Ogni vittoria è un'impresa (e, se c'è
l'uomo solo al comando, è impresa “d'altri tempi”, anche se ha
fatto una fuga di 700 metri). Ogni salita è la salita più dura del
mondo. Ogni strappo è micidiale. Ogni corridore è sempre incensato:
il campione perché vince, il gregario perché si sacrifica come un
martire cristiano. Chi è stato al vento “ha speso tanto” e
l'importante è stare davanti. Le tappe sono tutte bellissime e le
volate tutte pericolosissime. E' tutto così meravigliosamente
-issimo.
Il ciclismo è cambiato tanto (anzi,
tantissimo!) negli ultimi 10-15 anni. C'è un deciso e oggettivo
livellamento in gruppo, si gioca spesso sul filo dei secondi e le
corse si risolvono in “azioni-lampo” dove fa la differenza chi ha
doti di forza esplosiva, magari anche breve o brevissima, il che non
è meglio o peggio rispetto a un tempo. Ma, soprattutto,è cambiato
il modo di raccontarlo, il ciclismo. Il linguaggio delle due ruote si
è costruito una retorica tutta propria, veicolata e orchestrata da
Mamma Rai, che persiste in questa politica comunicativa per mano
della triade Bulbarelli, Fabbretti e De Stefano e oggi rappresentata
da un esercito di opinionisti, chiamati a indorare la pillola di
frasi fatte e luoghi comuni durante le lunghissime ore di diretta
che, sappiamo bene, rispondono principalmente ad esigenze
pubblicitarie.
Come succede per altri sport, in primis
il calcio o la Formula 1, è opinione comune che le telecronache Rai
perdano spesso il confronto con Sky o altri canali specializzati, e
probabilmente ciò si spiega con il fatto che la tv generalista, per
sua stessa natura, deve parlare a tutto il pubblico e deve utilizzare
un linguaggio semplice. Ma sul ciclismo c'è dell'altro. C'è l'amara
sensazione che ci si parli parecchio addosso, e che ci si senta quasi
giustificati nel farlo, attorno ai concetti del ciclismo come sport
sano, popolare ed eroico, come modello di ecologismo, sostenibilità, estetica del paesaggio, lezione
di vita e tante altre cosine belline. Più che telecronache sembrano
lunghi marchettoni al movimento intero, un bisogno di promozione e
protezione del prodotto che pare del tutto spontaneo, “normale”,
e che probabilmente parte da lontano, parte dagli anni di piombo in
cui la credibilità era calata ai minimi storici. La voglia di riscatto non è ancora esaurita. Peccato che ci sia una corsa da
raccontare, nel frattempo.
A partire dalla snervante moda di dover
annunciare i corridori, sempre e in ogni contesto, con nome e cognome
(ma chi l'ha inventata questa pagliacciata?), le telecronache di
Pancani, De Luca, Ballan, Bettini, Bugno, Francio e Ciccio sono
talmente didascaliche, retoriche e chiuse in se stesse da risultare
non solo stucchevoli ma talvolta addirittura aliene all'attualità,
con errori più o meno perdonabili sulla lettura della gara e ritardi
di narrazione - anche da parte di un professionista impeccabile come
Pancani che quando raccontava il volley era secondo me il secondo
miglior telecronista della tv di Stato, dopo Bragagna.
La retorica del ciclismo,
evidentemente, piace. Altrimenti non se ne spiegherebbe il successo e
la divulgazione così fertile, e potrei persino concordare con paron
Bulbarelli – che ho il sospetto essere l'inventore di tutto ciò –
che tale politica possa essere davvero d'aiuto per tutto il
movimento, se non fosse che...
...Se non fosse che, invece, su
Eurosport, una squadra formata da due soli commentatori porti avanti
un linguaggio che si pone in palese ma credo mai dichiarata antitesi.
Luca Gregorio e Riccardo Magrini. Un linguaggio brillante, veloce,
moderno, intelligente nei tempi e nei cambi di ritmo, ricco di annotazioni mai banali che vanno dalla tecnica
all'aneddotica privata del corridore, senza peli sulla lingua e
magari con qualche errorino formale (mi riferisco a Magrini) che fa sembrare tutto più umano e "fraterno". Insomma
un Bar Sport che riesce a conservare la leggerezza senza scadere nel
ridicolo. Due sole voci che tengono botta allo squadrone-musone
schierato dalla Rai. Due voci che forse rendono il ciclismo meno eroico, meno epico e meno filosofico. Ma che probabilmente lo rendono
più simpatico agli occhi della gente.
