico ristorante tipico che siamo riusciti a testare, un ranch dall’atmosfera verace a tre chilometri dal centro, fa solo apertura stagionale. Sono del resto rarissime le attività agricole e enogastronomiche a km zero aperte al pubblico, magari per degustazioni (io direi formaggi, ad esempio!).
E quindi cosa mangiano gli autoctoni? In un luogo di mare di appena tremila anime che non può assicurarsi con facilità neanche il pescato locale (ricordo che siamo dentro il Parco Nazionale di Capo Carbonara), è forse comprensibile, e spero di non sparare puttanate, che non si sia mai dato troppo peso alla tradizione gastronomica. A parte la caratteristica sa costedda, semplice ma molto gustosa schiacciata con pomodoro e cipolle che sembra non essere conosciuta nelle altre zone della Sardegna, per il resto si mangia quel che c'è, e sarebbe un perfetto compromesso, almeno finché il "quel che c'è" non assume i lineamenti di una piadina con il San Daniele.


