mercoledì 1 dicembre 2021

Zerocalcare, Sorrentino e la nostra saudade inconsapevole

Ho visto Strappare lungo i bordi di Zerocalcare e ho visto E’ stata la mano di Dio di Sorrentino. La stessa sera. La stessa sera di inizio inverno, aggiungo. Il primo, Zerocalcare, è un po’ una sorpresa del mainstream, nel senso che molti di coloro che ne parlano oggi – ivi compreso il sottoscritto! – non lo avevano mai considerato prima. Il secondo, Sorrentino, anche lui c’era arrivato a sorpresa, nel mainstream, con un Oscar inaspettato e forse forse anche immeritato, e poi lì è rimasto perché un Oscar vale per sempre.

Sono piaciuti entrambi, con favori pressoché unanimi di critica e pubblico.

Direte: cosa ci chiappa il romanesco di Zerocalcare con il napoletano di Sorrentino?

Rispondo: solo due cose. Ma significative.

La prima si sbologna in scioltezza: Netflix (e fanno di tutto per farlo sapere allo spettatore, devo specificare mio malgrado).

La seconda, bè, la seconda ha a che fare con Maradona, Max Pezzali, gli zaini Invicta, Postalmarket, Freddie Mercury, il Game Boy, Cristina D’Avena. Ha a che fare con quella cosa che la lingua portoghese identifica con un termine ripreso – in passato più che oggi - con malcelato velo sarcastico: la saudade.

Ho sempre creduto che si trattasse di un normale ciclo socio-antropologico: considerando che 1) gli adulti, in quanto adulti, padroneggiano i mezzi di comunicazione e che 2) tutti gli adulti hanno nostalgia della propria gioventù, ne deriva che nell’attualità tutto l’apparato culturale di 2-3 decenni fa risulti migliore di quello di oggi. Proprietà transitiva nuda e cruda. Negli anni 90 celebravamo gli anni 60. Oggi celebriamo gli anni 80 e 90.

Ma… è tutto qui?

Guardo Zerocalcare e non posso non immedesimarmi nel protagonista, un giovanotto volenteroso ma inconcludente e vagamente inetto (chi ha definito la serie animata “La coscienza di Zero”, parafrasando quindi il capolavoro di Italo Svevo, ha centrato il bersaglio) che annichilisce la sua vita presente in quanto ancorato al passato. Un passato fatto di ricordi adolescenziali, sigarette all’intervallo, trilli di Msn, due di picche e episodi di vita vissuta più o meno scabrosi che – condivisi con un cartone animato dagli occhi ingenui - ci fanno stare bene perché esorcizzano i mostri che abitano ancora nella nostra buffa testolina.

Guardo Sorrentino e non posso non immedesimarmi nel protagonista, un
ragazzino che ama il Napoli e Maradona più della propria madre e che dice di voler fare il regista anche se in vita sua ha visto “due o tre film”. I miti di una generazione, che sono diversi nel nome ma alla fine tutti uguali fra di loro, eletti a un qualcosa di divino, di trascendentale, che persistono mentre la vita piena di lunedì mattina scorre noiosa, persistono cambiando connotati e assumendo contorni sempre più vividi, più colorati, più saturi.

Zerocalcare e Sorrentino sono due artisti consapevoli e intelligenti. Sanno maneggiare la loro rispettiva materia. Parlano entrambi di un percorso personale. Di un percorso personale completato, finito. Ma parlano anche di un percorso sociale (nel primo caso mettendo in mostra un’accezione politica dichiarata seppur a tratti contraddittoria – e mi riferisco ai continui omaggi “capitalisti” a papà Netflix), ed è qui che si eleva il valore dell’arte. Nel fotografare un momento e renderlo universale

Il momento in cui un'ampia fetta di popolazione è rimasta invischiata nelle viscere dei propri giorni felici o che abbiamo creduto essere felici (la differenza, credetemi, è sostanzialmente invisibile) partecipando a una saudade collettiva (ancora) inconsapevole.

Mi son chiesto a volte se passeremo la nostra vita a rimpiangere gli anni precedenti all’avvento della Rete (non nascondiamoci dietro un dito: il discrimine fra un prima e un dopo si chiama Internet, chi lo nega vive su Marte). Ma poi mi son sempre risposto di no. O perlomeno ci speravo. Zerocalcare e Sorrentino, ahiloro,  mi hanno convinto del contrario. Chissà se avranno ragione. Ne riparleremo fra trent’anni, davanti a un gin tonic (quello sì, non morirà mai).

 

venerdì 20 agosto 2021

La mia prima Cima alpina


La mia prima Cima alpina. Il mio primo 3000 (3.535 per la precisione). La mia prima vera scalata, che non vuol dire ferrata, per quella ancora dobbiamo attrezzarci (in senso letterale e non), ma scalata nel senso di partire da un punto più basso e raggiungere, conquistare, un punto più alto. Salendo sempre e scendendo mai. Il meccanismo è molto semplice ed è sintetizzato sulla parete interna del Rifugio Stavel Denza abbarbicato sotto la Presanella: con calma e senza sosta.

Così tutto insieme, de botto, senza senso. Boris e Renato Ferretti mi capirebbero.

In Italia esistono migliaia, se non milioni, di persone per le quali esperienze del genere sono all’ordine del giorno. Questa non è la cronaca di un’impresa. Questa è la cronaca di un novizio che ha deciso di “attaccare” un 3000 avendo sulle spalle qualche passeggiata a Lignano o al massimo in Casentino. Un novizio con qualche problemino sul vuoto e sulle altezze: le altezze quelle vere, beninteso, le maestose altezze della Natura, perché a Mirabilandia affronto fischiettando il Katun in prima fila (scusate se me la tiro).

Il Monte Vioz (3.645m) è il mio traguardo. La via normale trentina, dalla Val di Peio, la mia strada. È una delle vette più note del gruppo Ortles-Cevedale (Alpi Retiche) ed è vegliato dal Rifugio Mantova, il più alto delle Alpi Orientali. Innanzitutto battezziamo la migliore giornata dal punto di vista meteorologico, 21° alla partenza al Doss dei Cembri e 9° alla cima. Cielo soleggiato, clima perfetto. Con me il fido Stefano, solidale ed encomiabile nel voler farmi da accompagnatore. Alle 8,15 ci avviciniamo alla partenza con l’aiuto della cabinovia prima e della seggiovia dopo, a cui dobbiamo rivolgere un sentito grazie per averci consentito di bypassare il primo tratto del percorso originario del Sat 105 che ha il suo inizio nel paese di Peio. Al Doss dei Cembri, mentre di fronte a noi si para lo scenario delle creste alpine e un lungo serpentone di maglie colorate e ingobbite s’inerpica in una silenziosa processione su un pendio ricco di vegetazione, clicco START sul Gps. L’approccio è appunto sul primo costone che collega il rifugio al Sat 105. Al primo km, poco dopo l’innesto sul 105, svalichiamo il pendio e alla nostra destra si apre l’immensa bellezza rocciosa delle creste alpine. Il single track in costa, sempre sulla parete orientale della montagna, sale con pendenze lievi alternando tratti di terra brulla a tratti sassosi. Il sole entra dentro. Superiamo camminatori dal ritmo più blando. Qualcuno, al rientro, ci dirà che tanti escursionisti come oggi non si vedevano dall’anno scorso. Dopo quasi quaranta minuti di scalata, mentre via via il verde sparisce dai pendii e si nasconde timido sotto i ciottoli, la parete alla nostra destra si fa sempre più scoscesa, niente di pericoloso ma ci dovremo convivere per altre quattro o forse cinque ore, mi guardo con Stefano, e senza troppe ciance concordiamo una strategia che, a posteriori, sembra la parodia della pubblicità progresso contro la guida in stato di ebbrezza. O si cammina o si guarda il panorama. Vietato, inderogabilmente, compiere le due operazioni simultaneamente. 

La strategia, ebbene sì, funzionerà. 

È qui che affianchiamo un escursionista che parla da esperto, sostiene che il tempo di percorrenza indicato sulle guide è esageratamente sovrastimato e che con un minimo di allenamento si arriva al rifugio in 73 minuti. Non è chiaro se si prendesse gioco di noi o se intendesse 73 minuti a partire da quel preciso momento; fatto sta che, tutti ringalluzziti e sudati il giusto, io e Stefano acceleriamo il passo, spalle avanti e sguardo imperterrito sul terreno che cambia continuamente di consistenza: ora rocce sconnesse, ora ghiaia, ora ciottolato duro. Poi qualcosa si oscura: è il down adrenalinico, e sono pronto a scommettere – benché non abbia alcuna esperienza - che il down adrenalinico prima o poi arriva sempre. 

 

A metà salita e metà dislivello in saccoccia, prima del Bric, unico tratto di sentiero che procede sulla parete occidentale incrociando peraltro il Sat 105/A che proviene da Peio 3000, un’erta impegnativa di circa cento metri dove è richiesto l’uso delle braccia e di un briciolo di “guarda bene dove metti i piedi” ci sporca le mani. Folate di vento gelido solleticano il sudore sulla fronte. Alcuni avventurieri sostano, appoggiandosi alla bell'e meglio su sassi instabili per non intralciare. Altri intralciano, non lo fanno apposta e non siamo in una gara, però rallentare sensibilmente il passo su un terreno friabile in pendenza significa dover consumare tante energie, soprattutto mentali, per sostenere l’equilibrio da fermo. Se fossi una macchina potrei bruciare la frizione da un momento all’altro. Di minuti, per la cronaca, ne son già passati più di 100. Ci avviciniamo quindi al canalino del Bric (3200m), una parete di pochissimi metri pressoché verticale da superare camminando in senso longitudinale rispetto ad essa: un ragazzo ricciolo, con la maglia bianca intrisa di sudore e polvere di terra, viene dalla direzione opposta e lo affronta a piccoli passettini affettati afferrando la corda di sostegno in modo così forte che le nocche delle mani sono bianche. Gli tremano le braccia. Pare sconvolto. Ciò non ci rincuora.  Ad ogni modo: conoscendo il mio corpo mi ero convinto che il Bric fosse lo scoglio più difficile. Tiro un sospirone e via. Manca in effetti poco più di un chilometro e 300 metri di dislivello. Come dici? 300 metri in un chilometro equivalgono al 30% di pendenza? Ah ecco. Ora mi torna.

 L’ultimo tratto, mentre alcune nubi ci scompigliano i capelli modificando le colorazioni del paesaggio a un ritmo che neanche il tecnico delle luci di Sanremo potrebbe fare se si mettesse a pigiare a caso i tasti sulla consolle, è uno zig-zag di tornanti ripidi e stretti, quasi tutti privi di “paratoia” sull’esterno (dovrei esser terrorizzato in vista della discesa, ma per fortuna [!] il cervello inizia a ricevere poco ossigeno…). Ogni quattro tornanti si supera uno sperone di montagna. Una, due, tre, quattro volte. Il rifugio non si vede. Le rocce si fanno rosse, di un rosso corposo, terra di Siena. Altri avventurieri boccheggiano, li supero mostrando una baldanza fuori luogo per non incappare nello stesso errore di mezz’ora prima.

Poi, finalmente, appare il tetto nero di un edificio, una bandiera e una croce. Il rifugio si staglia sotto la cima del Vioz, è condito da una spolverata di neve, poca pochissima in realtà, ma sufficiente per fornire agli ultimissimi metri della scalata un’altra difficoltà tecnica, viste le pendenze e vista la mancanza di chiodi.

Arriviamo al Rifugio Mantova dopo 2h23’ (2h01’ tempo effettivo di movimento). Ci cambiamo la maglietta, indossiamo la giacca antivento della Cmp acquistata per l'occasione, prendiamo due birre medie e sediamo sul selciato, spiaggiati, sentendo le tempie pulsare alla disperata ricerca di ossigeno. E con un vago giramento di testa che può dirsi catatonico. Restiamo lì per pochi attimi: un’ora e mezzo o giù di lì.