
La
mano sinistra si allunga su un barattolo giallo di plastica. Aveva contenuto
cera per capelli, in un’altra vita. Con i polpastrelli del pollice e
dell’indice pizzica delle briciole di polvere di gesso bianco. La strofina
delicatamente per alcuni interminabili secondi continuando a fissare lo
specchio. La tv sputa dal soggiorno Gente che spera degli Articolo 31. La
spinta motivazionale della musica, dal volume troppo alto, così alto che
avrebbe già incontrato i malumori dei signori Spinelli del secondo piano se non
fosse che i signori Spinelli stanno preparando il cenone della vigilia, i
sorrisi stampati in faccia, i nipoti in casa che urlano di trepidazione, tre
televisori accesi, il vruuuuuuum della cappa, la lavastoviglie e Alberto
Matano – la spinta motivazionale della musica è uno sforzo vano nei confronti
della liturgica preparazione di Maurizio. Ha solo mezzo volto riflesso sullo
specchio. Lo avvicina al vetro. Lo sguardo serio, asettico. Gli occhi stanchi,
il verde corteggiato da un più innocuo marrone. Zampette di galline vispe agli
spigoli delle sopracciglia nere. Qualche ricciolo grigio sulle tempie. Spalma
il gesso sugli angoli delle mascelle e sui baffi incolti. Indosserà la lunga
barba di nylon, naturalmente, ma anno dopo anno ha perfezionato il
travestimento e non vuole rischiare che i bambini intravedano i peli neri sotto
il plasticoso manto color neve fresca. Pensa alla scena e inconsciamente gli
sembra di sentire in bocca quei fastidiosi fili sintetici; stringe le labbra
nel gesto di sputare. Se ne accorge e la cosa non lo diverte.
Oggi
però lo ha sinceramente divertito Tommaso, il bambino dei Crisanti del primo
piano. Si sono incrociati per le scale questo pomeriggio, Maurizio saliva e
Tommaso scendeva accompagnato dal babbo Leonardo. Maurizio teneva una grande
busta blu dell’Ikea – accuratamente sigillata - contenente il vestito rosso e
due cuscini.
«Buon
Natale Maurizio!»
«Buon
Natale Tommaso!» e intanto lanciava un occhiolino a Leonardo, «stasera Babbo
Natale viene a visitare il palazzo?»
«Sì,
come tutti gli anni» ha risposto baldanzoso il bambino toccandosi il cappello
da elfo. «Ma non credo che salirà anche da te… Lui va solo dai bambini, e ci
sono tanti bambini nel mondo, per questo ha sempre fretta» e giù una beffarda
spalluccia.
Uno
dei motivi per cui la vigilia, la “mia” vigilia, è il giorno più bello
dell’anno è che è anche l’unico in cui non vado di fretta – pensa Maurizio mentre si sposta
in camera lasciando tutte le luci del bagno accese. Non ci sono orari da rispettare
oggi: il tramonto scandisce mellifluo l’andamento delle operazioni quotidiane.
Non ci sono impegni, lavori, pranzi, merende, supermercati e regali –
soprattutto i regali! C’è solo il tramonto da rispettare. Al tramonto si esce.
Al tramonto si va in missione. Una missione che assomiglia a un rito laico, e
che si ripete da quasi un ventennio. All’inizio fu la zia Margherita. Lo chiamò
un lunedì sera di metà dicembre, lui aveva 19 anni e poca voglia di onorare le
feste comandate. Il circolo Acli del paese della zia cercava un volontario per
travestirsi da Babbo Natale. Non gli stava molto simpatica, la zia Margherita,
non gli stavano simpatici i suoi capelli sempre tinti nel disperato tentativo
di coprire l’imbiancamento, non gli piacevano i suoi atteggiamenti buonisti
quando non proprio ruffiani, non gli piaceva la solitudine cronica di cui
soffriva né l’ossessione verso il concetto di famiglia che lei, da scapola,
sentiva pesante come un macigno. Maurizio accettò perché non sapeva come altro
passare la vigilia. L’esperienza gli piacque. E gli piacque anche l’anno
successivo. Zia zitella e nipote vagamente Grinch, che durante l’anno non si
salutavano neanche se si incrociavano alla cassa dell’Esselunga, trovarono la
loro intima sintonia nel partecipare al rituale del veglione natalizio… degli
altri. Margherita lo accompagnava, guidando la macchina con la testa attaccata
al volante, nel buio delle stradine di campagna tenuamente illuminata dalle
luminarie; Maurizio era la guest star di rosso vestita. La zia morì di tumore
al seno nel 2011. Lui continuò la tradizione (anche) per onorare la sua
memoria, un modo come un altro per ringraziarla.
Sopra
il letto i pantaloni e il maglione di pile rosso; lunghe calze scure; il
cappello col bonbon bianco; la barba e la parrucca. Sullo scendiletto gli
stivali di pelle nera. Sul comodino un paio di occhiali dalla montatura sottile
color oro e la lista delle famiglie da visitare. Si sfila le pantofole e prende
i pantaloni lanciando un’occhiata al foglio. Sono undici cognomi elencati in
una tabella oraria e cronologica. Li conosce quasi tutti. Al circolo lo sanno:
per Maurizio solo clienti, i “cortigiani” come li chiama lui, affezionati.
Affezionati non a lui, oh no, quasi nessuno di loro sa chi si cela dietro –
dentro – il personaggio e anche chi lo sa ha sempre intelligentemente finto di
non saperlo. Il primo nome è Della Libera.
daniele della libera
da-nie-le-del-la-li-be-ra
Partiamo
col botto, yuppie! Una bella macedonia di consonanti alveolari come antipasto.
«La
vita di un puntuale è un inferno di solitudini immeritate».
Maurizio
guarda il vuoto e ripete ad alta voce
«La
vita
di
un pun-tu-a-le» scandisce forte lo iato
«è
un inferno di solitu-di-ni» batte forte la D contro l’arcata dentale
superiore, una volta, due, tre
immeritate».
Aggrotta
le sopracciglia, poi un velo di sorriso lo percorre dagli angoli delle labbra
fino agli occhi. Si siede e si infila i pantaloni esageratamente grandi. Il
motivo per cui Maurizio non ha mai affrontato di petto i suoi problemi di
dizione è la causa dei problemi stessi: l’accidia. Pigro e sbrigativo nello
sforzo di articolare le parole, battuta mai pronta e dizionario scheletrico, quasi
a voler corroborare il suo ruolo sociale da comprimario, da colui che nel
gruppetto parla solo se interpellato, ruolo poco nobile che fin da bambino,
appesantito da una timidezza cronica, ha interpretato con dedizione e un
pizzico di soddisfazione. Maurizio, insomma, ha sempre tagliato corto. Ma i
suoi cortigiani, un giorno all’anno, sanno aspettare e vogliono ascoltare. E il
suo personaggio, un giorno all’anno, sa mettersi al centro del cerchio con
elegante nonchalance e ama farsi ascoltare. Andrà tutto bene anche questa sera,
come sempre del resto, le parole mangiucchiate svaniranno sotto la barba
bianca. Sugli strambi palcoscenici fatti di caminetti ardenti e tovaglie
cosparse di relitti enogastronomici, Babbo Natale avrà una voce profonda, per
qualcuno piacevolmente gutturale, ma nitida.
«…di
solitu-di-ni immeritate!»
Daniele
Della Libera è stato un compagno di classe alle scuole medie. Scapestrato e cinico,
si faceva rispettare da tutti ma a lezione era un caprone. Maurizio non poteva
dire che gli stesse antipatico, o forse semplicemente evitava di ragionarci
troppo perché era il leader indiscusso del gruppo della domenica pomeriggio, ma
l’amicizia era un’altra cosa. Riteneva che le gerarchie del sottobosco
adolescenziale del paese non fossero meritocratiche, che lui non poteva fare da
gregario a chi scriveva nei temi “hanno 1995” e “o fatto”, e già si sfregava le
mani al pensiero di prendersi la sua personale rivincita nel mondo dei grandi.
Da
grande, Daniele Della Libera era un agente di commercio con qualche ruolo di responsabilità
e una carriera che si sarebbe potuta definire brillante. Con la moglie Serena
aveva avuto una figlia, Ginevra, che oggi ha sette anni. Trascorreva la vigilia
nella sua villetta in un bel quartiere residenziale assieme ai suoceri, una
coppia di sessantenni in formissima – lui scarpe da ginnastica e camicia
bianca, lei vestitino verde al ginocchio. L’open space della casa di Daniele
era tutto… bianco. Tutto così pettinato, così scintillante come le paillettes
del vestito della nonna, le luci intermittenti comprate in qualche grande
magazzino appese ovunque, anche sulle gambe dell’enorme tavolo con gambe di
ferro e piano di vetro. Lui, il capofamiglia, avrebbe risposto al citofono,
avrebbe aperto il portone, sarebbe andato incontro a Babbo Natale e a Giovanni,
l’accompagnatore silenzioso, urlando un saluto molto teatrale, avrebbe recitato
l’immancabile pantomima a uso e consumo della tradizione, invitandolo a sedersi
sulla sedia di Kartell e stringendo il braccio alla piccola Ginevra, muta e
vagamente turbata. Due calici di Prosecco (o di Franciacorta: non riusciva mai
a leggere l’etichetta). Daniele giostrava la visita del finto vecchio allo
stesso modo in cui giostrava la sua vita, cioè con lo scopo che tutto
risultasse sotto controllo. La prima volta, nel 2014, Ginevra era piccolissima,
non poteva interagire più di tanto, così Babbo Natale si intrattenne con gli
adulti. Daniele aveva appena scartato il pacchetto di un profumo.
«Ti
sarebbe servito quella volta laggiù allo Stagnone, quando da ragazzini ci
tufammo nel lago “del Putrido”» scherzò Babbo Natale, senza malizia alcuna.
«Puzzavamo tutti come taleggio con la muffa; quando tornai a casa mia mamma mi
tirò una ciabatta e mi prese all’orecchio destro, lo ricordo ancora. Tua mamma,
invece?»
Il
collo liscio di Daniele si irrigidì. Ammutolito, non ebbe il coraggio di
guardare i suoceri, e la moglie, che ridevano, senza cattiveria alcuna.
Immaginava
un altro tipo di rivincita, Maurizio, ma da allora non rinunciava mai alla
visita a casa dell’amichetto, sorridendo del suo imbarazzo.
«Non
l’hai mai capito chi sono, no» pensa ad alta voce Maurizio mentre inizia a
sistemarsi un cuscino dentro i pantaloni per simulare l’iconico pancione. «Sono
pronto a giocarmi la macchina, così, senza senso, solo per il gusto
dell’azzardo».
I
nomi scorrono sotto la sua vista.
Al
quarto sente un lieve brivido di ebbrezza sul petto.
giulio sottocornola
Ma
no, il brivido non è per Giulio, idraulico dal forte accento veneto. La
cortigiana è Elisabetta, la compagna. L’aveva conosciuta nell’estate del 2016
ad una festa in piscina organizzata dal Comune. Lei invitata di un addio al
nubilato; lui in giro con gli amici del tennis. Lei gli chiese una sigaretta
guardandolo con gli occhi piacevolmente smarriti di chi è ubriaco e gode del
fatto di esserlo. A Maurizio non sono mai piaciute le rosse ma Elisabetta era
diversa, Elisabetta portava con una personalità disarmante quei capelli
e quelle lentiggini vagamente tratteggiate su una pelle liscia e non
stuprata da trucchi pesanti. E, soprattutto, era l’unica del gruppo senza
qualche stupido accessorio tipico di certe cerimonie laiche. Non finirono a
letto insieme quella sera ma fu solo un pretesto per rivedersi. E poi rivedersi
ancora. Quando lui l’abbracciava per baciarle il collo lei si scostava i lunghi
capelli rossi dagli occhi con un gesto morbido e delicato, e questa cosa lo
faceva impazzire, e lo faceva impazzire il fuoco dolce del suo sguardo sempre
molto sfuggente. Irraggiungibile. Maurizio capì che si trattasse di una relazione
clandestina alcuni mesi dopo, la vigilia di Natale. A casa del nuovo cliente
Sottocornola aprì il portone lei, con un maglione natalizio e un sorriso
diplomatico sulle labbra. Un appartamento da ceto medio, arredato Ikea, una
famiglia normale in una vita normale. Sulla tovaglia rossa con le stelline oro
campeggiava lo spumante dolce.
«Lo
spumante dolce è diventato come i canditi: prodotti che non piacciono a nessuno
ma che tutti assumono “perché è tradizione”» esordì Maurizio sull’ingresso,
modulando la voce con il classico timbro basso. «Sai Thomas? È tradizione anche
leggere la poesia a Babbo Natale. Io son venuto solo per questo!»
Non
si preoccupò del fatto che lei non gli avesse mai rivelato di essere impegnata
con un idraulico venuto dal nordest.
Non
si preoccupò della probabile ricaduta negativa di questa scoperta sulla
performance.
Non
si preoccupò di non guardare le foto di coppia, ben esposte sulla parete
soggiorno in una serie di cornici nere.
Non
si preoccupò del possibile imbarazzo di lei, ammesso che avesse capito chi
fosse.
L’unico
pensiero era rivolto a Thomas. Non avrebbe sopportato l’idea che quella donna
che lo aveva sedotto in una relazione sopra le righe, di quelle che si leggono
nella posta del cuore delle riviste rosa, nascondesse la presenza di un figlio.
«Eli,
la poesia no, ti prego, la poesia non la voglia raccontare» piagnucolava Thomas,
sei anni e un broncio a dir poco fastidioso, incollato alla gamba della
matrigna.
Ha
detto Eli, non mamma.
Elisabetta
rivolse a Babbo Natale (a Babbo Natale, non a Maurizio) il secondo sorriso di
circostanza. Babbo Natale si accarezzò vanitoso la barba – un gesto che negli
anni aveva riconosciuto come dimostrazione universale di vera soddisfazione – e
pensò:
«Forse
ti ho amato, ti ho amato davvero, perché al contrario di me non hai bisogno di
maschere vere per nasconderti. Grazie, Eli. Grazie, anche se non mi hai mai
detto di Giulio. Neanche dopo quel Natale».
Il
rito della vestizione disinibisce Maurizio che parla con sé stesso e neanche se
ne accorge. Sistema un secondo cuscino, più piccolo, sul posteriore. Poi entra
nel maglione di pile che – attraversato verticalmente da una striscia di cotone
bianco – deve rappresentare la giacca. Strizza il tutto, i due cuscini e
l’addome, con una cintura nera. Già sente caldo. Suderà, suderà come un
maratoneta sotto il sole di luglio. E all’idea della piacevole sofferenza a cui
sarà destinato il suo cervello lo porta al cortigiano numero 7.
damiano rossi
Pensa
a Damiano e in testa gli balena la sensazione di bruciore: no, non il bruciore per
il calore del caminetto che sarebbe stato sicuramente scoppiettante.
Damiano
era stato un comprimario come lui, forse più di lui. Il tipico ragazzetto che
lottava nelle retrovie e non c’era nessuno che si chiedesse se lo facesse per
necessità o per scelta, semplicemente perché nessuno si chiedeva qualcosa al
suo riguardo. Ricciolo ribelle, statura sotto la media, spalle larghe e poche
chiacchiere. Si era sposato presto e oggi, a 38 anni, insieme alla moglie Luisa
dà da mangiare a tre bambine. Abitavano nel grande casolare di campagna dei
nonni paterni e Babbo Natale veniva fatto accomodare su una poltrona regale di
pelle, di quelle che si vedono solo nei film. La tavola imbandita con gli
avanzi di una cena a base di pesce però rustica – minestra di ceci, baccalà,
seppie coi piselli; i cantucci; il panforte; il vino bianco delle proprie vigne.
Il profumo di baccalà era poesia per l’olfatto. Le bambine scartavano i regali
agguantandoli come un leone azzanna la gazzella e i nonni stavano in disparte
con le braccia incrociate, vistosamente orgogliosi. E poi il vin santo, la
grappa, e infine il limoncello home made di Luisa, la Luisa dai capelli
trafelati, il grembiule sporco di pomodoro e il mascara veloce di chi ha
passato il pomeriggio intero a cucinare, la Luisa che avvampava nelle gote ai
complimenti sinceri di Babbo Natale, un po’ per la timidezza e un po’ perché è
giorno di festa e anche Luisa si concede un goccetto. Maurizio amava questa
scena neorealista, l’amava nella sua interezza rotonda, pure il terribile mal
di stomaco causato dal criminale miscuglio di alcolici. Ma ciò che Maurizio
amava davvero della casa del “gregario” Damiano erano le luci. Le luci tenui ed
umili di un focolare domestico ruvido, quand’anche povero, ma autentico.
«Anche
le luci sono espressione della nostra personalità» sbotta Maurizio tornando
verso il bagno e pensando alle lampade strafottenti dei signori Della Libera.
Di
fronte allo specchio indossa la barba posizionando i due elastici dietro alle
orecchie. Poi è la volta della parrucca. La frangia voluminosa, da cartone
animato, gli ricade fin sopra gli occhi, rendendo superfluo l’uso di bianche
sopracciglia coprenti. Soffia all’insù verso i capelli temporanei, spingendo il
labbro inferiore verso l’alto, e gli esce un tic nervoso che è troppo simile a
un ghigno. Un rapido e improvviso movimento del lato destra della bocca. È lui,
lo Cheyenne del villaggio. Infine cala il cappello sulla testa e indossa gli
occhiali non graduati. Un altro ghigno. Un ghigno ridicolo.
Tutta
la tua vita è ridicola.
Ci
vuole dignità anche per interpretare il ridicolo.
Il
cortigiano numero 9. Il foglio è rimasto sul comodino ma a Maurizio è bastata
un’occhiata per imprimerselo in testa.
valentina bonini
Già
il fatto che avesse prenotato la visita col proprio nome e cognome era un
messaggio inequivocabile.
Non
tornare, diceva quel messaggio, non azzardarti a tornare. Mandami un altro
attore, mandami un Babbo Natale donna, mandami chi vuoi. Basta che non torni
tu.
Quelli
del circolo Acli non avrebbero mai capito, e Maurizio aveva accuratamente
aggirato l’ostacolo: la famiglia Bonini entrò nella lista dei cortigiani di
Maurizio per il secondo anno consecutivo.
Un
altro soffietto verso il ricciolo di plastica.
Valentina
si era finalmente (finalmente per lei) sposata nel 2015. Una festa classica e –
Maurizio ne è sicuro – tremendamente monotona, organizzata in un agriturismo
dal viale cipressato. Aveva passato in rassegna i social di tutti gli invitati,
all’epoca. La sposa era già incinta della prima figlia ma questo non lo sapeva
praticamente nessuno tranne una delle sue amiche, Cinzia, che diede lì la prima
dimostrazione di essere incontinente in materia di segreti. Maurizio e
Valentina, dopo cinque anni di storia d’amore e due di convivenza in affitto in
un monolocale del centro, e dopo l’insofferenza di lei al bagno cieco e alle
luci moleste della notte, comprarono casa nel 2013. Non fu un traguardo quanto
una specie di medicina. Maurizio non voleva bambini e l’acquisto di un bene
immobile doveva fungere da incentivo alla riproduzione. Maurizio sosteneva che
crescere un figlio al mondo di oggi era difficile, addirittura rischioso («rischioso
per chi?!» gli gridava addosso
Valentina) ma la verità, la verità che avrebbe metabolizzato solo anni dopo, è
che Maurizio era un inguaribile egoista. Non reggeva al pensiero di dover diventare
responsabile di qualcun altro. Erano arrivati a discutere dell’argomento tutti
i giorni rendendo la situazione estenuante.
Poi
una sera lei uscì con Cinzia, e non tornò mai più a casa.
La
ritrovò lo scorso Natale, nell’appartamento di Claudio, professore di
matematica, alto e grosso, un armadio con il golfino di lana in tinta unita
sempre molto educato.
Il
primo pensiero di Maurizio nel vederlo fu: chissà come lui la stringe a letto;
chissà se avrà mai rischiato di schiacciare il suo corpo minuto e fragile
(rischiato… cosa?!). Poi si soffiò via il ricciolo e scacciò il pensiero. La
mano destra, coperta da un dozzinale guanto di pelle nera, appoggiò il bastone
per terra e salì a sfiorare la barba. Di fronte a lui, in piedi, una accanto
all’altro, una bambina di quattro anni e un bambino di tre.
Ti
sei data da fare.
Ti
sei data molto da fare. E in fretta.
Devo
dire che sei stata di parola.
Rischioso…
per chi?!
Sei
ridicolo. Tutta la tua vita è ridicola.
Avrebbero
potuto essere sangue del suo sangue, quei due marmocchi.
Li
stava fissando. Silenzio. Matteo sosteneva lo sguardo con quel ghigno, il suo
ghigno. Lucrezia invece guardava il pavimento con la testa leggermente piegata
verso sinistra. Maurizio si accarezzava il pelo bianco. Silenzio. Allora
Giovanni intervenne – non era mai successo in nove anni di onorato servizio
come elfo. Si schiarì la gola, poi picchiettò la spalla destra di Babbo Natale
con l’indice.
«Babbo,
vogliamo vedere cosa hai portato di bello a Lucrezia e Matteo?»
«Babbo…
ehm, già: babbo. Sì, subito».
E
iniziò a frugare nella sacca di iuta.
Allora
Valentina spalancò gradualmente gli occhi castani. Fece per aprire la bocca,
stava per dire qualcosa, ma poi una forza interiore la fermò e fu costretta a
somatizzare il devastante momento di imbarazzo grattandosi nervosamente il
collo. Tutto questo durò quattro o al massimo cinque secondi, nel pieno
disinteresse di Claudio che si limitava a recitare il compitino del padre
modello riprendendo gli eredi con il telefonino, ma per la coda dell’occhio di
Babbo Natale fu una delle scene più intense, vivide e significative della sua
vita.
«Dai
Giovanni, sbrighiamoci a consegnare i pacchi. Ricordati: la vita di un puntuale
è un inferno di solitudini immeritate».
Claudio
gli offrì un amaro tipico della Valnerina, lui accettò di buon grado, i bambini
giocavano con le loro strenne affogando in un mare di carte variopinte e
scatole ingombranti. Valentina non proferì parola durante la lunga permanenza
di Babbo Natale. Se ne stava seduta su una sedia, in diagonale rispetto al lato
della tavola apparecchiata con gusto – buon gusto, non c’è che dire – e Claudio
non si accorse del malessere della moglie, o forse preferì non sciupare l’atmosfera,
le si avvicinò solo una volta per massaggiarle freddamente la schiena e poi
riprese il discorso con i due ospiti. Versò ancora amaro sui piccoli bicchieri.
«Avete
sentito il calciomercato? Il Milan è vicino al Ibrahimovic».
«Neanche
se ce lo vedo!» taglia corto Babbo Natale scoppiando in una grassa risata e
ondeggiando sulla sedia.
Era
tutto così perfetto. Per Maurizio, certo.
«L’amaro
della Valnerina. Era davvero delizioso l’amaro della Valnerina» un altro ghigno.
Si accarezza la barba per due secondi. Esce dal bagno, prende il sacco di iuta
in corridoio e si avvia verso il portone. «Se ti conosco bene hai comprato
un’altra bottiglia per stasera, vero Claudio?».
Castiglion Fiorentino,
19 febbraio 2022