giovedì 9 marzo 2023

Napoli è così. Napoli è viva

Napoli, gennaio 2023

Il 4

I tornelli della metro, alla stazione centrale, contengono a fatica le spinte di turisti, viaggiatori e studenti. Come un salame dentro la rete di corda, la massa umana straripa vomitando urla e insulti.

Se fossero in macchina, si aggrapperebbero al clacson.

Entriamo, strizzati, col fiato sul collo e sulla schiena, centinaia di sconosciuti ci accerchiano, il portafoglio blindato dentro la tasca interna del giubbotto. Trasportati dalla massa umana, prima sul treno e poi nei freddi corridoi di Toledo, alziamo il naso all’insù. Uno sciame di telefoni alzati alla volta celeste, di mosaico, mentre le scale mobili scivolano verso il blu del cielo, quello vero. Un viale brulicante di passanti, driver, motorini, furgoni, zingare. Un venditore abusivo di calze ci agguanta. Tutte le volte che arrivi in una grande città ti meravigli della capacità di tali figure commerciali di individuare il fesso del giorno: poi però, ci puoi giurare fratello, ti bastano meno di due ore per renderti conto che il fesso del giorno, se lo chiamano tale, un motivo ci sarà. Parola di (fesso) esperto. Check in da remoto e parcheggio valigie. È subito Spaccanapoli. È gennaio ma passeggiamo piacevolmente in felpa e occhiali da sole. Nell’ora di punta via San Gregorio Armeno è un ingorgo (dis)umano: i commessi si sbracciano platealmente e urlano in mezzo ai presepi. Urlano tutti, qua, ma loro forse ne hanno ragione. Urlano che, per agevolare lo spostamento di corpi in movimento, è fondamentale restare in corsia: chi sale a destra e chi scende a sinistra. In pochi obbediscono.

Quindi è la volta dei Quartieri Spagnoli. Chiudi gli occhi e immagina i Quartieri Spagnoli: vicoli scuri, colorati da panni stesi, stanchi e stinti, e Umberto Eco si rivolterà adesso nella tomba, lui che bacchettava gli allievi che usavano allitterazioni ruffiane, e poi il vroom dei motorini, pirofile di rame sfrigolano il soffritto di tante cipolle rosse, il murales di Maradona, necrologi strappati dal vento. Adesso apri gli occhi: i Quartieri Spagnoli sono come te li immagini: un posto dove il fascino dell’autentico sovrasta il senso di paura, o angoscia, o tutte e due, di un posto malfamato.

Usciamo presto per cena. Sorbillo ci aspetta poco dopo le sei. Leggerò poi che qui sfornano in media 1500 pizze al giorno. È un’industria, e alle industrie si perdona non solo il limoncello dell’Eurospin ma anche la gestione fredda, veloce e robotica, appena appena riscaldata dal musicista con chitarra. Ma è tutto corollario: la pizza è la vera pizza. Punto. Qualche ora più tardi il Napoli perde la prima partita della stagione. La città respinge un silenzio innaturale. Cinque fuochi d’artificio interrompono la calma. 

“No, non sono gli interisti. Sicuramente è una proposta di matrimonio”.

Sai che ho giurato di amarti a Napoli? E qui non sopravvive nessuno, nessuno.

 

Il 5

Mi dica, sig. Trippi, cosa è per lei il decadentismo? Il decadentismo è Spaccanapoli, è la sirena lampeggiante del van della società della monnezza che illumina a intervalli lugubri le saracinesche pregne di graffiti sporchi, evidenziando talvolta cartacce, talvolta bottiglie di birra vuote, talvolta topi morti. La colazione in uno dei bar più devoti alla fede calcistica del Napoli la mattina dopo, all’alba, quando le paste sono ancora da accomodare dentro la vetrina. Non tossisco per non urtare la sensibilità del barista, un signore smilzo con le scapole in fuori e i baffi curati, adombrato ma dignitosamente educato.

Il Cristo Velato è una di quelle cose da vedere almeno una volta nella vita. Fatevi tutta la fila che occorre. E la passeggiata continua: piazza del Plebiscito Castel dell’Ovo lungomare Caracciolo Chiaia. Nel chiosco di Donna Sofia, su una delle strade più chic e direi più nobile di tutta Napoli, addento una montanara, così definiscono la pizzetta fritta, e poi una frittata di patate incartata in una carta stagnola: l’unto mi anestetizza la fame. Benedetta Amuchina. Poco più avanti, su una piazzetta pedonale alberata, così calma e serena che manco senti la rabbia spumosa della circonvallazione che la lambisce, degusto il caffè più buono dei miei trentaquattro anni di esistenza. Dentro un vicolo scalcinato adocchiamo l’ingresso della Galleria Borbonica. Ci infiliamo.

 

Il 6

Napoli Sotterranea è un Jova Beach Party per chi soffre del complesso di superiorità morale: lo pensiamo tutti, scuotendo la testa, mentre usciamo all’aria aperta. Menomale ci pensa l’arte pasticceria di Scaturchio, con i suoi babà perfetti, e torna il sorriso. Testiamo anche la pizzeria Di Matteo. Il pomodoro, rosso fuoco, liquido e caldo, è un’esplosione di sensi, è il nucleo centrale del mondo. Lontano dal parco giochi delle pizzerie, delle tarantelle e degli artisti liberi, lungo le strade che scendono alla stazione, un uomo e una donna litigano sul balcone al primo piano, con veemenza, si tirano i capelli, gridano parole di odio. Sedie da scuola, con lo scheletro di ferro e la seduta di formica, attendono sulle strade. ‘Nnamocenne.

Per arrivare a Castel Sant’Elmo, dominato da un fortino pavimentato di pietra bianca, accecante, che ricorda molto il deserto dei Tartari, e guardato da un orologio le cui lancette scorrono in senso anti-orario, prendiamo la funicolare da Montesanto, nome che ritorna spesso nei film e nelle canzoni popolari. Montesanto è il bignami di Napoli. Oggi è la Befana e Pignasecca – il microcosmo pittoresco di Pignasecca – vende dolciumi e cianfrusaglie finalizzate al riempimento di calze. Mani ovunque spuntano, acchiappano cioccolate e caramelle, confezioni colorate che si mescolano, l’ansia del comprare. Il venditore del pesce, ovviamente, urla. Ha la voce più strutturata di Mengoni: anni e anni di parole spinte con tutto il diaframma che può. All’incrocio con via Toledo, congestionata dai saldi e dai luridi turisti mordiefuggi, dentro una Punto nera, una mamma da un ceffone ad un bambino.

Napoli è così. Napoli è viva.

 

mercoledì 15 febbraio 2023

Era davvero delizioso l'amaro della Valnerina

 

La mano sinistra si allunga su un barattolo giallo di plastica. Aveva contenuto cera per capelli, in un’altra vita. Con i polpastrelli del pollice e dell’indice pizzica delle briciole di polvere di gesso bianco. La strofina delicatamente per alcuni interminabili secondi continuando a fissare lo specchio. La tv sputa dal soggiorno Gente che spera degli Articolo 31. La spinta motivazionale della musica, dal volume troppo alto, così alto che avrebbe già incontrato i malumori dei signori Spinelli del secondo piano se non fosse che i signori Spinelli stanno preparando il cenone della vigilia, i sorrisi stampati in faccia, i nipoti in casa che urlano di trepidazione, tre televisori accesi, il vruuuuuuum della cappa, la lavastoviglie e Alberto Matano – la spinta motivazionale della musica è uno sforzo vano nei confronti della liturgica preparazione di Maurizio. Ha solo mezzo volto riflesso sullo specchio. Lo avvicina al vetro. Lo sguardo serio, asettico. Gli occhi stanchi, il verde corteggiato da un più innocuo marrone. Zampette di galline vispe agli spigoli delle sopracciglia nere. Qualche ricciolo grigio sulle tempie. Spalma il gesso sugli angoli delle mascelle e sui baffi incolti. Indosserà la lunga barba di nylon, naturalmente, ma anno dopo anno ha perfezionato il travestimento e non vuole rischiare che i bambini intravedano i peli neri sotto il plasticoso manto color neve fresca. Pensa alla scena e inconsciamente gli sembra di sentire in bocca quei fastidiosi fili sintetici; stringe le labbra nel gesto di sputare. Se ne accorge e la cosa non lo diverte.

Oggi però lo ha sinceramente divertito Tommaso, il bambino dei Crisanti del primo piano. Si sono incrociati per le scale questo pomeriggio, Maurizio saliva e Tommaso scendeva accompagnato dal babbo Leonardo. Maurizio teneva una grande busta blu dell’Ikea – accuratamente sigillata - contenente il vestito rosso e due cuscini.

«Buon Natale Maurizio!»

«Buon Natale Tommaso!» e intanto lanciava un occhiolino a Leonardo, «stasera Babbo Natale viene a visitare il palazzo?»

«Sì, come tutti gli anni» ha risposto baldanzoso il bambino toccandosi il cappello da elfo. «Ma non credo che salirà anche da te… Lui va solo dai bambini, e ci sono tanti bambini nel mondo, per questo ha sempre fretta» e giù una beffarda spalluccia.

Uno dei motivi per cui la vigilia, la “mia” vigilia, è il giorno più bello dell’anno è che è anche l’unico in cui non vado di fretta – pensa Maurizio mentre si sposta in camera lasciando tutte le luci del bagno accese. Non ci sono orari da rispettare oggi: il tramonto scandisce mellifluo l’andamento delle operazioni quotidiane. Non ci sono impegni, lavori, pranzi, merende, supermercati e regali – soprattutto i regali! C’è solo il tramonto da rispettare. Al tramonto si esce. Al tramonto si va in missione. Una missione che assomiglia a un rito laico, e che si ripete da quasi un ventennio. All’inizio fu la zia Margherita. Lo chiamò un lunedì sera di metà dicembre, lui aveva 19 anni e poca voglia di onorare le feste comandate. Il circolo Acli del paese della zia cercava un volontario per travestirsi da Babbo Natale. Non gli stava molto simpatica, la zia Margherita, non gli stavano simpatici i suoi capelli sempre tinti nel disperato tentativo di coprire l’imbiancamento, non gli piacevano i suoi atteggiamenti buonisti quando non proprio ruffiani, non gli piaceva la solitudine cronica di cui soffriva né l’ossessione verso il concetto di famiglia che lei, da scapola, sentiva pesante come un macigno. Maurizio accettò perché non sapeva come altro passare la vigilia. L’esperienza gli piacque. E gli piacque anche l’anno successivo. Zia zitella e nipote vagamente Grinch, che durante l’anno non si salutavano neanche se si incrociavano alla cassa dell’Esselunga, trovarono la loro intima sintonia nel partecipare al rituale del veglione natalizio… degli altri. Margherita lo accompagnava, guidando la macchina con la testa attaccata al volante, nel buio delle stradine di campagna tenuamente illuminata dalle luminarie; Maurizio era la guest star di rosso vestita. La zia morì di tumore al seno nel 2011. Lui continuò la tradizione (anche) per onorare la sua memoria, un modo come un altro per ringraziarla.

Sopra il letto i pantaloni e il maglione di pile rosso; lunghe calze scure; il cappello col bonbon bianco; la barba e la parrucca. Sullo scendiletto gli stivali di pelle nera. Sul comodino un paio di occhiali dalla montatura sottile color oro e la lista delle famiglie da visitare. Si sfila le pantofole e prende i pantaloni lanciando un’occhiata al foglio. Sono undici cognomi elencati in una tabella oraria e cronologica. Li conosce quasi tutti. Al circolo lo sanno: per Maurizio solo clienti, i “cortigiani” come li chiama lui, affezionati. Affezionati non a lui, oh no, quasi nessuno di loro sa chi si cela dietro – dentro – il personaggio e anche chi lo sa ha sempre intelligentemente finto di non saperlo. Il primo nome è Della Libera.

 

daniele della libera

da-nie-le-del-la-li-be-ra

Partiamo col botto, yuppie! Una bella macedonia di consonanti alveolari come antipasto.

«La vita di un puntuale è un inferno di solitudini immeritate».

Maurizio guarda il vuoto e ripete ad alta voce

«La vita

di un pun-tu-a-le» scandisce forte lo iato

«è un inferno di solitu-di-ni» batte forte la D contro l’arcata dentale superiore, una volta, due, tre

immeritate».

Aggrotta le sopracciglia, poi un velo di sorriso lo percorre dagli angoli delle labbra fino agli occhi. Si siede e si infila i pantaloni esageratamente grandi. Il motivo per cui Maurizio non ha mai affrontato di petto i suoi problemi di dizione è la causa dei problemi stessi: l’accidia. Pigro e sbrigativo nello sforzo di articolare le parole, battuta mai pronta e dizionario scheletrico, quasi a voler corroborare il suo ruolo sociale da comprimario, da colui che nel gruppetto parla solo se interpellato, ruolo poco nobile che fin da bambino, appesantito da una timidezza cronica, ha interpretato con dedizione e un pizzico di soddisfazione. Maurizio, insomma, ha sempre tagliato corto. Ma i suoi cortigiani, un giorno all’anno, sanno aspettare e vogliono ascoltare. E il suo personaggio, un giorno all’anno, sa mettersi al centro del cerchio con elegante nonchalance e ama farsi ascoltare. Andrà tutto bene anche questa sera, come sempre del resto, le parole mangiucchiate svaniranno sotto la barba bianca. Sugli strambi palcoscenici fatti di caminetti ardenti e tovaglie cosparse di relitti enogastronomici, Babbo Natale avrà una voce profonda, per qualcuno piacevolmente gutturale, ma nitida.

«…di solitu-di-ni immeritate!»

Daniele Della Libera è stato un compagno di classe alle scuole medie. Scapestrato e cinico, si faceva rispettare da tutti ma a lezione era un caprone. Maurizio non poteva dire che gli stesse antipatico, o forse semplicemente evitava di ragionarci troppo perché era il leader indiscusso del gruppo della domenica pomeriggio, ma l’amicizia era un’altra cosa. Riteneva che le gerarchie del sottobosco adolescenziale del paese non fossero meritocratiche, che lui non poteva fare da gregario a chi scriveva nei temi “hanno 1995” e “o fatto”, e già si sfregava le mani al pensiero di prendersi la sua personale rivincita nel mondo dei grandi.

Da grande, Daniele Della Libera era un agente di commercio con qualche ruolo di responsabilità e una carriera che si sarebbe potuta definire brillante. Con la moglie Serena aveva avuto una figlia, Ginevra, che oggi ha sette anni. Trascorreva la vigilia nella sua villetta in un bel quartiere residenziale assieme ai suoceri, una coppia di sessantenni in formissima – lui scarpe da ginnastica e camicia bianca, lei vestitino verde al ginocchio. L’open space della casa di Daniele era tutto… bianco. Tutto così pettinato, così scintillante come le paillettes del vestito della nonna, le luci intermittenti comprate in qualche grande magazzino appese ovunque, anche sulle gambe dell’enorme tavolo con gambe di ferro e piano di vetro. Lui, il capofamiglia, avrebbe risposto al citofono, avrebbe aperto il portone, sarebbe andato incontro a Babbo Natale e a Giovanni, l’accompagnatore silenzioso, urlando un saluto molto teatrale, avrebbe recitato l’immancabile pantomima a uso e consumo della tradizione, invitandolo a sedersi sulla sedia di Kartell e stringendo il braccio alla piccola Ginevra, muta e vagamente turbata. Due calici di Prosecco (o di Franciacorta: non riusciva mai a leggere l’etichetta). Daniele giostrava la visita del finto vecchio allo stesso modo in cui giostrava la sua vita, cioè con lo scopo che tutto risultasse sotto controllo. La prima volta, nel 2014, Ginevra era piccolissima, non poteva interagire più di tanto, così Babbo Natale si intrattenne con gli adulti. Daniele aveva appena scartato il pacchetto di un profumo.

«Ti sarebbe servito quella volta laggiù allo Stagnone, quando da ragazzini ci tufammo nel lago “del Putrido”» scherzò Babbo Natale, senza malizia alcuna. «Puzzavamo tutti come taleggio con la muffa; quando tornai a casa mia mamma mi tirò una ciabatta e mi prese all’orecchio destro, lo ricordo ancora. Tua mamma, invece?»

Il collo liscio di Daniele si irrigidì. Ammutolito, non ebbe il coraggio di guardare i suoceri, e la moglie, che ridevano, senza cattiveria alcuna.

Immaginava un altro tipo di rivincita, Maurizio, ma da allora non rinunciava mai alla visita a casa dell’amichetto, sorridendo del suo imbarazzo.

«Non l’hai mai capito chi sono, no» pensa ad alta voce Maurizio mentre inizia a sistemarsi un cuscino dentro i pantaloni per simulare l’iconico pancione. «Sono pronto a giocarmi la macchina, così, senza senso, solo per il gusto dell’azzardo».

I nomi scorrono sotto la sua vista.

Al quarto sente un lieve brivido di ebbrezza sul petto.

 

giulio sottocornola

Ma no, il brivido non è per Giulio, idraulico dal forte accento veneto. La cortigiana è Elisabetta, la compagna. L’aveva conosciuta nell’estate del 2016 ad una festa in piscina organizzata dal Comune. Lei invitata di un addio al nubilato; lui in giro con gli amici del tennis. Lei gli chiese una sigaretta guardandolo con gli occhi piacevolmente smarriti di chi è ubriaco e gode del fatto di esserlo. A Maurizio non sono mai piaciute le rosse ma Elisabetta era diversa, Elisabetta portava con una personalità disarmante quei capelli e quelle lentiggini vagamente tratteggiate su una pelle liscia e non stuprata da trucchi pesanti. E, soprattutto, era l’unica del gruppo senza qualche stupido accessorio tipico di certe cerimonie laiche. Non finirono a letto insieme quella sera ma fu solo un pretesto per rivedersi. E poi rivedersi ancora. Quando lui l’abbracciava per baciarle il collo lei si scostava i lunghi capelli rossi dagli occhi con un gesto morbido e delicato, e questa cosa lo faceva impazzire, e lo faceva impazzire il fuoco dolce del suo sguardo sempre molto sfuggente. Irraggiungibile. Maurizio capì che si trattasse di una relazione clandestina alcuni mesi dopo, la vigilia di Natale. A casa del nuovo cliente Sottocornola aprì il portone lei, con un maglione natalizio e un sorriso diplomatico sulle labbra. Un appartamento da ceto medio, arredato Ikea, una famiglia normale in una vita normale. Sulla tovaglia rossa con le stelline oro campeggiava lo spumante dolce.

«Lo spumante dolce è diventato come i canditi: prodotti che non piacciono a nessuno ma che tutti assumono “perché è tradizione”» esordì Maurizio sull’ingresso, modulando la voce con il classico timbro basso. «Sai Thomas? È tradizione anche leggere la poesia a Babbo Natale. Io son venuto solo per questo!»

Non si preoccupò del fatto che lei non gli avesse mai rivelato di essere impegnata con un idraulico venuto dal nordest.

Non si preoccupò della probabile ricaduta negativa di questa scoperta sulla performance.

Non si preoccupò di non guardare le foto di coppia, ben esposte sulla parete soggiorno in una serie di cornici nere.

Non si preoccupò del possibile imbarazzo di lei, ammesso che avesse capito chi fosse.

L’unico pensiero era rivolto a Thomas. Non avrebbe sopportato l’idea che quella donna che lo aveva sedotto in una relazione sopra le righe, di quelle che si leggono nella posta del cuore delle riviste rosa, nascondesse la presenza di un figlio.

«Eli, la poesia no, ti prego, la poesia non la voglia raccontare» piagnucolava Thomas, sei anni e un broncio a dir poco fastidioso, incollato alla gamba della matrigna.

Ha detto Eli, non mamma.

Elisabetta rivolse a Babbo Natale (a Babbo Natale, non a Maurizio) il secondo sorriso di circostanza. Babbo Natale si accarezzò vanitoso la barba – un gesto che negli anni aveva riconosciuto come dimostrazione universale di vera soddisfazione – e pensò:

«Forse ti ho amato, ti ho amato davvero, perché al contrario di me non hai bisogno di maschere vere per nasconderti. Grazie, Eli. Grazie, anche se non mi hai mai detto di Giulio. Neanche dopo quel Natale».

Il rito della vestizione disinibisce Maurizio che parla con sé stesso e neanche se ne accorge. Sistema un secondo cuscino, più piccolo, sul posteriore. Poi entra nel maglione di pile che – attraversato verticalmente da una striscia di cotone bianco – deve rappresentare la giacca. Strizza il tutto, i due cuscini e l’addome, con una cintura nera. Già sente caldo. Suderà, suderà come un maratoneta sotto il sole di luglio. E all’idea della piacevole sofferenza a cui sarà destinato il suo cervello lo porta al cortigiano numero 7.

 

damiano rossi

Pensa a Damiano e in testa gli balena la sensazione di bruciore: no, non il bruciore per il calore del caminetto che sarebbe stato sicuramente scoppiettante.

Damiano era stato un comprimario come lui, forse più di lui. Il tipico ragazzetto che lottava nelle retrovie e non c’era nessuno che si chiedesse se lo facesse per necessità o per scelta, semplicemente perché nessuno si chiedeva qualcosa al suo riguardo. Ricciolo ribelle, statura sotto la media, spalle larghe e poche chiacchiere. Si era sposato presto e oggi, a 38 anni, insieme alla moglie Luisa dà da mangiare a tre bambine. Abitavano nel grande casolare di campagna dei nonni paterni e Babbo Natale veniva fatto accomodare su una poltrona regale di pelle, di quelle che si vedono solo nei film. La tavola imbandita con gli avanzi di una cena a base di pesce però rustica – minestra di ceci, baccalà, seppie coi piselli; i cantucci; il panforte; il vino bianco delle proprie vigne. Il profumo di baccalà era poesia per l’olfatto. Le bambine scartavano i regali agguantandoli come un leone azzanna la gazzella e i nonni stavano in disparte con le braccia incrociate, vistosamente orgogliosi. E poi il vin santo, la grappa, e infine il limoncello home made di Luisa, la Luisa dai capelli trafelati, il grembiule sporco di pomodoro e il mascara veloce di chi ha passato il pomeriggio intero a cucinare, la Luisa che avvampava nelle gote ai complimenti sinceri di Babbo Natale, un po’ per la timidezza e un po’ perché è giorno di festa e anche Luisa si concede un goccetto. Maurizio amava questa scena neorealista, l’amava nella sua interezza rotonda, pure il terribile mal di stomaco causato dal criminale miscuglio di alcolici. Ma ciò che Maurizio amava davvero della casa del “gregario” Damiano erano le luci. Le luci tenui ed umili di un focolare domestico ruvido, quand’anche povero, ma autentico.

«Anche le luci sono espressione della nostra personalità» sbotta Maurizio tornando verso il bagno e pensando alle lampade strafottenti dei signori Della Libera.

Di fronte allo specchio indossa la barba posizionando i due elastici dietro alle orecchie. Poi è la volta della parrucca. La frangia voluminosa, da cartone animato, gli ricade fin sopra gli occhi, rendendo superfluo l’uso di bianche sopracciglia coprenti. Soffia all’insù verso i capelli temporanei, spingendo il labbro inferiore verso l’alto, e gli esce un tic nervoso che è troppo simile a un ghigno. Un rapido e improvviso movimento del lato destra della bocca. È lui, lo Cheyenne del villaggio. Infine cala il cappello sulla testa e indossa gli occhiali non graduati. Un altro ghigno. Un ghigno ridicolo.

Tutta la tua vita è ridicola.

Ci vuole dignità anche per interpretare il ridicolo.

Il cortigiano numero 9. Il foglio è rimasto sul comodino ma a Maurizio è bastata un’occhiata per imprimerselo in testa.

 

valentina bonini

Già il fatto che avesse prenotato la visita col proprio nome e cognome era un messaggio inequivocabile.

Non tornare, diceva quel messaggio, non azzardarti a tornare. Mandami un altro attore, mandami un Babbo Natale donna, mandami chi vuoi. Basta che non torni tu.

Quelli del circolo Acli non avrebbero mai capito, e Maurizio aveva accuratamente aggirato l’ostacolo: la famiglia Bonini entrò nella lista dei cortigiani di Maurizio per il secondo anno consecutivo.

Un altro soffietto verso il ricciolo di plastica.

Valentina si era finalmente (finalmente per lei) sposata nel 2015. Una festa classica e – Maurizio ne è sicuro – tremendamente monotona, organizzata in un agriturismo dal viale cipressato. Aveva passato in rassegna i social di tutti gli invitati, all’epoca. La sposa era già incinta della prima figlia ma questo non lo sapeva praticamente nessuno tranne una delle sue amiche, Cinzia, che diede lì la prima dimostrazione di essere incontinente in materia di segreti. Maurizio e Valentina, dopo cinque anni di storia d’amore e due di convivenza in affitto in un monolocale del centro, e dopo l’insofferenza di lei al bagno cieco e alle luci moleste della notte, comprarono casa nel 2013. Non fu un traguardo quanto una specie di medicina. Maurizio non voleva bambini e l’acquisto di un bene immobile doveva fungere da incentivo alla riproduzione. Maurizio sosteneva che crescere un figlio al mondo di oggi era difficile, addirittura rischioso («rischioso per chi?!»  gli gridava addosso Valentina) ma la verità, la verità che avrebbe metabolizzato solo anni dopo, è che Maurizio era un inguaribile egoista. Non reggeva al pensiero di dover diventare responsabile di qualcun altro. Erano arrivati a discutere dell’argomento tutti i giorni rendendo la situazione estenuante.

Poi una sera lei uscì con Cinzia, e non tornò mai più a casa.

La ritrovò lo scorso Natale, nell’appartamento di Claudio, professore di matematica, alto e grosso, un armadio con il golfino di lana in tinta unita sempre molto educato.

Il primo pensiero di Maurizio nel vederlo fu: chissà come lui la stringe a letto; chissà se avrà mai rischiato di schiacciare il suo corpo minuto e fragile (rischiato… cosa?!). Poi si soffiò via il ricciolo e scacciò il pensiero. La mano destra, coperta da un dozzinale guanto di pelle nera, appoggiò il bastone per terra e salì a sfiorare la barba. Di fronte a lui, in piedi, una accanto all’altro, una bambina di quattro anni e un bambino di tre.

Ti sei data da fare.

Ti sei data molto da fare. E in fretta.

Devo dire che sei stata di parola.

Rischioso… per chi?!

Sei ridicolo. Tutta la tua vita è ridicola.

Avrebbero potuto essere sangue del suo sangue, quei due marmocchi.

Li stava fissando. Silenzio. Matteo sosteneva lo sguardo con quel ghigno, il suo ghigno. Lucrezia invece guardava il pavimento con la testa leggermente piegata verso sinistra. Maurizio si accarezzava il pelo bianco. Silenzio. Allora Giovanni intervenne – non era mai successo in nove anni di onorato servizio come elfo. Si schiarì la gola, poi picchiettò la spalla destra di Babbo Natale con l’indice.

«Babbo, vogliamo vedere cosa hai portato di bello a Lucrezia e Matteo?»

«Babbo… ehm, già: babbo. Sì, subito».

E iniziò a frugare nella sacca di iuta.

Allora Valentina spalancò gradualmente gli occhi castani. Fece per aprire la bocca, stava per dire qualcosa, ma poi una forza interiore la fermò e fu costretta a somatizzare il devastante momento di imbarazzo grattandosi nervosamente il collo. Tutto questo durò quattro o al massimo cinque secondi, nel pieno disinteresse di Claudio che si limitava a recitare il compitino del padre modello riprendendo gli eredi con il telefonino, ma per la coda dell’occhio di Babbo Natale fu una delle scene più intense, vivide e significative della sua vita.

«Dai Giovanni, sbrighiamoci a consegnare i pacchi. Ricordati: la vita di un puntuale è un inferno di solitudini immeritate».

Claudio gli offrì un amaro tipico della Valnerina, lui accettò di buon grado, i bambini giocavano con le loro strenne affogando in un mare di carte variopinte e scatole ingombranti. Valentina non proferì parola durante la lunga permanenza di Babbo Natale. Se ne stava seduta su una sedia, in diagonale rispetto al lato della tavola apparecchiata con gusto – buon gusto, non c’è che dire – e Claudio non si accorse del malessere della moglie, o forse preferì non sciupare l’atmosfera, le si avvicinò solo una volta per massaggiarle freddamente la schiena e poi riprese il discorso con i due ospiti. Versò ancora amaro sui piccoli bicchieri.

«Avete sentito il calciomercato? Il Milan è vicino al Ibrahimovic».

«Neanche se ce lo vedo!» taglia corto Babbo Natale scoppiando in una grassa risata e ondeggiando sulla sedia.

Era tutto così perfetto. Per Maurizio, certo.

 

«L’amaro della Valnerina. Era davvero delizioso l’amaro della Valnerina» un altro ghigno. Si accarezza la barba per due secondi. Esce dal bagno, prende il sacco di iuta in corridoio e si avvia verso il portone. «Se ti conosco bene hai comprato un’altra bottiglia per stasera, vero Claudio?».

 

Castiglion Fiorentino, 19 febbraio 2022